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S-fondi-amoci!
I fondi pensione non decollano
L'attuale situazione dei fondi pensione in Italia lascia davvero
poco spazio all'interpretazione: fino ad ora si è trattato
di un fallimento. L'adesione rimane molto bassa: su un bacino
potenziale che supera i 13 milioni di lavoratori, di cui 9
milioni di lavoratori dipendenti e quasi 4 milioni di lavoratori
autonomi, gli iscritti ai fondi pensione non raggiungono neanche
i due milioni di unità e le risorse destinate alle
prestazioni sfiorano i 58.700 miliardi.
Nei fondi negoziali rivolti a lavoratori dipendenti il tasso
di adesione è pari al 32,6%. All'interno di questo
insieme ci sono però situazioni differenziate: il tasso
di adesione ai fondi aziendali e di gruppo è del 76,4%;
quello ai fondi di categoria che hanno già conferito
in gestione le proprie risorse (Fonchim e Cometa) si attesta
al 37,3%; quello ai rimanenti fondi è pari al 16,7
per cento.
Se si limita l'esame ai soli fondi di nuova istituzione le
iscrizioni ai fondi negoziali registrano un incremento del
26,3% rispetto all'anno precedente con 885.000 iscritti. Gli
iscritti ai fondi aperti sono invece 223.000 quindi la crescita
totale degli iscritti ai fondi di nuova istituzione è
del 32,4% rispetto al 1999.
Fin qui la situazione sembrerebbe non rosea ma neppure estremamente
deludente, se però si approfondisce l'analisi cercando
i dati relativi alla distribuzione per età degli aderenti
ai fondi, si scopre il vero fallimento, cioè una limitata
partecipazione dei giovani: gli iscritti con meno di 35 anni
di età sono il 26% del totale. La minore partecipazione
dei lavoratori più giovani sarebbe inoltre confermata
dal confronto, operato rispettivamente per i fondi negoziali
e per i fondi aperti, con la distribuzione per classi di età
degli iscritti al Fpld e alle gestioni rivolte a lavoratori
autonomi dell'INPS.
Anche le donne hanno per la maggior parte scelto di restare
fuori dalla previdenza integrativa, sia per i fondi pensione
negoziali che per i fondi pensione aperti l'adesione delle
donne è pari al 23%.
A questo punto appaiono fin troppo evidenti le motivazioni
che spingono donne e giovani a restare fuori da questo mercato
nonostante siano proprio i giovani quelli ai quali il sistema
non riuscirà a garantire i livelli minimi di tutela
previdenziale. La "miopia previdenziale" sofferta
dai giovani ed una scarsa capacità/possibilità
di risparmio causata da vincoli di reddito, unita alla totale
inadeguatezza degli incentivi fiscali sono tutti elementi
che non facilitano lo sviluppo della previdenza integrativa
tra i giovani.
Fondi pensione chiusi o negoziali. I Fondi Pensione
sono lo strumento che il legislatore italiano ha previsto
per la realizzazione della previdenza complementare. Si dividono
in Fondi chiusi, o negoziali, e fondi aperti.
Il fondo pensione chiuso o "negoziale" viene istituito,
per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, sulla base di
contratti o accordi collettivi (nazionali o aziendali), oppure
in base ad accordi sottoscritti dai soli lavoratori su iniziativa
del sindacato.
Il patrimonio individuale di chi si iscrive maturerà
un tasso di rendimento. Quando cesserà il rapporto
di lavoro chi si iscrive avrà la possibilità
di scegliere se richiedere una prestazione sotto forma di
rendita vitalizia oppure scegliere l'erogazione di un massimo
del 50% dell'accumulato sotto forma di capitale una tantum
e trasformare il rimanente 50% in una rendita vitalizia rivalutabile
e reversibile.
