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C'era
una volta
Bill Gates, un genio per imprenditore
Ecco l'uomo più ricco sulla terra, il più ingegnoso
programmatore vivente ed il lungimirante inventore del basic,
del dos, del mouse, delle finestre, delle icone e del personal
computer. Wow! A dire il vero Gates non fu che un abile imprenditore
del proprio e, più che altro, dell'altrui talento.
L'idea di Bill fu dapprima quella di realizzare una versione
di Basic per Altair , unendo la semplicità d'uso di
quel linguaggio simbolico alla competitività del nuovo
calcolatore.
Tutto il lavoro fu purtroppo trafugato un anno più
tardi dagli stessi compagni e distribuito gratuitamente. Fu
questa una delle prime azioni storiche degli Hacker, un evento
che indusse Bill a rilasciare una lettera aperta nella quale
si evidenziava come la pratica della pirateria scoraggiasse
i programmatori, rendendo la loro fatica meno remunerativa.
Una netta smentita si sarebbe prospettata solo molto più
tardi con il successo di Linux e dell'open Source.
Frattanto i guai continuarono a seguito della inaspettata
decisione di Ed Roberts (proprietario di Altair) di chiudere
i battenti e darsi alla pediatria. La Pertec, azienda acquirente
della Mits di Roberts, tentò a questo punto di impadronirsi
per vie legali dell'operato di Bill (il porting del basic
ed un sistema capace di far comunicare l'Altair con dischi
esterni). I due vinsero la partita e passarono alla IBM.
Siamo nel 1980, l'anno della diffusione del pc a suon di Sinclair
zx81 e, successivamente, di vic20 e commodore 64.
Vi starete chiedendo cosa spinse IBM ad assumere un misconosciuto
hacker appena 25enne per curare la progettazione di un nuovo
sistema operativo?
Probabilmente l'influente mamma del suddetto giovincello,
amica della massima carica direttiva di Ibm, o almeno così
di dice.
Frattanto la Apple si faceva strada a scapito dell'azienda
concorrente, che accetto la proposta di Gates, il quale avrebbe
offerto un prodotto finito in tempi brevissimi.
In verità Bill agì d'astuzia comprando dalla
Seattle Computers il Q-Dos (quick and dirt operative system),
sorta di catenaccio informatico che egli seppe rimaneggiare
sino ad ottenere la forma nota come Ms-Dos (Microsoft Dos).
In ultima analisi Gates applicò uno stratagemma contrattuale
che gli consentì di "rivendere" liberamente
ad altri la licenza per il programma Q-Dos di Paterson, a
sua volta copiato illegittimamente dal Cp/m di Kildall. Incredibile!
Kildall reagì con tenacia fino alla morte nel 1984
ad opera di un gruppo di fanatici motociclisti che non gradirono
l'insegna "Harley" sul suo giubbotto.
Per Ibm, che aveva tentato di corromperlo con una somma di
800.000 dollari, fu una vera liberazione.
Successivamente Gates sgambettò l'Ibm con una mossa
abilissima e spregiudicata, investendo il tutto per tutto
sul proprio sistema operativo (Windows 3) e non su quello
proposto da IBM (OS/2).
Il resto è naturalmente storia. Una storia che finì
per premiare i potenti e schiacciare coloro che non disponevano
di tanta liquidità ma solo di un gran talento. Tra
gli altri "cadaveri" tecnologici che Gates si è
lasciato alle spalle, ricordiamo la Sinclair, la Atari e la
Texas Instruments.
Il basic ed Altair 8800. Il Basic non fu frutto della creatività
di Gates ma di John Kemeny e Thomas Kurtz, un assistente di
Einstein ed un suo collega, i quali,nel lontano 1964 (precisamente
alle 2 del mattino del 4 maggio) eseguirono la prima applicazione
"basica" presso il Dartmouth College nel New Hampshire
(USA). Il basic rappresentò il primo linguaggio di
programmazione "a misura d'uomo" che, sostituendo
le fila di numeri del linguaggio macchina con operatori logici
in lingua inglese, consegnò ad un vasto numero di individui
la possibilità di intervenire in questioni fino a poco
tempo prima riservate ad una strettissima cerchia di esperti.
Gates seppe coglierne la portata rivoluzionaria e le conseguenti
possibilità commerciali, soprattutto in rapporto alla
commercializzazione di Altair 8800, il primo pc di un certo
successo realizzato dalla MITS di Ed Roberts.
Il primo pc. Anche l'invenzione del pc è da attribuire
ad altri e non a Gates, più esattamente ad un vietnamita
che pubblicò in Francia un esoso e fallimentare apparecchio
chiamato Micral (1973).
Non ebbe alcun successo soprattutto per via del prezzo elevato,
circa 3 milioni di lire attuali.
Ricordiamo che il calcolatore Altair della MITS divenne molto
popolare tra gli Hacker di seconda generazione, di cui lo
stesso Gates faceva parte, anche in virtù del prezzo
accessibile. |
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Il miracolo di Warren Buffett
L'incredibile ascesa di Warren Buffett è una delle
storie del mondo della finanza che vale la pena raccontare.
Cosa avrà mai fatto questo signore americano di 71
anni per diventare la Bibbia degli investitori di tutto il
mondo?
Semplice: mezzo secolo fa iniziò la sua carriera di
investitore con circa 10 mila dollari. Oggi si ritrova con
una fortuna personale di 36 miliardi di dollari, al cambio
circa 75 mila miliardi di lire.
Ciò ne fa non solo il secondo uomo più ricco
d'America e del mondo, dopo Bill Gates, ma anche uno dei più
grandi investitori in azioni di tutti i tempi.
Buffett si è sempre occupato dei suoi investimenti,
senza mai fare altro. Ancora oggi vive in Nebraska ad Ohama,
la sua città natale, nella stessa casa che ha comprato
nel lontano 1956. Sembra che a parte l'amore per la Coca Cola,
la bistecca e gli hamburger, non abbia molti altri interessi.
Ha sempre avuto un'etica sul lavoro molto forte: non ha mai
mirato tanto al suo personale guadagno (ancora oggi Buffett
reinveste nella sua holding, la Berkshire Hathaway, il 99%
di quello che guadagna) quanto a far crescere il denaro di
quelli che lui chiama affettuosamente i suoi "partners",
che poi sono gli azionisti della sua società.
Ogni anno incontra i suoi soci. All'inizio i raduni si tenevano
nella sua casa, oggi avvengono negli stadi. Nei report annuali
che manda ai suoi azionisti, spiega perché ha deciso
di investire in una società, quali sono i business
che hanno garantito i ritorni più elevati e come si
sono comportanti i manager delle società di cui la
holding detiene delle partecipazioni.
Vi chiederete quale sia il segreto di un successo così
clamoroso e duraturo. Coma ha fatto, Buffett, a fiutare gli
investimenti giusti per decenni? La sua ricetta è semplice
e ve la raccontiamo nella news che affianca questo articolo.
Il segreto dei suoi investimenti. Warren Buffett ha sempre
applicato poche, essenziali regole.
Ha investito in aziende che capiva, o perché
era un diretto consumatore (come la Coca Cola) o perché
operavano in settori a lui familiari (ad esempio le assicurazioni
per auto). Non ha mai investito in società dell'alta
tecnologia o del settore Internet perché ammette che,
non capendole, non è in grado di valutarne il potenziale.
Ha sempre guardato al potenziale di crescita della
società nel lungo periodo, considerando ognuno dei
suoi investimenti un impegno a lungo termine paragonabile
a un matrimonio.
Non si è mai limitato a valutare il business
di una società, ma ha sempre prestato grande attenzione
alla competenza e soprattutto all'onestà del management.
