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5/9/20101:03

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S-fondi-amoci!

I fondi pensione non decollano
L'attuale situazione dei fondi pensione in Italia lascia davvero poco spazio all'interpretazione: fino ad ora si è trattato di un fallimento. L'adesione rimane molto bassa: su un bacino potenziale che supera i 13 milioni di lavoratori, di cui 9 milioni di lavoratori dipendenti e quasi 4 milioni di lavoratori autonomi, gli iscritti ai fondi pensione non raggiungono neanche i due milioni di unità e le risorse destinate alle prestazioni sfiorano i 58.700 miliardi.

Nei fondi negoziali rivolti a lavoratori dipendenti il tasso di adesione è pari al 32,6%. All'interno di questo insieme ci sono però situazioni differenziate: il tasso di adesione ai fondi aziendali e di gruppo è del 76,4%; quello ai fondi di categoria che hanno già conferito in gestione le proprie risorse (Fonchim e Cometa) si attesta al 37,3%; quello ai rimanenti fondi è pari al 16,7 per cento.

Se si limita l'esame ai soli fondi di nuova istituzione le iscrizioni ai fondi negoziali registrano un incremento del 26,3% rispetto all'anno precedente con 885.000 iscritti. Gli iscritti ai fondi aperti sono invece 223.000 quindi la crescita totale degli iscritti ai fondi di nuova istituzione è del 32,4% rispetto al 1999.

Fin qui la situazione sembrerebbe non rosea ma neppure estremamente deludente, se però si approfondisce l'analisi cercando i dati relativi alla distribuzione per età degli aderenti ai fondi, si scopre il vero fallimento, cioè una limitata partecipazione dei giovani: gli iscritti con meno di 35 anni di età sono il 26% del totale. La minore partecipazione dei lavoratori più giovani sarebbe inoltre confermata dal confronto, operato rispettivamente per i fondi negoziali e per i fondi aperti, con la distribuzione per classi di età degli iscritti al Fpld e alle gestioni rivolte a lavoratori autonomi dell'INPS.

Anche le donne hanno per la maggior parte scelto di restare fuori dalla previdenza integrativa, sia per i fondi pensione negoziali che per i fondi pensione aperti l'adesione delle donne è pari al 23%.

A questo punto appaiono fin troppo evidenti le motivazioni che spingono donne e giovani a restare fuori da questo mercato nonostante siano proprio i giovani quelli ai quali il sistema non riuscirà a garantire i livelli minimi di tutela previdenziale. La "miopia previdenziale" sofferta dai giovani ed una scarsa capacità/possibilità di risparmio causata da vincoli di reddito, unita alla totale inadeguatezza degli incentivi fiscali sono tutti elementi che non facilitano lo sviluppo della previdenza integrativa tra i giovani.

Fondi pensione chiusi o negoziali. I Fondi Pensione sono lo strumento che il legislatore italiano ha previsto per la realizzazione della previdenza complementare. Si dividono in Fondi chiusi, o negoziali, e fondi aperti.

Il fondo pensione chiuso o "negoziale" viene istituito, per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, sulla base di contratti o accordi collettivi (nazionali o aziendali), oppure in base ad accordi sottoscritti dai soli lavoratori su iniziativa del sindacato.

Il patrimonio individuale di chi si iscrive maturerà un tasso di rendimento. Quando cesserà il rapporto di lavoro chi si iscrive avrà la possibilità di scegliere se richiedere una prestazione sotto forma di rendita vitalizia oppure scegliere l'erogazione di un massimo del 50% dell'accumulato sotto forma di capitale una tantum e trasformare il rimanente 50% in una rendita vitalizia rivalutabile e reversibile.

Fondi pensione aperti.
I fondi pensione aperti si differenziano da quelli chiusi per due punti. Prima di tutto non sono istituiti da un'associazione legata alla categoria di lavoratori come nel caso dei fondi pensione chiusi, ad esempio l'associazione Cometa è quella che ha come scopo l'amministrazione del fondo dei lavoratori metalmeccanici, ma sono frutto direttamente degli operatori finanziari che, per i fondi chiusi, sono solo dei gestori e niente più.
Aderiscono a questo tipo di fondi i lavoratori autonomi e libero professionisti e i lavoratori dipendenti non coperti dalla contrattazione sulla previdenza complementare.
I fondi pensione aperti possono essere costituiti unicamente dai soggetti gestori delle risorse finanziarie dei fondi pensione negoziali, e cioè compagnie di assicurazione, banche, società di intermediazione mobiliare e società di gestione di fondi comuni di investimento.
Pensioni magre, anzi magrissime
Quella delle pensioni italiane, ormai da qualche anno, è una storia di spese crescenti e assegni calanti. Il 2001 non fa eccezione, malgrado le misure introdotte dalla Finanziaria. I pensionati poveri, infatti, continuano a rappresentare una fetta considerevole del totale, tant'è che su di essi si è giocata buona parte della recente campagna elettorale.