Fondi pensione aperti. I fondi pensione aperti si differenziano
da quelli chiusi per due punti. Prima di tutto non sono istituiti
da un'associazione legata alla categoria di lavoratori come
nel caso dei fondi pensione chiusi, ad esempio l'associazione
Cometa è quella che ha come scopo l'amministrazione
del fondo dei lavoratori metalmeccanici, ma sono frutto direttamente
degli operatori finanziari che, per i fondi chiusi, sono solo
dei gestori e niente più.
Aderiscono a questo tipo di fondi i lavoratori autonomi e
libero professionisti e i lavoratori dipendenti non coperti
dalla contrattazione sulla previdenza complementare.
I fondi pensione aperti possono essere costituiti unicamente
dai soggetti gestori delle risorse finanziarie dei fondi pensione
negoziali, e cioè compagnie di assicurazione, banche,
società di intermediazione mobiliare e società
di gestione di fondi comuni di investimento. |
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Pensioni magre, anzi magrissime
Quella delle pensioni italiane, ormai da qualche anno, è
una storia di spese crescenti e assegni calanti. Il 2001 non
fa eccezione, malgrado le misure introdotte dalla Finanziaria.
I pensionati poveri, infatti, continuano a rappresentare una
fetta considerevole del totale, tant'è che su di essi
si è giocata buona parte della recente campagna elettorale.
Quando parliamo di pensionati poveri pensiamo a persone il
cui reddito non arriva al milione mensile. L'anno scorso sono
state liquidate dall'Inps 382 mila nuove pensioni, nell'ambito
delle quattro principali gestioni: lavoratori dipendenti,
coltivatori diretti, artigiani e commercianti. Di queste,
203 mila, cioè più del 53%, non raggiungono,
appunto, dieci banconote da cento.
Un'altra porzione considerevole, il 29%, riscuote da 1 a 2
milioni. Complessivamente una percentuale del 73% circa ha
pensioni sotto i 2 milioni di lire al mese. Rimane un esiguo
8% a ricevere una assegno dai 3 milioni lordi mensili in su.
Le pensioni di invalidità, invece, diminuiscono sensibilmente.
Nel 2000 su cento pensioni di vecchiaia sono state riconosciute
19 pensioni di invalidità. La categoria che percepisce
meno assegni a titolo di invalidità è quella
dei commercianti.
Si scopre, poi, che le pensioni hanno anzitutto un colore:
rosa. Sì perché escludendo assegni e rendite
assistenziali, le pensioni obbligatorie registrano un più
elevato numero di donne rispetto a quello maschile. Per 100
pensioni assegnate agli uomini 116 sono riconosciute alle
donne.
Dal punto di vista territoriale la metà delle somme
liquidate lo scorso anno dall' Inps ha preso la via del nord.
Ma non per questo il Nord è più assistito di
altre zone. Il fenomeno è il risultato del fatto che
il Nord ha più lavoratori del centro e del sud, che
ovviamente prima o poi diventano pensionati.
Una mano arriva dalla Finanziaria L'ultima Finanziaria
ha cercato di venire incontro alle esigenze dei pensionati.
Riassumiamo alcuni significativi provvedimenti.
I pensionati che hanno un reddito fino a 12 milioni di lire
non pagano più l'IRPEF.
I titolari dell'assegno sociale e della pensione sociale dal
1° gennaio 2001 ricevono un aumento di 25.000 lire mensili
se hanno meno di 75 anni; di 40.000 lire se hanno più
di 75 anni. L'aumento è in relazione ai limiti di reddito
personali e coniugali.
Ci sono pensionati in condizioni particolarmente disagiate,
che percepiscono una "maggiorazione" sulla loro
pensione minima. Il governo ha aumentato questa maggiorazione:
per i pensionati fra i 65 e i 75 anni l'aumento è di
80.000 lire; per chi ha 75 anni e oltre l'aumento è
di 100.000 lire.
Un'integrazione di 200.000 lire per il 2000 e di 300.000 lire
per il 2001 spetta ai titolari di pensione che non superano
il trattamento al minimo. Il loro reddito non deve superare
l'importo del minimo e mezzo (circa 1 milione e 50.000 lire)
o di due minimi (circa un milione e mezzo) se coniugati.