È una conditio sine qua non affinché chi dirige
la società pensi in primis a creare valore per gli
azionisti e poi al proprio guadagno.
Si è concentrato su pochi titoli, per poter
seguire meglio i suoi investimenti.
Ha sempre investito in società leader nel proprio
settore, dotate di un vantaggio competitivo difficilmente
imitabile dai concorrenti.
La filosofia di Warren Buffett. Sulla ricchezza personale:
"Probabilmente voi penserete che essere ricchi come me
è una gran bella cosa, e vi dirò la verità
non è poi così brutto. Ma il fatto è
che dormo sullo stesso materasso su cui dormite voi e mangio
gli stessi hamburger che mangiate voi. Potete vivere altrettanto
bene rispetto a come vivo io. Io magari vado a mangiare da
McDonald un po' più spesso perché ne sono il
proprietario e quando esco da questa sala, invece che in auto,
torno a casa in jet privato".
Sulle cose importanti della vita: "Guadagnerete sicuramente
abbastanza denaro nella vita, non perdete tempo a preoccuparvi
per questo. Le cose veramente importanti sono la salute e
l'amore. Il denaro aiuta un po' con la salute, ma non certo
con l'amore, perché per essere amati bisogna essere
amabili e non ricchi".
Sul fare ciò che piace di più: "Non cambierei
niente della mia vita. La mia professione di investitore è
esattamente quello che mi piace fare, con tutti i soldi che
ho sarei poco saggio a non fare quello che mi piace veramente.
Penso che scegliere un lavoro oggi che non piace nella speranza
di averne uno che piace in futuro è come tenere da
parte il sesso per quando si è vecchi". |
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Tax manager, l'uomo che riduce le tasse
Ecco gli uomini delle tasse, quelli che sanno tutto in materia
fiscale. Promossi da fiscalisti a ricercati tax manager. E
non è solo il nome ad essere cambiato. Il ruolo di
un tax manager non è più limitato all'assicurazione
delle attività di compliance, a garantire cioè
che tutti gli adempimenti fiscali vengano rispettati.
Il valore aggiunto di un tax manager è nella sua capacità
di ottimizzare la leva fiscale, cioè minimizzare il
carico complessivo del gruppo. Si devono scegliere le soluzioni
più vantaggiose dal punto di vista fiscale, ma anche
quelle con le minori controindicazioni, che offrono cioè
il minor livello di rischio, sia per il presente, sia in una
prospettiva di medio/lungo periodo. Ogni azienda deve cercare
di essere il più adempiente possibile senza però
intralciare o peggio ancora frenare la propria attività
economica.
Per questo è necessaria se non indispensabile un'integrazione
con gli altri settori dell'azienda in cui il tax manager lavora.
Quella del tax manager non è infatti una semplice funzione
di staff: la divisione fiscale è sempre più
integrata alla gestione ordinaria per evitare che la variabile
fiscale diventi un limite operativo. È importante quindi
che il tax manager comprenda il business della società
in cui opera e non si limiti ad essere competente nel proprio
settore, altrimenti tornerebbe ad essere un grigio fiscalista
alieno dalle problematiche globali della sua azienda.
La componente fiscale è oggi in grado di condizionare
le scelte aziendali assumendo un ruolo strategico nell'ambito
della gestione e pianificazione finanziaria dell'azienda.
In Italia in particolar modo le norme fiscali cambiano alla
velocità della luce e la regolamentazione è
incredibilmente farraginosa e complicata tanto da ripercuotersi
sul costo finale del prodotto o del servizio, e in alcuni
casi ne impedisce addirittura il lancio. Il tax manager è
quindi a stretto contatto con il consiglio d'amministrazione
e con le strategie aziendali.
Solo negli ultimi anni il ruolo dell'esperto di tasse ha cominciato
ad essere apprezzato e riconosciuto anche se le retribuzioni
sono ancora distanti dai colleghi del marketing o della finanza.
Sono inoltre soltanto le aziende grandi, o medio-grandi che
internalizzano la funzione del tax manager che resta, nella
maggior parte dei casi, un consulente esterno.
Come si diventa manager delle tasse? Tax manager non
si nasce. Vediamo allora come ci si diventa. Diventare responsabili
fiscali di una grande azienda richiede prima di tutto un'ottima
preparazione. Si comincia da una laurea in giurisprudenza
o economia e commercio. Ma il pianeta tasse è davvero
complesso, diventa quindi necessario sviluppare approfondite
conoscenze in materia di normativa civilistica e fiscale,
un master in diritto tributario è perfetto! Poi si
comincia con la consulenza, meglio se in una delle grandi
società di revisione dove si possono imparare tecniche
di contabilità e bilancio e soprattutto si impara a
lavorare in team e magari si ha anche la possibilità
di lavorare all'estero e conoscere realtà diverse.
I conti in tasca al tax manager. I tax manager dicono
di loro stessi che sono molto temuti ma poco stimati. Lamentano
retribuzioni decisamente inferiori ad esempio a quelle dei
responsabili marketing o finanza. Il tax manager di una grande
azienda guadagna in media 200 milioni lordi all'anno, a questi
va aggiunta la componente variabile che tra stock optino e
premi vari si aggira intorno al 20-30% dello stipendio base.
Il peso del bonus sulla retribuzione complessiva dipende dall'importanza
che una società attribuisce alle attività di
tax manager, intese in senso globale, cioè non solo
come funzione di garanzia del rispetto degli adempimenti previsti
dalla legge, ma anche come consulenza e supporto nelle scelte
strategiche e come ottimizzazione del carico fiscale. |
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J.P. Morgan: lo zio Paperone d'America
Aveva ragione Adam Smith? Può l'interesse individuale
trasformarsi in benessere collettivo? Ecco la storia di
un uomo che dell'assunto smithiano ha fatto una filosofia
di vita diventando un grande protagonista della storia economica
degli Stati Uniti. John Pierpont Morgan (1837-1913) visse
a lungo in Europa, studiò in Inghilterra ed in Svizzera
e frequentò l'Università in Germania, a Gottingen,
dove si laureò nel 1856. Tornò in America
nel 1859 e cominciò la sua ascesa commerciando cotone.
A
cavallo tra l' '800 e il '900 questo personaggio controverso
e contraddittorio riuscì a trasformarsi da semplice
imprenditore a finanziere di successo, diventando uno degli
uomini più ricchi del mondo e il banchiere più
importante in assoluto. Fu lui a risollevare le finanze
degli Stati Uniti, permettendo a un'intera nazione di uscire
da una situazione di indebitamento per entrare in una condizione
di autosufficienza economica. Inoltre, grazie al suo straordinario
fiuto per gli affari nacquero in America compagnie come
la General Electric e la U.S. Steel, l'acciaieria più
importante d'America, che ebbe un boom in occasione della
costruzione della grande rete ferroviaria che attraversa
il Paese. Fu Morgan infatti a convincere i governi dell'importanza
di quel collegamento e fu lui a seguirne gran parte della
costruzione.
Le
titaniche ricchezze che accumulò nel corso della
sua vita furono però non soltanto frutto di una rara
perspicacia affaristica ma anche di un approccio "smithiano"
all' economia del Paese: Morgan fu sempre convinto che quello
che era un bene per lui si trasformasse in ricchezza per
il Paese. In un certo senso aveva ragione, la storia economica
e finanziaria degli Stati Uniti venne costantemente condizionata
nel suo processo di crescita, dal suo personale tornaconto
e dal suo profitto. Verso la fine della sua vita si rese
probabilmente conto della sterilità del patrimonio
accumulato e diventò un appassionato collezionista
d'arte: raccolse quadri, sculture, libri di impagabile bellezza
e valore.
