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pelle,
l'Italia riuscì a ridisegnare attorno alla propria
tradizione stilistica il percorso della rivincita della
sartoria europea, capace di reagire all'impersonalità
della catena di montaggio e della fabbrica d'oltreoceano
con atelier ed artigiani, con tessuti pregiati e rifiniture
impeccabili.
Già nel '55 lo shopping nelle vie della capitale
costituiva un'abitudine molto praticata dai turisti stranieri
tra i quali ricordiamo il duca di Windsor, assiduo frequentatore
di Battistoni cui commissionava le proprie camicie in
popeline. Frattanto riviste internazionali quali la storica
Adam registravano con regolarità questi piccoli
eventi di cronaca alimentando il corpus di servizi fotografici
su via Veneto, timidi precursori del mito della Dolce
Vita immortalato dal capolavoro felliniano del '59. A
questi servizi fotografici si aggiungeva l'opera attenta
di quei dilettanti un poco fotoreporter ed un poco "Robin
Hood dell'immagine" che Fellini battezzerà
appunto col nome (oggi d'uso corrente) "paparazzi".
Le
imprese di questo fotogiornalismo d'assalto documentano
un vestire tutto dedito alla rivincita da quella costrizione
cui il regime fascista aveva sacrificato la libera creatività
dei singoli stilisti. Ma ora la gioventù poteva
dare sfogo al proprio frizzante entusiasmo cavalcando
una vespa in giacca monopetto corta, pantaloni stretti
e scarpe a punta. Fu proprio la Vespa ad indurre la passione
generalizzata per la giacca corta ed i pantaloni stretti,
molto più comodi alla guida del piccolo velocifero
a due ruote e più freschi l'estate. Anche i soprabiti
si ridussero di molto in proporzione.
I
protagonisti indiscussi di questa piccola rivoluzione,
a parte i paparazzi di cui sopra, furono i sarti, artigiani
prodigiosi che trasmettevano il proprio sapere di padre
in figlio e che garantivano con la propria esperienza
lo standard qualitativo adeguato al prodotto. Successivamente
al pauroso decremento di presenze nelle fila di questa
classe di lavoratori fu necessario ricorrere ad un istituto
indirizzato alla formazione delle nuove leve (l'"Accademia
per Sarti di Roma" era il più celebre) che
non riuscì in ogni caso a sopperire alla defezione.
Ma questo problema ci introduce già negli anni
sessanta, un decennio che vide la glorificazione di una
Dolce Vita già scomparsa nel momento in cui il
film omonimo trovava un suo posto nelle sale.
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