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classico:
"Casablanca" del 1942; il film ottenne da subito un successo
davvero notevole e ancora oggi è un film molto apprezzato.
Non possiamo dimenticare il mitico Charlie Chaplin con
il suo "Grande Dittatore" (1940), e Frank Capra
con "Arsenico e vecchi merletti" (1944), e poi
Hitchcock, che nel 1940 vinse il suo unico Oscar con "Rebecca,
la prima moglie". Non manca neanche il vecchio Walt
Disney con gli ormai storici "Pinocchio" (1940),
"Fantasia" (1940), "Bambi" (1942).
Durante la guerra la produzione hollywoodiana è
fortemente concentrata sulle vicende belliche, soltanto
tra il 1942 ed il 1945 vennero prodotti circa 500 lungometraggi
a tema bellico. Fu una scelta prima di tutto politica:
Roosevelt era consapevole del potere del grande schermo
e cercò di utilizzarlo come mezzo insostituibile
per trascinare l'America a combattere.
Il Presidente decise quindi di circondarsi di una valentissima
équipe di collaboratori, che avrebbe dovuto svolgere
una funzione di mediazione fra la sua politica e Hollywood,
in realtà fece molto di più, riuscendo spesso
a plasmare il contenuto stesso dei film: prima che si
iniziasse la lavorazione di qualsiasi lungometraggio era
indispensabile il via libera del governo.
Il risultato è che almeno fino alla fine del decennio
non vennero prodotti film contro la guerra o antimilitaristi.
Nella seconda metà del decennio la produzione cambia
e si arriva al western di John Ford ("Sfida infernale",
1946, "Il massacro di Ft. Apache", 1948), ai
kolossal come "Sansone e Dalila" del 1949, di
C.B.DeMille, passando per il noir (particolarmente ricco
in questo periodo) di "Gilda" del 1946, diretto
da King Vidor, o "La furia umana" (1949) di
Walsh, torna anche O.Welles con "La signora di Shanghai"
del 1947, e chiudiamo con "Il postino suona sempre
due volte", di T.Garnett (1946).
Il
decennio è storico anche per la produzione italiana:
c'è la rottura definitiva con il cinema dei telefoni
bianchi, con i kolossal storici e i film di propaganda.
Primo vero artefice del rinnovamento del cinema italiano
è probabilmente Blasetti. "Quattro passi tra
le nuvole" (1942), sceneggiato da Zavattini, rappresenta
un primo accenno di neorealismo in cui Blasetti si presenta
in veste inedita. L'atmosfera neorealista si completò
durante la guerra. In quel clima di totale distruzione,
con la penuria di mezzi tecnici, di costumi, di scenari,
nacque il neorealismo: più che da una teoria cinematografica
fu l'espressione delle precarie condizioni di lavoro,
e fu caratterizzato dalla povertà in tutti i sensi,
povertà nella qualità tecnica dei film e
nei personaggi scelti, soprattutto operai, contadini e
disoccupati.
Dopo la caduta del fascismo emersero quindi Zavattini,
Rossellini, De Sica, Visconti, diversi tra di loro ma
legati da una generica spinta morale verso ideali antifascisti,
egualitari e libertari, cristiani e comunisti.
Ricordiamo
di Rossellini "Roma città aperta" (1945),
intenso e struggente, il film fu il primo prodotto amatoriale
ad emergere quale capolavoro di livello internazionale,
"Paisà" (1946), "L'amore" (1948),
"Germania anno zero" (1948), "Stromboli
terra di Dio", (1949); di De Sica "Sciuscià"
(1946), e "Ladri di biciclette" (1948), altro
successo internazionale e poi Visconti che già
nel suo esordio con "Ossessione" (1943) si distaccò
dal cinema di regime e sperimentò una sorta di
fusione tra il rinnovato stile realista francese e il
mondo violento della narrativa contemporanea americana
(nel caso specifico "Il postino suona sempre due
volte" di Cain).
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