J.P.Morgan
oggi: una grande banca d'investimenti. Oggi "JP
Morgan" è il nome di una grande società
finanziaria, punto cruciale nella circolazione del denaro;
non solo, essa si occupa di fornire rating, dare cioè
valutazioni e giudizi sulle società quotate e non.
I suoi rating sono tra i più apprezzati ed attendibili
del settore. Nel campo del risparmio gestito, la JP Morgan
ha sul mercato centinaia di fondi e sicav di diritto estero
che investono in qualsiasi area geografica del mondo ed
in svariati settori specializzati. Tali servizi finanziari,
vista l'importanza del nome, vengono venduti anche in Italia
dalle principali banche del nostro Paese. La banca d'affari
JP Morgan è anche sostenitrice, tramite investimenti
propri, dello sviluppo economico di alcune aree geografiche
ad alto potenziale di crescita, come ad esempio l'Estremo
Oriente. Per la grande esperienza nel settore della finanza
"totale" la JP Morgan vanta analisti e broker
di altissimo livello provenienti dalle maggiori università
di economia del mondo.
Una
nuova biografia per JP. Jean Strouse si avventura in
una approfondita ricerca sulla vita del banchiere e finanziere
che ha aiutato l'America ad evitare un crack che poteva
essere ben più grave di quello del 1929. Strouse
racconta di come Morgan abbia al tempo stesso colto l'occasione
per prendere il controllo della Borsa grazie ad una serie
di prestiti in oro che risanarono le finanze pubbliche.
Strouse si sofferma sull'eclettica personalità di
Morgan e sul suo grande amore per l'arte, che lo portò,
alla morte, a donare tutto il suo patrimonio artistico al
Metropolitan Museum di New York. La simpatia nei confronti
del personaggio nasce proprio da questa particolare caratteristica
di Morgan, che ha sicuramente contribuito a renderlo più
amato.
La
Morgan Library di New York. Dalla grande passione dell'eclettico
J.P. Morgan per l'arte ed il collezionismo, è nata
la Morgan Library, tuttora importante punto di riferimento
per la vita culturale di New York. La Morgan Library era
lo studio privato del grande banchiere, nel 1906 fu ristrutturata
per accogliere ed esporre al pubblico i pezzi migliori della
sua collezione privata d'arte e libri rari. Oggi la Morgan
Library è una vera e propria galleria che ospita
mostre permanenti e temporanee soprattutto di pittura e
stampa antica. L'antico studio del grande finanziere lascia
davvero stupiti i visitatori: la sala di lettura è
tappezzata di damasco rosso, con scaffali in mogano che
raccolgono rarissimi libri e manoscritti storici. Nulla
è lasciato al caso e perfino il soffitto è
decorato da un affresco del XVI secolo, probabilmente realizzato
da un italiano.
Il
naufragio scampato. La vita di Morgan sembra aver attraversato
gli eventi più importanti e famosi della storia americana
tra '800 e '900. È stata una serie incredibile di
coincidenze a tenere lontano dal disastro del Titanic il
facoltoso finanziere. Infatti, a causa di alcuni contrattempi
d'affari, non riuscì a salire a bordo il 15 aprile
1912, giorno del viaggio inaugurale. A Morgan, uno dei finanziatori
più importanti del Titanic, era stata naturalmente
riservata la migliore suite di bordo. Possiamo immaginare
con quale disappunto fu costretto a cancellare la prenotazione
per un viaggio così importante a bordo del transatlantico
di cui lui stesso aveva reso possibile la costruzione. La
fortuna sembrò baciarlo nuovamente e quel 15 aprile
1912 Morgan rimase con i piedi sulla terraferma.
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Etna Valley: il silicio sotto il vulcano
La storia del successo di questo luogo comincia agli inizi
degli anni '80. Siamo a Catania, una città che sta
cominciando a cambiare: non più solo boss, mafia
e omicidi, ma una nuova voglia di vita, cultura, tecnologia
ed innovazione.
Scommettere su una realtà ancora così delicata,
così in bilico tra passato oscuro e futuro promettente,
non deve essere stato facile neanche per chi coltivava sogni
ambiziosi come Pasquale Pistorio. Il sogno era quello di
creare un'Etna Valley, far crescere proprio a Catania uno
dei poli tecnologici più avanzati del Paese. Fare
insomma concorrenza ai grandi centri della high technology.
Un sogno che sembrò velleitario a molti e che invece
è diventato realtà nell'arco di poco più
di un decennio, grazie ad una sorta di miscela positiva.
La new economy ha trasformato l'area attorno a Catania nella
culla nazionale dell'hi-tech grazie alla presenza di imprese
italiane e straniere come Ibm, Jp Morgan, Ge Capital, Nokia,
Alcatel, Canon, Omnitel e St Microelectronics. E proprio
la siciliana St Microelectronics di Pasquale Pistorio sembra
aver guidato la riscossa economica dell'isola.
Il primo insediamento di St Microelectronics nasce a Catania
nel 1961. È una fabbrica di transistor della Ates.
Nel corso degli anni '60 e '70 Catania resterà per
la Ates un'unità esclusivamente produttiva, anche
perché in quegli anni la Sgs Ates subì un
pesante processo involutivo e fu costretta ad abbandonare
ogni ambizione di presenza multinazionale. Intanto il personale
a Catania cresceva a dismisura: 2000 unità. Arrivarono
poi gli anni '80 e qualcosa sembrò risvegliarsi:
inizia l'opera di innovazione e rilancio dello stabilimento
catanese. Ora il cuore dello stabilimento passa dall'assemblaggio
di componenti alla funzione tecnologicamente avanzata di
diffusione di chip su fette di silicio. Nasce l'attività
di ricerca e sviluppo di prodotti ad alto valore aggiunto,
lo stabilimento di Catania si trasforma presto in un'unità
integrata e fortemente autonoma, diventa responsabile di
ricerca, sviluppo, produzione e marketing a livello mondiale
per una vasta gamma di prodotti.
Nel 1995 si ha un'impennata di assunzioni ed attività,
nel 1997 il sito di Catania è all'avanguardia del
processo tecnologico dei semiconduttori e conquistando il
settimo posto nella classifica mondiale dei produttori di
chip.
L'ambizione è oggi quella di realizzare il più
avanzato complesso manifatturiero ad altissima tecnologia
esistente in Europa e nel mondo. Detto fatto: a febbraio
sono infatti partiti i lavori per il nuovo impianto, denominato
M6; l'investimento è di 1,5 miliardi di dollari (pari
a circa 3mila miliardi di lire), nell'arco del quinquennio
2001-2005.
La ricerca e gli investimenti ad essa destinati hanno giocato
un ruolo importante in questa crescita tecnologica: l'investimento
per la ricerca nello stabilimento catanese è pari
all'1% delle spese di ricerca industriale nell'intera nazione!
Il nuovo stabilimento impiegherà le tecnologie più
avanzate oggi disponibili al mondo: geometrie da 0,13 a
0,1 micron per processare fino a 9mila fette di silicio
ogni settimana da otto a dodici pollici (da 200 a 300 millimetri).
Il Modulo 6 è destinato alla produzione di memorie
flash ed altre memorie non volatili (dispositivi a semiconduttori
che non perdono il contenuto di informazioni in mancanza
di energia) di cui la ST è il secondo produttore
mondiale. "Con il modulo di Catania - ha detto Pasquale
Pistorio - puntiamo a diventare primi, conquistando nuove
quote di mercato. Ogni investimento che abbiamo effettuato
a Catania ha confermato che questo è uno dei luoghi
più interessanti al mondo per le industrie ad alta
tecnologia: per la disponibilità delle risorse umane,
l'eccellente ruolo dell'Università e il rapporto
di collaborazione con gli enti locali".