Sei anziano? Continua a lavorare! La Finanziaria prevede
benefici per gli anziani che, pur avendo maturato il requisito
per la pensione di anzianità, rimangono a lavorare.
In tal caso non pesano i contributi previdenziali e il contratto
di lavoro viene trasformato da tempo indeterminato a tempo
determinato.
I lavoratori dipendenti anziani del settore privato possono
decidere di prolungare l'attività con un contratto
a tempo determinato rinnovabile e allo stesso tempo avere
il congelamento della pensione. Il vantaggio è di percepire,
per il periodo del contratto, uno stipendio più elevato
perché non soggetto agli obblighi contributivi.
Al momento del pensionamento il trattamento liquidato è
pari a quello risultante prima dei contratti a tempo determinato,
sulla base dell'anzianità contributiva maturata a quella
data. |
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Quanto costa la pensione integrativa?
La finanziaria entrata in vigore a gennaio 2001 ha introdotto
maggiori benefici fiscali per i contributi versati ai nuovi
fondi pensione e alle nuove forme pensionistiche individuali.
Quali sono questi vantaggi fiscali?
In sede di versamenti e alla scadenza è concessa una
deduzione fiscale fino al 12% del reddito, con un massimo
di 10 milioni.
Ma ci sono anche dei limiti: regole rigide in tema di durata,
in quanto il contraente è legato fino all'età
della pensione, e di prestazione, in quanto solo un terzo
del capitale versato è agevolato fiscalmente.
Inoltre per costruirsi una rendita sicura, senza problemi,
occorre destinare allo scopo una buona fetta di reddito. Quindi
più alta dei 10 milioni che si possono dedurre dall'imponibile.
Facciamo un esempio concreto: una persona di 40 anni che vuole
ottenere a 65 anni una rendita aggiuntiva mensile di 2 milioni
di lire deve mettere in conto una spesa annua di circa 15
milioni.
Alla luce di queste piccole considerazioni ci sono cinque
cose da ricordare:
1) Per costruirsi una rendita occorre investire un capitale
consistente.
2) Sulla rendita non si pagano più le imposte. Oggi
c'è solo una tassa del 12,5% sui rendimenti annui realizzati
sia durante il periodo di costituzione della rendita sia nel
corso dell'erogazione.
3) A parità di spesa, una donna ottiene una pensione
inferiore a quella di un uomo. Questo perché si presume
che vivrà più a lungo.
4) A parità di spesa, ottiene una rendita maggiore
chi è più avanti con gli anni. Che ha quindi
prevedibilmente davanti a sé una vita più breve.
5) La rendita può essere anche a favore di una seconda
persona se l'assicurato muore: questo allunga il periodo di
pagamento della rendita, ma riduce anche il suo importo.
Ci sono anche le rendite immediate. Questo è
un interrogativo molto diffuso quando si parla di rendite
vitalizie immediate. Ma di che si tratta?
Le rendite immediate sono contratti assicurativi che, a fronte
di un unico versamento di una forte somma di denaro, garantiscono
una pensione immediata, rivalutabile annualmente e garantita
per tutto il resto della vita.
Se prima questo tipo di contratti non avevano avuto molta
fortuna (si pensi che le rendite entravano per il 60% nell'imponibile),
adesso con la nuova normativa fiscale le cose sono cambiate.
Anche su questo tipo di rendite vitalizie non si pagano più
tasse. L'unica imposta riguarda la rivalutazione annuale della
somma percepita, che viene tassata alla fonte con un'aliquota
pari al 12,5%.
Il target di riferimento di questi prodotti è molto
preciso. Si tratta di quelle persone già avanti con
gli anni, che hanno messo da parte un capitale consistente
e possono decidere di utilizzarlo tutto o in parte per questo
tipo di polizza. Magari per garantire la rendita ad un figlio
nel caso di morte.
I "tre pilastri" della previdenza italiana.
