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Italia-Germania
4-3, semifinale dei mondiali di calcio in Messico, è
davvero la sintesi suprema dell'emozione calcistica. Non
a caso il popolo del pallone l'ha messa accanto all'altra
celeberrima Italia-Germania (3-1): la partita del trionfo
Mundial giocata al Santiago Bernabeu di Madrid l'11 luglio
1982.
Se
l'urlo di Tardelli trasformò Sandro Pertini nel
più acceso dei tifosi, l'abbraccio di Gigi Riva
a Rivera, dopo il quarto gol alla Germania, ha fatto di
Messico '70 una pietra miliare del pallone e del costume
italiano. Quella notte del 17 giugno è un punto
fermo per una generazione che si sedette adolescente davanti
ai teleschermi e si rialzò adulta.
La
battaglia dell'Azteca, consumata nei tempi supplementari
dopo i gol di Boninsegna e il pareggio in extremis di
Schnellinger, divenne una parabola della vita: con le
sue lotte, i furori, i momenti di gioia selvaggia e gli
abbattimenti profondi. Ci volle il piede lucido e geometrico
di Rivera per sospingere in gol il pallone della storia
al minuto 111 di una partita indimenticabile.
In
quel momento, davanti ai teleschermi in bianco e nero,
erano passate le due della notte. Quel gol era un calcio
al passato, alle etichette, ai luoghi comuni. In 120 minuti,
sotto il sole caldo di Città del Messico, un gruppo
di bravi calciatori italiani aveva smentito secoli di
pregiudizi. Battendo la Germania, rovesciando mille volte
la storia di quella partita, gli azzurri dimostrarono
che l'italiano sa anche combattere con tenacia, forza,
ostinazione, sa essere lucido nella disperazione, campione
nel senso più vero, cioè uomo.
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