Alla St Microelectronics la parola d'ordine per essere concorrenziali
è "usare il cervello", soprattutto visto
il patrimonio intellettuale della regione.
Pasquale Pistorio: creatività, ambizione ed intelligenza.
Comincia nel 1963 con una laurea in ingegneria ad indirizzo
elettronico al Politecnico di Torino. Inizia la carriera
professionale come venditore di semiconduttori per un agente
della Motorola di Torino, poi si trasferisce a Milano.
Nel
1976 entra nella Motorola e, nel giugno 1970, è nominato
direttore marketing per l'Europa.
Pistorio
sale velocemente i gradini fino alle posizioni di vertice:
direttore mondiale per il marketing a Phoenix in Arizona,
e vice presidente della Motorola Corporation. Nel novembre
1978 diventa direttore generale dell'International Semiconductor
Division di Motorola e responsabile per la progettazione,
la produzione ed il marketing di tutte le aree al di fuori
degli Stati Uniti.
Nel
maggio 1987 viene nominato presidente e Ceo (capo dell'ufficio
esecutivo) della SGS-THOMSON Microelectronics, la multinazionale
di semiconduttori nata dalla fusione tra la SGS italiana
(Iri-Finmeccanica) e la francese Thomson Semiconducteurs
(Thomson SA). È qui che Pistorio dà il meglio
di sé. "La persona - spiega Pistorio - viene
anzitutto: se vuoi che gli altri ti seguano, occorre che
tu sappia stabilire con loro un rapporto diretto basato
sul rispetto della persona, delle sue competenze, del suo
ruolo". Questa è la sua filosofia, una filosofia
che ha dato i suoi frutti.
L'ultima frontiera del silicio. Chip sempre più
veloci e computer incredibilmente più potenti grazie
ad un laser al silicio che renderà concreto il sogno
di realizzare microchip mille volte migliori degli attuali
e infinitamente piccoli, di dimensioni inimmaginabili. I
ricercatori dicono che presto saranno in grado di fabbricare
un laser al silicio, questo vuol dire che sarà possibile
integrare laser e microprocessori in uno stesso chip. Per
farla più difficile, sarà possibile utilizzare
al tempo stesso fotoni ed elettroni.
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La Tatcher della finanza
Clara Furse è dal 1° febbraio di quest'anno la
prima donna nella storia della Borsa Valori di Londra ad occupare
la prestigiosa carica di esecutivo principale. Sulle pagine
dei quotidiani sono apparsi titoli come "Una donna alla
guida del club per soli gentiluomini".
Il posto era vacante dal settembre dell'anno precedente, da
quando il vecchio capo Gavin Casey si era ritirato dopo il
fallimento della fusione con la Borsa di Francoforte.
Clara, nata in Canada da genitori olandesi, di spirito calvinista,
ha sempre avuto un carattere forte e pronto a raccogliere
le sfide che la crescita professionale le presentava. Nell'ambiente
è stimata soprattutto per essere una donna di polso
e affabile nello stesso tempo.
Malgrado la sua mancanza di esperienza all'interno del mercato
borsistico, molti azionisti la hanno descritta come altamente
competente. Ma il suo compito non sarà facile: la Borsa
di Londra, pur essendo seconda solo a Wall Street, è
ormai obsoleta e i cambiamenti da realizzare sono tanti. Innanzitutto
dovrà adeguarla alle nuove tecnologie, un compito che
dovrebbe rivelarsi abbastanza semplice per lei che conosce
perfettamente il mondo dell'IT e dei media.
Obiettivo da raggiungere?
Rinforzare la potenza della Gran Bretagna nel commercio europeo.
In particolare, contribuire a forgiare una strategia vincente
che sia di stimolo ad un'industria sempre più competitiva.
Tra le previsioni future anche la possibilità di un'associazione
o persino una fusione con il Nasdaq degli Stati Uniti.
Clara ha dunque il difficile compito di portare ordine all'interno
di una confusa e vasta chiesa, che mescola i mediatori domestici
e le banche globali, ognuno con obiettivi diversi e spesso
in contrasto.
Chi è Clara Furse? Canadese di origine olandese,
Clara Furse, 43 anni, madre di tre bambini, ha una reputazione
straordinaria. Da vent'anni nella City, ha fatto carriera
discretamente. Ha studiato alla London School of Economics.
È stata vice-presidente del Liffe, London International
Finance Futures and Options Exchange dal '97 al '99, guidandolo
con successo attraverso una radicale rivoluzione tecnologica.
Ma non è un'oscura tecnocrate. Famosa per l'intelligenza
tagliente come un rasoio, Furse è anche una che non
ha paura di farsi dei nemici. Soprannominata axe-woman, la
donna con l'ascia, di teste ne ha tagliate parecchie. Da capo
esecutivo del Crédit Lyonnais Rouse, che si occupa
degli strumenti finanziari derivati, ha ringraziato e salutato
il 60 per cento dello staff. Il suo coraggio e la sua durezza
sono le qualità indispensabili per un capo che dovrà
sbarazzarsi degli interessi particolari delle fazioni che.governano
la Borsa di Old Broad Street. Clara parla cinque lingue: inglese,
francese, tedesco, spagnolo e olandese. Infine, il suo profilo
internazionale soddisfa anche l'esigenza per Londra di una
mentalità meno insulare.
La borsa di Londra: 200 e più anni di storia!
L'indirizzo storico del London Stock Exchange è Old
Broad Street. Ma la prima Borsa valori fu fondata in Threadneedle
Street nel 1773. Prima ancora, nel XVII e XVIII secolo, gli
agenti di cambio si incontravano nei caffè della City.
Fino al 1914 il London Stock Exchange fu il più grande
del mondo; ora è il terzo dopo Tokyo e New York. L'edificio,
che risale al 1969, era la sede della frenetica sala degli
scambi; nel 1986 le procedure furono computerizzate e la sala
perse la sua utilità. La galleria del pubblico rimase
aperta per un breve periodo e fu chiusa a seguito di un attentato
terroristico mancato. Purtroppo oggi l'edificio è chiuso
al pubblico. |
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Ricchi e potenti con la new economy
In Italia la new economy tira ed è fonte di colossali
affari, oltre che di qualche sonoro tonfo. Ma al suo interno
quali sono i settori che più conteranno nei prossimi
anni? In altre parole, dove conviene puntare per diventare
protagonisti del business?
In cima alla lista ci sono certamente l'Umts e la "conversione"
al web delle grandi aziende, ma anche la fornitura dei ferri
del mestiere, cioè hardware e software, è una
strada che vale la pena percorrere.
Iniziamo dall'Umts che, dopo aver dissanguato decine di mega
imprese in tutta Europa, ha tutte le carte in regola per trasformarsi
in un forziere cui attingere ricavi a piene mani. Si prevede
che in futuro un gestore otterrà 10 lire da un minuto
di traffico telefonico tradizionale e ben 300 da un minuto
di traffico di Umts, senza considerare le transazioni di commercio
elettronico e la pubblicità.
È presumibile che, se il nuovo servizio sfonderà,
i top manager Umts saranno tra i più pagati e i più
potenti del mercato. La loro sfida sarà non solo di
arrivare ai consumatori prima dei concorrenti, ma di convincere
gli italiani della convenienza del servizio. Nessun dubbio
sull'appeal dell'Internet mobile, ma i costi per gli utenti
saranno considerevoli, per cui la campagna pubblicitaria sarà
assolutamente fondamentale.
Altro settore vincente sarà quello del trasferimento
dalla old alla new economy dei grandi colossi della finanza,
dei trasporti, dell'energia, dei servizi. Chi riuscirà
a rendersi protagonista di questo colossale rinnovamento guadagnerà
quasi certamente posizioni di vertice nella gerarchia economica,
potendo sfruttare le migliaia di miliardi che soprattutto
i big del credito e dell'editoria metteranno in gioco per
arricchire la propria offerta.