Quando parliamo di pensionati poveri pensiamo a persone il cui reddito non arriva al milione mensile. L'anno scorso sono state liquidate dall'Inps 382 mila nuove pensioni, nell'ambito delle quattro principali gestioni: lavoratori dipendenti, coltivatori diretti, artigiani e commercianti. Di queste, 203 mila, cioè più del 53%, non raggiungono, appunto, dieci banconote da cento.

Un'altra porzione considerevole, il 29%, riscuote da 1 a 2 milioni. Complessivamente una percentuale del 73% circa ha pensioni sotto i 2 milioni di lire al mese. Rimane un esiguo 8% a ricevere una assegno dai 3 milioni lordi mensili in su.

Le pensioni di invalidità, invece, diminuiscono sensibilmente. Nel 2000 su cento pensioni di vecchiaia sono state riconosciute 19 pensioni di invalidità. La categoria che percepisce meno assegni a titolo di invalidità è quella dei commercianti.

Si scopre, poi, che le pensioni hanno anzitutto un colore: rosa. Sì perché escludendo assegni e rendite assistenziali, le pensioni obbligatorie registrano un più elevato numero di donne rispetto a quello maschile. Per 100 pensioni assegnate agli uomini 116 sono riconosciute alle donne.

Dal punto di vista territoriale la metà delle somme liquidate lo scorso anno dall' Inps ha preso la via del nord. Ma non per questo il Nord è più assistito di altre zone. Il fenomeno è il risultato del fatto che il Nord ha più lavoratori del centro e del sud, che ovviamente prima o poi diventano pensionati.

Una mano arriva dalla Finanziaria L'ultima Finanziaria ha cercato di venire incontro alle esigenze dei pensionati. Riassumiamo alcuni significativi provvedimenti.

I pensionati che hanno un reddito fino a 12 milioni di lire non pagano più l'IRPEF.

I titolari dell'assegno sociale e della pensione sociale dal 1° gennaio 2001 ricevono un aumento di 25.000 lire mensili se hanno meno di 75 anni; di 40.000 lire se hanno più di 75 anni. L'aumento è in relazione ai limiti di reddito personali e coniugali.

Ci sono pensionati in condizioni particolarmente disagiate, che percepiscono una "maggiorazione" sulla loro pensione minima. Il governo ha aumentato questa maggiorazione: per i pensionati fra i 65 e i 75 anni l'aumento è di 80.000 lire; per chi ha 75 anni e oltre l'aumento è di 100.000 lire.

Un'integrazione di 200.000 lire per il 2000 e di 300.000 lire per il 2001 spetta ai titolari di pensione che non superano il trattamento al minimo. Il loro reddito non deve superare l'importo del minimo e mezzo (circa 1 milione e 50.000 lire) o di due minimi (circa un milione e mezzo) se coniugati.

Sei anziano? Continua a lavorare! La Finanziaria prevede benefici per gli anziani che, pur avendo maturato il requisito per la pensione di anzianità, rimangono a lavorare. In tal caso non pesano i contributi previdenziali e il contratto di lavoro viene trasformato da tempo indeterminato a tempo determinato.

I lavoratori dipendenti anziani del settore privato possono decidere di prolungare l'attività con un contratto a tempo determinato rinnovabile e allo stesso tempo avere il congelamento della pensione. Il vantaggio è di percepire, per il periodo del contratto, uno stipendio più elevato perché non soggetto agli obblighi contributivi.

Al momento del pensionamento il trattamento liquidato è pari a quello risultante prima dei contratti a tempo determinato, sulla base dell'anzianità contributiva maturata a quella data.
Quanto costa la pensione integrativa?
La finanziaria entrata in vigore a gennaio 2001 ha introdotto maggiori benefici fiscali per i contributi versati ai nuovi fondi pensione e alle nuove forme pensionistiche individuali.

Quali sono questi vantaggi fiscali?
In sede di versamenti e alla scadenza è concessa una deduzione fiscale fino al 12% del reddito, con un massimo di 10 milioni.

Ma ci sono anche dei limiti: regole rigide in tema di durata, in quanto il contraente è legato fino all'età della pensione, e di prestazione, in quanto solo un terzo del capitale versato è agevolato fiscalmente.
Inoltre per costruirsi una rendita sicura, senza problemi, occorre destinare allo scopo una buona fetta di reddito. Quindi più alta dei 10 milioni che si possono dedurre dall'imponibile. Facciamo un esempio concreto: una persona di 40 anni che vuole ottenere a 65 anni una rendita aggiuntiva mensile di 2 milioni di lire deve mettere in conto una spesa annua di circa 15 milioni.

Alla luce di queste piccole considerazioni ci sono cinque cose da ricordare:

1) Per costruirsi una rendita occorre investire un capitale consistente.

2) Sulla rendita non si pagano più le imposte. Oggi c'è solo una tassa del 12,5% sui rendimenti annui realizzati sia durante il periodo di costituzione della rendita sia nel corso dell'erogazione.

3) A parità di spesa, una donna ottiene una pensione inferiore a quella di un uomo. Questo perché si presume che vivrà più a lungo.

4) A parità di spesa, ottiene una rendita maggiore chi è più avanti con gli anni. Che ha quindi prevedibilmente davanti a sé una vita più breve.

