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Marlene Dietrich e James Stewart. |
La
musica negli anni '40
La
musica nera, per lo meno nelle proprie incarnazioni più
"sbiancate", si era ormai aperta un varco nei cuori di tutti
gli ascoltatori anche nel Bel Paese a dispetto del veto
che il Fascismo aveva imposto ad una produzione musicale
che ufficialmente indicava quale "barbara anti-musica negra"
e di cui ufficiosamente temeva l'intrinseca natura contestataria.
Si trattò effettivamente di un timore infondato dato che
ad ottenere una certa popolarità furono produzioni piuttosto
svilite dello swing originario. |
In
ogni modo questi modesti successi furono sufficienti ad
inaugurare un duello tra sostenitori della canzone italiana
tradizionale e presunti rivoluzionari delle 7 note.
A pensarci bene questo clima di competizione non si è
sopito neppure oggi ed è presumibile che l'equilibrio
che si venne creando tra le due spinte, quella autarchica
e quella esterofila, costituì un propellente indispensabile
per consentire all'Italia di costituirsi un proprio stile.
Il ruggito dello swing comunque rimase in uno stato per
così dire recessivo sino alla seconda metà
degli anni '40, quando le celebri ariette di "Capinera"
e "Tango della Gelosia" furono letteralmente spazzati
via da Natalino Otto e i suoi "Mr. Paganini" o
"Polvere di Stelle".
Il
ruggito dello swing comunque rimase in uno stato per così
dire recessivo sino alla seconda metà degli anni
'40, quando le celebri ariette di "Capinera" e
"Tango della Gelosia" furono letteralmente spazzati
via da Natalino Otto e i suoi "Mr. Paganini" o
"Polvere di Stelle". Fu appunto l'incontro tra
i cascami dell'operetta da una parte e del blues dall'altra
ad accendere una miccia che esplose in una produzione a
dir poco sterminata. Il fenomeno fu naturalmente ostacolato
dal regime fascista attraverso strategie evidentemente poco
efficienti. Le trasmissioni radiofoniche erano di solito
monitorate e fu questo continuo controllo a non permettere
la diffusione dei lavori più interessanti. In ogni
modo alcuni degli artisti più promettenti ci furono
rapiti dall'industria americana e personaggi del calibro
di Arturo Rabagliati portarono al successo i propri brani
("Baciami piccina") utilizzando il cinema quale
trampolino di lancio. Altri, come il Trio Lescano, divennero
un fenomeno di costume benché l'immagine esile delle
tre sorelle olandesi veicolasse messaggi per nulla infantili.
Il loro brano più celebre fu senza dubbio "Maramao
perché sei morto", canzonetta apparentemente
inoffensiva che si permetteva di deridere la morte di Ciano
("Maramao perché sei morto, pane e vin non ti
mancava
") e che rappresentò il prototipo
per tutta una produzione di cosiddette "canzoni della
fronda".
Accanto
a questi prodotti destinati ad un pubblico di civili si
affiancano i brani del "canta che ti passa",
indirizzati ad alleviare le sofferenze dei soldati al
fronte e ad infondere coraggio nelle truppe. L'effetto
patetico o corroborante veniva spesso ottenuto attraverso
una banalizzazione del vocabolario D'Annunziano; epiteti
piuttosto altisonanti quali "sonante mar" o
"luce mattinal" decorano brani popolari quali
"La canzone dei sommergibili" o "Vincere!".
A ciò aggiungiamo la mesta "Lilì Marlene"
che però si diffuse nella traduzione che Lina Termini
derivò dall'originale tedesco. Curiosamente mancano
in questo periodo echi canori della tragedia che gli italiani
pativano quotidianamente; la canzone italiana prese a
discostarsi progressivamente dall'osservazione della realtà
e a ripiegare in un genere di evasione che rappresentò
una vera e propria miniera per l'industria discografica
nazionale. Naturalmente a livello dei gruppi minoritari
i canti dei partigiani, dalle liriche oltremodo affilate,
la fanno da padroni. "Bella Ciao" tra tutti.
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