Già molti gruppi bancari hanno investito massicciamente,
ma il più deve ancora arrivare, considerando che gran
parte della galassia assicurativa è ancora estranea
a Internet e prima o poi dovrà entrare in Rete. Non
dimentichiamo, poi, che i colossi del settore automobilistico
si stanno "new economizzando" su larga scala. La
Fiat, per esempio, fino al 2003 investirà quasi 500
miliardi.
I "padroni" del futuro. Chi è Vincenzo
Novari? E il nome Mauro Sentinelli vi dice qualcosa? Sono
rispettivamente l'amministratore delegato di Andala, il consorzio
che ha vinto una delle concessioni Umts e che presto si chiamerà
H3G Italia, e il direttore generale di Tim, incaricato di
seguire il lancio della telefonia di terza generazione. Sono
tra i manager di cui sentiremo molto parlare in un prossimo
futuro, in quanto strateghi dei servizi iper tecnologici che
ci cambieranno la vita.
Ovvio che non siano gli unici, ma certamente sono tra i più
influenti. Stesso discorso per chi comanda le cosiddette Internet
Bank: Alessandro Foti, patron della Fineco, e Ennio Doris,
di Mediolanum, sono ottimi rappresentanti di una schiera di
"e-banchieri" destinati a contare in modo crescente.
Figure emergenti sono anche i responsabili del business on
line per i giganti dell'energia, tra cui Luigi Salvador (Agip)
e Gadiel Toaff (Enichem).
Negli Usa stipendi da capogiro. Quasi 18 milioni di
dollari a testa in un anno, più o meno 36 miliardi
di lire. È quanto hanno incassato nel 1999, secondo
un'analisi del quotidiano Usa Today, i 200 manager meglio
pagati d'America. Ma fra i top manager della new e della old
economy il divario è stato notevole: per i primi, infatti,
la media è stata di 46 milioni di dollari annui, per
gli altri di "soli" 13 milioni.
In testa alla classifica, con sette esponenti fra i primi
dieci, ci sono i capitani della nuova economia. I più
ricchi diventano di anno in anno sempre più giovani:
quattro dei primi dieci, infatti, hanno meno di 50 anni. A
guidare la top ten dei paperoni è stato Timothy Koogle,
il capo del portale Internet Yahoo!, che ha battuto uno dei
suoi più agguerriti concorrenti, Steve Case, alla guida
di America Online.
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E-TREE, la "compagnia che non dorme mai"!
Da Srl a Spa con un aumento di capitale da 25 milioni di lire
a più di 2,3 miliardi di lire. Questo il risultato
finanziario di una webcompany che, nata poco più di
due anni fa, ha avuto una crescita economica velocissima:
dai 320 milioni di lire di fatturato dell'esercizio 1998,
dopo solo 3 mesi dall'apertura, ai 3,2 miliardi di lire del
1999, fino ai circa 20 miliardi del 2000, registrando così
una crescita del 500% rispetto all'anno precedente.
Questa è la storia di un gruppo di persone giovani
e entusiaste che della new economy hanno fatto una filosofia
di vita, e che sono riuscite ad applicare con successo l'innovazione
tecnologica all'interno del rigido mondo del business.
Nata a Treviso nel settembre del 1998, E-TREE realizza portali
verticali e orizzontali personalizzati ad alta innovazione
tecnologica per il business to business e il business to consumer.
Andersen Consulting, Finmatica, Il Sole 24 Ore, sono solo
alcuni nomi prestigiosi della lista dei suoi clienti. Ma E-TREE
è diversa dalle altre web agency si contraddistingue
immediatamente per il clima di informalità che regna
in azienda. Il direttore dell'agenzia Riccardo Donadon spiega
di essere stato influenzato in questo senso dalla sua precedente
esperienza in Benetton, dove rigidità e gerarchie non
erano di casa.
Dunque libertà e responsabilità (quasi) totale
per i dipendenti di E-TREE, che sono trainati dalla passione
per tutto quello che odora di pc e guidati dall'aspettativa
del premio finale. Alla fine del 2000 la compagnia ha superato
i 20 miliardi del budget annuo e il direttore ha regalato
a tutti 7 mensilità in più.
"No-sleeping company" è uno slogan che dimostra
come il team sia sempre pronto a lavorare sulle emergenze
e a battere sul tempo tutti i concorrenti. Il fatto di vivere
di corsa, sembra divertire i giovani dipendenti dell'azienda
che da appassionati di computer sono diventati dei veri e
propri maghi di Internet, grazie anche alla formazione e alle
specializzazioni conquistate negli Stati Uniti.
L'organizzazione del lavoro si basa su progetti, ognuno dei
quali raccoglie un gruppo di lavoro che sta insieme per sette,
otto settimane al massimo, poi tutto deve essere online. E
quando parte un progetto tutte le energie sono dedicate all'obiettivo
finale: niente orari e la vita privata si trasferisce nell'ex
fonderia ristrutturata di E-TREE, a partire da Donadon che
pur avendo solo 33 anni è il più vecchio di
tutti. Lavoro e vita privata si fondono sempre più
in un intreccio inscindibile. E ci chiediamo: ma l'espressione
"tempo libero" ha ancora un qualche significato
per questi volontari della new economy?
L' originalità della sede. Il motivo sono i
150 dipendenti di cui almeno un terzo provenienti da varie
parti d'Italia quasi tutti under 30. Queste persone alloggiano
in 14 appartamenti a Treviso ma trascorrono molto tempo in
azienda perché lo trovano divertente, e forse perché
ricostruirsi una vita in una nuova città è difficile
ed è più facile legare con le persone con cui
si è più a contatto. E-TREE ha la sua sede operativa
in quattro spazi open space (lofts) di più di 4000
mq dove lavorano tutti i dipendenti a seconda delle varie
competenze tecniche e creative. Il primo loft è anche
il più vecchio, ha 700 mq che alle origini sembravano
infiniti, ma poi lo spazio un po' alla volta è stato
occupato ed è venuto a mancare perché il personale
aumentava e anche le esigenze operative. Oggi è disseminato
di scimmie: da quelle di peluche che pendono dal soffitto
a quelle disegnate nelle pareti. Il loft numero due è
nato a luglio del 1999 ed è occupato da WEBANANA, la
divisione grafica e creativa. C'è una pista polystil,
letti a castello, biliardo e calcetto balilla. Il terzo loft
si chiama HEADQUARTERS, e si estende su 700 mq dedicati a
coloro che ricoprono le diverse funzioni della struttura di
E-TREE. C'è una cantinetta, due tavoli da ping-pong,
sedie colorate ovunque. Infine, l'ultimo loft è quello
più grande: 2000 mq open space che possono arrivare
ad ospitare 192 posti di lavoro. Si tratta di un vecchio bowling
adesso ristrutturato. C'è un giardinetto Zen, una palestra,
due calcetto balilla, un soppalco Austin Power style, un bar
e due piste da bowling in onore della vecchia gestione.
Una nuova tecnica di recruiting. Al Bar Le colonne di
Milano e alla Vineria Reggio di Campo dei Fiori a Roma si
sono presentati un gran numero di ragazzi esperti di Internet,
pronti a dare il proprio curriculum per entrare nella società
trevigiana. L'invito a presentarsi in vineria è arrivato
sottoforma di email a tutte le persone che avevano risposto
alle inserzioni di ricerca di personale comparse sul sito
di E-TREE. I tavolini dei bar sono stati occupati da ragazzi
che invece di parlare delle solite cose stavolta parlavano
di Internet e delle loro esperienze professionali. In questo
modo "l'impresa-casa" è riuscita a destrutturate
anche un altro dei pilastri della old economy: il colloquio
di lavoro formale e studiato, morte della spontaneità
e fonte di imbarazzo per molti giovani che cercano lavoro.