5) La rendita può essere anche a favore di una seconda persona se l'assicurato muore: questo allunga il periodo di pagamento della rendita, ma riduce anche il suo importo.

Ci sono anche le rendite immediate. Questo è un interrogativo molto diffuso quando si parla di rendite vitalizie immediate. Ma di che si tratta?
Le rendite immediate sono contratti assicurativi che, a fronte di un unico versamento di una forte somma di denaro, garantiscono una pensione immediata, rivalutabile annualmente e garantita per tutto il resto della vita.

Se prima questo tipo di contratti non avevano avuto molta fortuna (si pensi che le rendite entravano per il 60% nell'imponibile), adesso con la nuova normativa fiscale le cose sono cambiate.

Anche su questo tipo di rendite vitalizie non si pagano più tasse. L'unica imposta riguarda la rivalutazione annuale della somma percepita, che viene tassata alla fonte con un'aliquota pari al 12,5%.

Il target di riferimento di questi prodotti è molto preciso. Si tratta di quelle persone già avanti con gli anni, che hanno messo da parte un capitale consistente e possono decidere di utilizzarlo tutto o in parte per questo tipo di polizza. Magari per garantire la rendita ad un figlio nel caso di morte.

I "tre pilastri" della previdenza italiana. Il primo pilastro è costituito dalla previdenza pubblica, il cui scopo è quello di erogare una pensione finanziata dai lavoratori e dai datori di lavoro. Questo pilastro viene gestito di norma con il sistema "a ripartizione", cioè i contributi raccolti vengono utilizzati dallo Stato per pagare le pensioni.

Il secondo pilastro è rappresentato dai fondi pensione. È gestito secondo il sistema della "capitalizzazione", cioè i contributi raccolti sono investiti al fine di generare un montante da convertire in rendita al momento del pensionamento, attraverso una gestione che non passa più attraverso lo Stato ma attraverso organismi e gestori direttamente legati ai lavoratori.
Infine il terzo pilastro è rappresentato dalla previdenza integrativa individuale, che ciascuno può realizzare attraverso forme di risparmio individuali con la finalità di integrare sia la previdenza pubblica sia quella complementare.

A voi la scelta!

Pensione: è il caso di rimandarla?
Sono molte le opportunità per i lavoratori ultracinquantenni che decidono di non andare in pensione, nonostante i contributi di anzianità raggiunti. Vediamole.

Chi ha raggiunto i 35 anni di versamenti può ottenere un nuovo contratto e un aumento in busta paga. Premettiamo che la novità riguarda solo i dipendenti del settore privato (non quelli del comparto pubblico, né gli autonomi).
La maggior parte delle persone che usufruiranno di questo vantaggio hanno circa 55 anni con 35 anni di contributi versati. Ciò significa che sono stati dei lavoratori precoci che tra i 14 e i 19 anni hanno versato almeno un anno di contributi.

I requisiti devono essere stati raggiunti entro lo scorso dicembre.

Chi si trova in una di queste situazioni, e non intende lasciare subito l'impiego, può chiedere al datore di lavoro di risolvere il vecchio contratto e di farne uno nuovo. Che per legge deve durare almeno altri due anni. Il vantaggio consiste nel fatto che con il nuovo contratto non si devono più pagare i contributi e il dipendente si troverà pertanto con un aumento considerevole in busta paga.
L'azienda continuerà a beneficiare dell'esperienza del dipendente "anziano" e l'Inps ne guadagnerà perché ritarderà di un paio d'anni il pagamento delle pensioni.

Ricordatevi soltanto che quando deciderete di andare in pensione non vi vedrete conteggiare gli anni in cui avete lavorato con il nuovo contratto.

Oltre 40 anni di contributi. Il meccanismo è il seguente: in passato, se i contribuenti facevano versamenti oltre i 40 anni, l'Inps non concedeva una lira in più di pensione. Adesso invece il 60 per cento di quanto guadagneranno diventerà base di calcolo da aggiungere alla rendita già maturata.

Facciamo un esempio: se il lavoratore incassa una retribuzione lorda annua di 40 milioni di lire, versa all'Inps un contributo pari a 13.080.000 lire (il 32,7 per cento del reddito). Dunque si vede accreditare 7.850.000 milioni di lire (cioè il 60% dei contributi pagati). Questi versamenti in futuro saranno calcolati a parte e si aggiungeranno ai 40 anni di versamenti già acquisiti.

Nel mondo si lavora sempre di meno. Si va prima in pensione, scende il tasso di natalità, aumentano le aspettative di vita tra gli anziani. Queste sono tra le ragioni alla base di un cambiamento epocale: cresce il numero dei pensionati e declina la popolazione in età da lavoro (15-64 anni). Nei 15 Paesi della Ue, la popolazione non cambierà tra ora e il 2020, ma il numero delle persone tre i 25 e i 50 anni scenderà da 139 a 122 milioni. In Italia il calo in questa fascia sarà del 19%.

Negli Stati Uniti solo la metà degli uomini tra i 60 e i 64 anni sono ancora al lavoro. In Germania appena un terzo e in Francia e Olanda la percentuale scende a meno di un quinto.


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