Il primo pilastro è costituito dalla previdenza pubblica,
il cui scopo è quello di erogare una pensione finanziata
dai lavoratori e dai datori di lavoro. Questo pilastro viene
gestito di norma con il sistema "a ripartizione",
cioè i contributi raccolti vengono utilizzati dallo
Stato per pagare le pensioni.
Il secondo pilastro è rappresentato dai fondi pensione.
È gestito secondo il sistema della "capitalizzazione",
cioè i contributi raccolti sono investiti al fine di
generare un montante da convertire in rendita al momento del
pensionamento, attraverso una gestione che non passa più
attraverso lo Stato ma attraverso organismi e gestori direttamente
legati ai lavoratori.
Infine il terzo pilastro è rappresentato dalla previdenza
integrativa individuale, che ciascuno può realizzare
attraverso forme di risparmio individuali con la finalità
di integrare sia la previdenza pubblica sia quella complementare.
A voi la scelta! |
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Pensione: è il caso di rimandarla?
Sono molte le opportunità per i lavoratori ultracinquantenni
che decidono di non andare in pensione, nonostante i contributi
di anzianità raggiunti. Vediamole.
Chi ha raggiunto i 35 anni di versamenti può ottenere
un nuovo contratto e un aumento in busta paga. Premettiamo
che la novità riguarda solo i dipendenti del settore
privato (non quelli del comparto pubblico, né gli
autonomi).
La maggior parte delle persone che usufruiranno di questo
vantaggio hanno circa 55 anni con 35 anni di contributi
versati. Ciò significa che sono stati dei lavoratori
precoci che tra i 14 e i 19 anni hanno versato almeno un
anno di contributi.
I requisiti devono essere stati raggiunti entro lo scorso
dicembre.
Chi si trova in una di queste situazioni, e non intende
lasciare subito l'impiego, può chiedere al datore
di lavoro di risolvere il vecchio contratto e di farne uno
nuovo. Che per legge deve durare almeno altri due anni.
Il vantaggio consiste nel fatto che con il nuovo contratto
non si devono più pagare i contributi e il dipendente
si troverà pertanto con un aumento considerevole
in busta paga.
L'azienda continuerà a beneficiare dell'esperienza
del dipendente "anziano" e l'Inps ne guadagnerà
perché ritarderà di un paio d'anni il pagamento
delle pensioni.
Ricordatevi soltanto che quando deciderete di andare in
pensione non vi vedrete conteggiare gli anni in cui avete
lavorato con il nuovo contratto.
Oltre 40 anni di contributi. Il meccanismo è
il seguente: in passato, se i contribuenti facevano versamenti
oltre i 40 anni, l'Inps non concedeva una lira in più
di pensione. Adesso invece il 60 per cento di quanto guadagneranno
diventerà base di calcolo da aggiungere alla rendita
già maturata.
Facciamo un esempio: se il lavoratore incassa una retribuzione
lorda annua di 40 milioni di lire, versa all'Inps un contributo
pari a 13.080.000 lire (il 32,7 per cento del reddito).
Dunque si vede accreditare 7.850.000 milioni di lire (cioè
il 60% dei contributi pagati). Questi versamenti in futuro
saranno calcolati a parte e si aggiungeranno ai 40 anni
di versamenti già acquisiti.
Nel mondo si lavora sempre di meno. Si va prima
in pensione, scende il tasso di natalità, aumentano
le aspettative di vita tra gli anziani. Queste sono tra
le ragioni alla base di un cambiamento epocale: cresce il
numero dei pensionati e declina la popolazione in età
da lavoro (15-64 anni). Nei 15 Paesi della Ue, la popolazione
non cambierà tra ora e il 2020, ma il numero delle
persone tre i 25 e i 50 anni scenderà da 139 a 122
milioni. In Italia il calo in questa fascia sarà
del 19%.
Negli Stati Uniti solo la metà degli uomini tra i
60 e i 64 anni sono ancora al lavoro. In Germania appena
un terzo e in Francia e Olanda la percentuale scende a meno
di un quinto.
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