Non solo. Ma l'attenzione per le risorse umane ha dato ad
E-TREE un turnover pari a zero e l'azienda vuole mantenere
questo piccolo record. |
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Richard Brenson, con una nonna così…
Compiuti i 99 anni, la nonna di Richard Branson gli scrisse
per comunicargli che gli ultimi dieci anni erano stati i migliori
della sua vita. Del resto si vive una volta sola, tanto vale
impegnarsi al massimo per trarne tutte le soddisfazioni possibili.
E sembra appunto che ai consigli della simpatica vecchietta
sia improntata tutta la vicenda personale del grande imprenditore
inglese.
La lista di successi è appunto imbarazzante. La Virgin,
casa discografica e compagnia aerea, è da poco approdata
sul web e può fregiarsi di 5500 famiglie londinesi
che utilizzano la rete per pagare la propria bolletta per
gas e telefonia; una ulteriore vittoria. Questo benché
per sua stessa ammissione Branson fosse del tutto a digiuno
di telematica e multimedialità avanzata. Sul sito www.virgin.com
Branson ha trasferito il proprio principio informatore ed
ha raccolto consensi unanimi da parte dei colleghi e del pubblico.
Pare insomma che l'assenza di business planning, l'antimetodo
e l'estremo slancio creativo abbiano conferito alla compagnia
britannica quella flessibilità e quella dinamicità
che manca a molte altre multinazionali statunitensi.
Ma le sorprese non finiscono qui. La carriera scolastica del
piccolo Richard non fu brillantissima, tutt'altro. Gli studi
rappresentarono per lui un vero e proprio incubo ed il fallimento
dei test di intelligenza fu occasione di una certa mortificazione.
In realtà questi strumenti erano incapaci di cogliere
lo spirito ambizioso e l'estro irrefrenabile che costituiscono
i presupposti irrinunciabili del successo. Ironicamente, proprio
in quegli anni il talento di Branson iniziò a mostrarsi.
Tutto ebbe inizio con la pubblicazione del giornale scolastico
che avrebbe dovuto centrare la propria attenzione sugli studenti
e sulla comunità, piuttosto che sulle questioni meramente
amministrative. Presto l'intraprendenza di Richard e del suo
compagno Gems lo arricchirono di interviste a rockstar e membri
del parlamento, sponsorizzazioni di rilievo, tanto che la
pubblicazione amatoriale si trasformò presto in un
vero e proprio successo editoriale. A dirla tutta, senza il
sovvenzionamento dei genitori i due ragazzi non sarebbero
arrivati lontano. La mamma di Richard investì nell'operazione
4 pounds (12000 lire circa) ed in un certo senso l'enorme
fortuna del figliolo prese le mosse da quelle 4 sterline.
Dopo l'incoraggiamento del preside (che confessò ai
due studenti che a suo avviso sarebbero potuti diventare indifferentemente
criminali oppure milionari) Richard e soci si appropriarono
di un magazzino al piano superiore di un negozio di scarpe
che avrebbero trasformato in un negozio di dischi economici.
Fu loro concesso di non pagare l'affitto dato che il traffico
di giovani acquirenti che sarebbe affluito al primo piano
avrebbe ripagato il proprietario del fastidio di dover rinunciare
al magazzino superiore.
L'iniziativa avrebbe dovuto intitolarsi "slipped disc"
(più o meno "dischi che precipitano") e fu
prontamente rinominata "Virgin" dato che tutti i
soci erano praticamente vergini al mondo degli affari. Si
trattò di una fortunata coincidenza, dato che una compagnia
aerea "dischi che precipitano" sarebbe stata presumibilmente
meno attraente di "Virgin airlines". Di lì
i successi si susseguirono a ritmo serratissimo: una compagnia
discografica, una compagnia aerea, transatlantici, hotel,
fino alla celebre bibita "virgin cola". Non credevate
fosse possibile? Spesso l'entusiasmo riesce a fare grandi
cose.
Virgin nel pallone. Lo Zeppelin rosso fuoco (una scelta
sinceramente un po' inquietante) avrebbe dovuto accogliere
una folla di visitatori paganti desiderosi di ammirare la
planimetria del proprio giardino da una prospettiva diversa
da quella consueta. Vuoi mettere da 300 metri di altezza che
piacere indicare ai parenti la siepe appena potata e la piscina
in piastrelle colorate? L'iniziativa fu di fatto realizzata
e riscosse ovviamente un gran successo. Sul sito www.virginballoonflights.com
è possibile controllare la disponibilità dei
posti e le tariffe (tutte ovviamente andata e ritorno). Se
non siete milionari non è un problema: per poter guadagnare
un proprio posto in cima al mondo bastano 450.000 lire.
Quando l'impresa non basta. Nel 1995, mentre la Virgin
fatturava complessivamente introiti per oltre un milione e
mezzo di sterline, Branson già annoverava tra le proprie
conquiste imprenditoriali la catena dei Virgin Megastore,
Virgin Atlantic Airlines, V2 Records e Virgin Net. Meno noto
è il coinvolgimento del business man britannico nel
sovvenzionamento di molti istituti no profit e servizi di
assistenza tra cui l'Healthcare Foundation, che si batte contro
la diffusione del fumo tra i giovani in collaborazione con
Parents Against Tobacco. Branson è inoltre un fervente
sportivo: è appassionatissimo di tennis, montagna e
sport acquatici. Le sue ambizioni in questo campo lo hanno
spinto a solcare l'Atlantico a bordo del proprio pallone aerostatico
in compagnia del veterano Per Lindstrand alla conquista di
un record battuto solamente nel 1991. A sconfiggerlo fu invariabilmente
lui stesso affrontando il Pacifico in un viaggio di oltre
seimila miglia. Un ulteriore primato riguarda la velocità
con cui è stato in grado di attraversare l'oceano sulla
sua barca Virgin Atlantic Challenger 2. Attualmente si sta
accingendo a partecipare per la terza volta al Global Challenge
("giro del mondo") e siamo certi ci regalerà
un'altra fantastica vittoria. |
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Ottobre 1929: quando il mondo vacillò
Poche volte il mondo ha vacillato in maniera così preoccupante
come negli anni tra il 1929 e il 1932. Quattro tremendi anni
seguiti al crollo di Wall Street, la Borsa americana già
allora cardine delle relazioni finanziare del pianeta. Ma
in cosa consistette la cosiddetta crisi del '29? Le cause
vanno cercate nel caos economico prodotto dalle devastazioni
della prima guerra mondiale, mai sanato completamente nel
decennio successivo.
Su queste fragili fondamenta, la fiducia nelle banche cominciò
a venir meno: la gente, temendo che gli istituti di credito
non fossero più capaci di onorare i pagamenti, iniziò
a ritirare tutti i risparmi. Si formarono file agli sportelli,
lungo le strade, di persone e famiglie che andavano a riprendersi
i propri depositi per paura di perderli. Se già c'era
il rischio di crisi, in tal modo essa si determinò
con certezza, perché le banche, a quel punto, effettivamente
non ebbero più capacità di solvenza.
La crisi esplose sotto forma di un fulmineo crollo dei prezzi,
dapprima nel settore agricolo. Nell'ottobre del '29 l'ondata
raggiunse la Borsa di New York, travolgendo anche i valori
industriali e dilagando poi nel resto del mondo. Per mancanza
di acquirenti il grano e il caffè vennero gettati a
tonnellate nei forni o nel mare, nel tentativo disperato di
farne risalire il prezzo, industrie di ogni tipo dovettero
sospendere la produzione, lasciando sul lastrico milioni di
disoccupati. La paralisi dei commerci trascinò in rovina
una quantità incalcolabile di imprese.
