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A tutta birra già 6 mila anni fa!
Pensate
che le combriccole di ragazzi fuori di testa dopo una bella
sbronza siano uno spettacolo avvilente? Forse avete ragione.
Pensate che si tratti di un fenomeno recente? Vi sbagliate
di grosso! Seimila anni fa in medio oriente avreste potuto
godervi spettacoli simili. Tracce di preparati che presentino
forti affinità chimiche con l’odierna birra sono
state appunto rilevate in Mesopotamia e in Egitto all’epoca
della fine della prima dinastia egiziana (2800 anni prima
di Cristo circa).
Si trattava
di una bevanda prodotta a partire dalla fermentazione controllata
del malto o di simili cereali e che per questo stesso motivo
gli Armeni collegavano alla dea Armalu.
Non si tratta ovviamente di un riferimento all’eventuale
intervento di una donna nella sintesi della prima pinta
ma della semplice constatazione che la birra nasce dalla
terra di cui Armalau era appunto custode. Questo legame
divino con la terra si conservò a dire il vero anche
in epoca romana, quando il patrocinio di Armalu fu sostituito
da quello di Cerere.
Furono proprio i latini a battezzare questo alimento con
un termine affine a quello odierno: il termine “birra”
discende appunto da “bibere”, latino per “bere”.
I
fornai sumeri si occupavano spesso di produrre una certa
quantità di nettare (per lo più aromatizzato
in modo originale con spezie e cannella) da distribuire
in quantità diverse ai cittadini in proporzione alla
carica che questi ricoprivano. Ad un gran sacerdote erano
ad esempio garantiti 5 litri al giorno che sicuramente lo
avrebbero aiutato nelle sue visioni dell’aldilà.
Inoltre i birrai mediorientali dovevano essere molto attenti
a non rovinare la propria posizione di prestigio con manovre
scorrette, considerando che il codice Hammurabi si pronunciava
in modo poco simpatico riguardo a queste truffe. Chi avesse
annacquato il proprio stock ci sarebbe stato affogato dentro.
A quei tempi, inutile dirlo, i birrai erano gente onesta!
Ma la
birra non rappresentò esclusivamente uno status symbol.
Considerate che spesso la preferenza accordata a certi alimenti
fermentati fu giustificata da considerazioni di carattere
igienico. È noto infatti che molti batteri non sopravvivono
al processo di fermentazione. Un problema, questo, meno
pressante in tempi recenti ma sicuramente molto sentito
in epoche remote e fino a tutto il medioevo.
A
quei tempi un tale Arnoldo, vescovo santificato nel 1100,
si dilettava ad emulare il miracolo della trasmutazione
arrivando a conclusioni piuttosto alcoliche. Lo fece ragionevolmente
per supplire ad una epidemia di colera che interdiva il
consumo dell’acqua nel territorio di sua giurisdizione
ma, data questa sua disposizione per i miracoli a base di
birra, c’è chi lo considera ancora patrono
morale degli ubriaconi. A proposito di ubriachezza molesta
e medioevo, sembra che Gambrinus, birraio di Carlo Magno,
consumasse 117 pinte al giorno conservando tuttavia un certo
decoro al cospetto del santo sovrano. Prima dell’editto
(1516) sulla purezza della Birra la sintesi della bevanda
ad opera dei monaci non produsse mai un vero e proprio standard.
La pubblicazione del decreto di Reinheitsgebot introdusse
una ricetta minima a base di malto e luppolo su cui si innestarono
tutta una serie di varianti e di procedure accessorie che
condussero con il tempo alla realizzazione dei vari brand.
La
birra non ingrassa.
Cure dimagranti e decaloghi salutisti bandiscono spesso
la birra da ogni tipo di dieta. In realtà essa
ha un apporto calorico molto limitato, pari a quello
di un’aranciata. La
disinformazione in fatto di scienze dell’alimentazione
ha spesso prodotto equivoci. Ad accrescere questo
fenomeno hanno probabilmente contribuito le migliaia
di diete e programmi dietetici forniti attraverso
i media e le riviste non specializzate. La birra costituisce
un buon esempio di questa abitudine.
La diffusa opinione che vorrebbe questo alimento interdetto
da ogni regime dietetico controllato non tiene conto
del fatto indiscutibile che 100 grammi di birra forniscono
un apporto calorico molto limitato. Si tratta di sole
34 kcalorie, praticamente le stesse di una aranciata.
Il punto è che questa stessa quantità
di prodotto non fornisce principi nutritivi di una
qualche rilevanza. Ciò significa che queste
34 calorie rappresentano realmente degli extra, da
sommare a tutte le altre accumulate nel corso della
giornata. Un po’ di buon senso può risolvere
al meglio il problema!
Scegliete
la birra giusta!
Vi siete mai domandati quale principio spinga alcuni
esperti bevitori a scegliere una birra piuttosto che
un’altra in base all’occasione?
Vi
sarete certamente sentiti in imbarazzo di fronte all’enorme
scelta di birre proposta da alcuni locali specializzati
e noi abbiamo pertanto deciso di suggerirvi un criterio
infallibile.
In generale gli intenditori tendono ad adattare le
proprie scelte alla pietanza con cui hanno intenzione
di duettare. Un ottimo esempio è costituito
dal dolce. Spesso il gusto intenso di alcune birre
mal si adatta alla leggerezza del dessert di frutta.
Un esperto sceglierebbe certamente un gusto fruttato.
Ce ne sono diversi, al lampone, alla pesca. Per gli
amanti del cacao è meglio optare per una stout
scura al caffè.
E attenzione: versate il tutto in un bel boccale ampio!
Il collo della bottiglia, contenendo l’eccesso
di anidride carbonica, non vi consentirebbe di godere
a pieno del frutto di una scelta tanto oculata!
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15/03/2005
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