Il mondo non seppe reagire nel migliore dei modi. Non fu raro
che, in preda al panico, i vari paesi cercassero di salvare
se stessi senza mirare ad una soluzione globale, come gli
eventi imponevano. Per cui una nazione poteva prendere delle
contromisure senza considerarle in rapporto ad altri stati,
anzi spesso a loro discapito. Molti storici sono convinti
che questa incapacità di far fronte comune ad un flagello
di portata così gigantesca sia uno dei presagi della
seconda guerra mondiale.
L'Italia sull'orlo del collasso. L'onda travolgente
della crisi del '29 si abbatté anche sull'Italia. Per
salvare il salvabile il nostro paese ricorse alla deflazione
della moneta, cioè al ritiro della moneta circolante,
con conseguente rivalutazione del potere di acquisto di quella
ancora in circolazione. Inoltre prese il via una politica
autarchica, ossia uno sforzo nazionale per essere autosufficienti.
Ma gli effetti più pesanti si fecero sentire all'inizio
del decennio successivo. Nel 1932 la produzione industriale
italiana scese al 60% di quella antecedente il crollo di Wall
Street, mentre la disoccupazione raddoppiava. Si faceva la
coda per un posto di spalatore di neve nelle città,
chiudeva una fabbrica dopo l'altra, si arrivò alla
distribuzione di pane gratis. Le grandi industrie invocavano
l'intervento pubblico, il mercato non c'era più. Era
opinione che dovesse essere lo Stato a comprare, a salvare,
a ricostruire con il denaro dei cittadini: col fascismo era
finita l'epoca del liberismo.
Una piccola strada al centro del mondo. Wall Street
è una piccola strada situata nel Financial District,
il quartiere finanziario di New York, nella parte meridionale
di Manhattan. Prende il nome da un muro (in inglese, wall)
eretto dagli olandesi nel 1600 per difendere la loro città
dagli attacchi degli indiani. Nel 1792 alcuni uomini si incontrarono
al 68 di Wall Street con l'intento di scrivere le regole per
la gestione del commercio dei titoli (Buttonwood Agreement).
La riunione diede origine alla Borsa Valori di New York, la
più importante del mondo: il New York Stock Exchange.
L'edificio che ospita la Borsa risale al 1903. La strada è
sede anche di numerose banche americane e filiali di istituti
internazionali. Anche per questo è affollatissima durante
i giorni lavorativi e quasi deserta di sera e nei festivi.
Da decenni è universalmente considerata il centro dell'alta
finanza americana e mondiale, oltre che il simbolo della potenza
economica statunitense.
Wall Street è uno dei simboli di New York in quanto
l'immagine tipica dei bagarini frenetici che contrattano i
titoli appare ogni giorno sugli schermi televisivi di tutto
il mondo. L'andamento dei mercati mondiali dipende proprio
da quello che succede in questa piccola via di New York. |
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Renato Soru: "le idee valgono più dei quattrini"
Sanluri non è un paese qualsiasi nella storia sarda:
ancora oggi si ricorda "Su Occidroxiu", lo Scannatoio,
dove nel 1409 gli Aragonesi sconfissero definitivamente i
seguaci di Eleonora D'Arborea. Siamo a 40 km da Cagliari ed
è qui che Renato Soru nasce, il 6 agosto 1957.
A guardarlo sembra un uomo come tanti, dimostra meno dei suoi
43 anni e non ha per niente l'aspetto di un grande imprenditore,
quale in realtà ha dimostrato di essere.
La sua storia è improntata all'eclettismo ed allo spirito
imprenditoriale fin dall'inizio. Già durante gli studi
a Milano restò affascinato dalle potenzialità
della grande distribuzione ed aprì in Sardegna uno
dei primi supermercati con il quale ottenne subito un grande
successo.
Con una laurea in Discipline Economiche e Sociali alla Bocconi
inizia a lavorare in una delle prime società operanti
nel settore finanziario, poi passa CBI Merchant, la Compagnia
Banche Italiane. Non riesce però a trattenere il suo
spirito imprenditoriale e nei primi anni '90 decide di lasciare
la società, dove guadagnava 350 milioni l'anno, per
dedicarsi ad un'attività propria, ancora nel settore
della grande distribuzione. Torna così nella sua amata
Sardegna e si dedica, alla costruzione di centri commerciali
in tutta l' isola. Ma non è ancora abbastanza per il
giovane Soru.
Nel 1995 Internet in Italia è poco più che all'inizio,
ma Mr.Tiscali ancora una volta ne scorge le potenzialità
e tenta la strada: inizia ad operare nella Repubblica Ceca
come Internet Service Provider e in poco tempo, con una politica
dei prezzi molto aggressiva ed una attività di comunicazione
originale e mirata si aggiudica il 45% del mercato Internet
degli utenti dial-up e una posizione di leadership anche nei
servizi di accesso con linea dedicata e nei servizi Web.
Intanto in Italia viene liberalizzato il mercato delle telecomunicazioni,
si aprono nuovi spazi e Soru intuisce ancora le grandi prospettive
del business: torna in Sardegna ed ha già in mente
Tiscali.
Tiscali s.p.a nasce nel giugno del 1997 e Soru ne è
Presidente ed Amministratore Delegato. Con il 1° gennaio
1998 Mr.Tiscali comincia ufficialmente la sua attività
in Sardegna: come operatore regionale offre ad aziende e privati
prodotti e servizi per le telecomunicazioni basati sulle più
avanzate tecnologie: dai servizi di telefonia fissa fino al
primo servizio di accesso a Internet gratuito.
Il 1° novembre inizia la distribuzione dei servizi anche
nei distretti di Milano e Roma. Il 26 novembre, sempre del
1998, Soru conclude l'accordo di venture capital con Kiwi
I Ventura-Serviços S.A., che entra nell'assetto azionario
con il 10% attraverso un aumento di capitale.
Il 10 marzo 1999 ottiene la licenza ministeriale per l'offerta
al pubblico di servizi di telefonia vocale su tutto il territorio
nazionale. Il 31 marzo, nasce TiscaliFreeNet, primo servizio
di connessione a Internet senza costo di abbonamento. Una
vera rivoluzione per l'Italia ed anche un fortissimo impulso
alla diffusione della Rete delle reti è la sua Freelosophy,
la filosofia del libero accesso: "perché il bello
di Internet è che non appartiene a nessuno e ogni persona
nuova che arriva in rete è un arricchimento per tutti".
Il 4 aprile, estende i servizi di telefonia all'intero territorio
nazionale e riduce del 10% i costi delle telefonate interurbane,
presentando il listino più competitivo del mercato.
Il 14 aprile del 1999, con gli abbonati raccolti esclusivamente
su Milano, Roma e Sardegna, si posiziona tra i primi Internet
Service Provider del mercato.
Il 27 ottobre 1999, Tiscali s.p.a. viene quotata in borsa:
un successo enorme: quasi 2 milioni di azioni passate di mano
in un solo giorno, titolo chiuso a 71,30 euro rispetto ai
46 del collocamento con un balzo di oltre il 60 per cento.
In pochi mesi capitalizza 30 mila miliardi, quanto la Fiat.
Il primo dicembre 1999, Tiscali lancia ''Internet Piu'che
gratis'': per ogni minuto di connessione a Internet, è
previsto un rimborso di 6 lire sotto forma di traffico telefonico.
Questa, dunque, la breve ed intensa storia del signor Soru,
un uomo che ama rischiare e soprattutto un uomo che ha saputo
sfruttare la sua notevole lungimiranza imprenditoriale e senza
per questo rinunciare alla sua amata Sardegna.
Ma Tiscali cos'è? Il nome che Renato Soru ha
scelto per la sua società non è certo un nome
di fantasia ma un tributo alla Sardegna. Tiscali è
infatti il nome di un semi-sconosciuto villaggio nuragico
situato alle falde del Supramonte tra Oliena e Dorgali, in
provincia di Nuoro. Siamo in uno degli ambienti più
spettacolari del Supramonte e dalla sommità del monte,
il villaggio Tiscali situato ad un'altitudine di 500 mt circa,
domina la vallata del Lanaitho. L'insediamento nuragico, che
sembra risalire al periodo compreso tra il VI e il II sec.
a.C., è situato all'interno di una vasta dolina larga
circa 150 metri, cioè di una grotta di cui purtroppo
è crollata parzialmente la volta. Purtroppo il villaggio
è semidistrutto e in abbandono e a tutt'oggi non se
ne prevede il restauro e la custodia, nonostante la notorietà
regalata dal signor Soru. E' visitato da migliaia di persone
all'anno, che sfidano coraggiosamente la fatica di circa tre
ore di cammino lungo tortuosi ed accidentati sentieri. È
quello che Mr.Tiscali ha fatto il 9 giugno 1997, giorno in
cui ha fondato la società: un pellegrinaggio di tre
ore con i suoi tre dipendenti, qualche pastore e il gruppo
di musica etnica Cordas e cannas le cui note allietano l'attesa
sui telefoni della Tiscali.
Freelosophy: la rete è di tutti! La Rete come
risorsa che ha bisogno di tutti e di cui tutti hanno bisogno.
È questo il sogno di Soru, da sempre convinto della
portata rivoluzionaria di Internet e deciso a facilitarne
l'accesso e l'utilizzo. Ecco dunque nascere la Freelosophy
che ha fatto diventare Internet gratis in Italia una realtà.
Tiscali è stato il primo Internet Service Provider
a fornire l'accesso gratuito ai navigatori italiani. Era il
31 marzo 1999 e nasceva la Freelosophy e lo stesso Soru la
spiega: "perché il bello di Internet è
che non appartiene a nessuno e ogni persona nuova che arriva
in rete è un arricchimento per tutti".
La moda dell'accesso al web senza abbonamento, partita dall'Inghilterra
grazie a Freeserve.co.uk, un sito di una catena di negozi
di informatica che offre accessi gratuiti al web, supera la
Manica e dopo essersi affermata nel Nord Europa sbarca così
in Italia, dove prende il nome di Tiscali FreeNet e regala
un accesso alla rete al costo di una telefonata urbana, una
casella di posta elettronica e tre Mb di spazio web per farsi
il sito personale. Oggi ci sembra una cosa normale, ma due
anni fa sembrava un miraggio per tutti i navigatori poter
risparmiare le circa 300.000 lire dell'abbonamento al Provider!
Grazie a queste iniziative i navigatori italiani in pochi
mesi si sono moltiplicati e hanno cominciato a scoprire e
ad amare Internet. Ma il bello sembra destinato a finire presto,
negli Stati Uniti, culla dell'accesso gratuito, sembra che
i Provider stiano tornando indietro, tornando a proporre accessi
a pagamento. E in Italia cosa succederà? Cosa ci proporrà
Mr.Tiscali? |
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La Borsa Valori in Italia
La Borsa è il mercato dove si realizzano affari di
compravendita finanziaria. La Borsa è nata dall'esigenza
di concentrare tutte le operazioni finanziarie in un unico
luogo, infatti la presenza contemporanea di tutte le parti
in causa facilita evidentemente lo svolgimento delle trattazioni.
Grazie soprattutto alle nuove tecnologie non è più
necessario recarsi fisicamente al Palazzo della Borsa, dal
1993 tutte le operazioni si svolgono in rete, attraverso il
computer. Tutto ciò che si compra o si vende in Borsa
non ha più alcuna esistenza materiale: i vecchi certificati
di carta sono scomparsi, e la loro esistenza è racchiusa
soltanto nella memoria dei computer.
Prima del 1996 esistevano in Italia 10 Borse Valori, sono
state chiuse e tutti gli scambi sono stati concentrati sulla
sede operativa della Borsa valori di Milano che è così
divenuta la Borsa Italiana, nota come Piazza Affari.
Come dicevamo la Borsa Italiana S.p.a. organizza e gestisce
i mercati mobiliari italiani. Tra le sue competenze rientrano
la definizione dell'organizzazione e del funzionamento dei
mercati, la disciplina dei requisiti e delle procedure di
ammissione e permanenza sul mercato sia delle società
emittenti che degli operatori.
La Borsa Italiana S.p.a. vigila inoltre sulla gestione del
mercato e sull'informativa societaria. Svolge attività
organizzative, produttive, commerciali e promozionali per
assicurare sviluppo e competitività dei mercati che
gestisce. L'obiettivo è quello di massimizzare nel
tempo la possibilità di negoziare alle migliori condizioni
di liquidità, trasparenza e competitività e
di sviluppare servizi ad elevato valore aggiunto per la comunità
finanziaria, il tutto perseguendo efficienza e redditività.
La Borsa Italiana è articolata nei seguenti comparti:
- mercato telematico azionario (MTA), nel quale si negoziano
azioni, obbligazioni convertibili, warrant, covered warrant
e diritti di opzione;
- mercato ristretto nel quale vengono negoziati contratti
di compravendita relativi ad azioni, obbligazioni, warrant,
diritti di opzione non ammessi alla quotazione ufficiale di
borsa;
- nuovo mercato dove sono negoziate azioni di piccole società
ma che hanno un alto potenziale di crescita;
- mercato degli strumenti derivati (IDEM Italian Derivatives
Market) nel quale vengono negoziati contratti futures e contratti
di opzione che hanno come attività sottostante strumenti
finanziari, tassi di interesse e relativi indici,
- mercato italiano telematico dei futures (MIF), qui vengono
negoziati contratti futures sui titoli di stato;
- mercato telematico delle obbligazioni e dei titoli di stato
(MOT) nel quale si vengono negoziati contratti di compravendita
relativi ad obbligazioni diverse da quelle convertibili e
titoli di stato.
Il Nuovo Mercato. Si tratta di un mercato dove vengono
negoziate le azioni di società piccole ma con buone
possibilità di crescita.
Il Nuovo Mercato italiano offre vantaggi sia alle aziende,
sia agli investitori. Infatti da una parte le società,
soprattutto di dimensioni medie e piccole, devono affrontare
una procedura di quotazione su questo mercato più semplice
rispetto a quella del mercato principale.
Dall'altra l'investitore trova nel Nuovo Mercato la possibilità
di impegnare somme di denaro anche contenute (si può
comprare anche una sola azione e non esistono lotti minimi
come invece avviene nel mercato principale) investendo in
aziende appartenenti ai settori più innovativi. Tutto
ciò con le stesse garanzie di trasparenza che caratterizzano
la borsa tradizionale.
Quali requisiti per l'ammissione al mercato? Per essere
quotate in Borsa le società devono possedere requisiti
relativi al patrimonio ed al reddito.
Per quanto riguarda il patrimonio netto, non deve essere inferiore
ai 10 mld di lire, per le società che svolgono attività
bancaria e assicurativa e per le società e gli enti
che le controllano il limite è alzato ad un patrimonio
superiore ai 50 mld di lire.
Veniamo ora alla redditività: i bilanci degli ultimi
tre esercizi annuali devono essere in utile. Deve essere positivo
il risultato della gestione ordinaria per i medesimi esercizi.
Gli stessi requisiti di redditività devono riscontrarsi
nella situazione economica consolidata del gruppo che fa capo
all'emittente. |
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