Semplicemente
5/9/20101:40

GIOCHI & CONCORSITEST & SONDAGGI AGORÀ

Una nuova Carmen

L'Opera-ballet Carmen de los Corrales si origina dalle motivazioni artistiche della Carmen di Bizet, il fascino del mondo gitano e ispanico, la passione e la sensualità, la tragicità sociale che vive dentro la dicotomia tra il richiamo dell'amore e il dovere, fino alla perdita o della propria identità o, che è lo stesso, della vita.
Ambientato a Buenos Aires, lo spettacolo ci porta da prima, nei mattatoi di fine ottocento dove iGauchos portavano il bestiame e dove si radunavano indiani e schiavi fuggiaschi dal vicino Brasile, per passar poi ai bordelli degli anni 20 fino agli anni del governo di Evita e Juan Peròn.

Ognuno vive e rappresenta la sua vita, diversa e originale da vicino, eppure né è contemporaneamente influenzato, come da quella di mille altre persone… come dal mondo intero… Questa, forse, è la "globalizzazione della bellezza" esclamerebbe Daniel Pacitti, il vulcanico autore della "Carmen de los Corrales" che prendendo spunto dai contenuti immortali dell'opera di Bizet l'ha attualizzata in un ideale percorso terreno. "Forse ci sono solo tre eventi nell'esistenza di un uomo e di una donna che ne segnano l'esistenza: la nascita, la vita e la morte; e spesso ci manca la consapevolezza di questo, infatti non si sa di nascere, si muore soffrendo, e ci si dimentica di vivere". Narra Pacitti, parafrasando antiche citazioni, "…ecco la Carmen de los Corrales nasce con l'ambizione di essere strumento per rendere evidenti queste ambiguità umane; Carmen è il grimaldello per scardinare abitudini e consuetudini di pensiero, sottolineando la necessità, per il progresso umano, di continue contaminazioni culturali, in ogni ambito e genere pur nel rispetto delle singole specificità". L'Opera-ballet si articola in tre atti, ognuno con una sua identità e particolarità, ma alla fine, come in una combinazione alchemica, si genera una consapevolezza superiore, in un'unica magica e geniale suggestione artistica… come la vita.

Le musiche sono completamente rielaborate, a volte addirittura ricreate nel caso dei balletti, con richiami armonici, ritmici e melodici al folclore delle varie regioni dell'Argentina, al tango , alle sonorità tipicamente zigane. A volte sono presenti contaminazioni spagnole. Compaiono strumenti tipici come il bandoneon - anima del tango, il charango - anima della musica andina, il bombo tehuelche - spirito della musica del nord e la chitarra - compagna del gaucho e anima della musica creola .
Modifiche sull'originale di Bizet riguardano pagine parzialmente o totalmente ricomposte.
Sono spariti i cori che invece vengono sostituiti dai balletti e hanno richiesto una creazione di brani (ballati) sia sui temi o dei cori o degli orchestrati.
Le parti del canto: vocalità, melodie e testo sono identiche, sono rimaste quelle originali di Bizet, pur con riduzioni e tagli, con diverse armonizzazioni ritmiche e forme musicali.
Ambientato tra gli anni 1870 e 1910 nei corrales di quella Buenos Aires chiamata la "Gran Aldea", questo lavoro è fatto di musiche e coreografie che recano in sé il dolore secolare di una felicità perduta.
Araucanos, Querandíes, Guaraníes, fino a cinquantadue tribù indiane native americane, ed altre etnie, vennero travolte, estinte o sottoposte a lavori forzati, rivoluzionando la loro quotidianità e filosofia di vita e la loro spiritualità sradicandole dalla propria essenza.
Da questo profondo dolore si origina il Gaucho al quale il destino impose di vagare nella Pampa.
La vita lo costringeva a continue peripezie, lottò contro il padre di origine europea e lottò contro la madre di origine indiana e fu confinato nei fortini di frontiera.
Con l'arrivo delle ferrovie (1880) e dei frigoriferi (1883), inizia un'epoca di forte inurbamento. I pochi veri gauchos rimasti, lavoravano portando il bestiame ai bordi delle grandi città - i corrales appunto - e attratti dalla possibilità di attività lavorative cittadine, cominciavano ad aggregarsi nelle periferie.
Con l'inizio dell'era industriale e di quella dell'"Alambrado"(delimitazione delle proprietà), la gente tendeva a spostarsi soprattutto nelle città portuali come Rosario e Buenos Aires, irradiate dal progresso transoceanico e in possesso delle chiavi per il commercio internazionale.
Queste stesse città - prima fra tutte Buenos Aires - erano luogo di una invasione immigratoria che ha portato masse di popolazioni europee, soprattutto italiani, ad addensarsi nei barrios della periferia di Buenos Aires in una fusione di razze, amori e nostalgie che svilupparono una tendenza artistico culturale particolare in ogni regione dell'Argentina. La presenza di una nutrita popolazione nera e meticcia composta da schiavi o fuggiaschi dal vicino Brasile, portava inoltre con sé ritmi nuovi e particolari come il gioioso e sfrenato Candombe.
Tutte queste fonti plurietniche, cariche ciascuna di matrici culturali e musicali indipendenti, hanno generato un'alchimia, dalle componenti inseparabili, che ha dato vita alla musica della regione del Rio della Plata: "il Tango".
Nella Carmen de los Corrales troviamo la volontà e l'impegno di Pacitti nel presentare questi fenomeni per mezzo di personaggi e azioni di quel tempo.
La musica, la danza e le parole, spesso in lunfardo, ossia la lingua del Tango, dei bassifondi di Buenos Aires, sono gli elementi affascinanti di questa operazione artistico culturale.

Il compositore
Daniel Renè PACITTI

Nasce in Argentina nel 1964 da genitori italiani. Nel 1978 viene ammesso, nonostante la sua giovane età, all'Istituto Superiore di Musica di Santa Fè, per poi proseguire gli studi al Conservatorio Nazionale di Buenos Aires. A 17 anni vince il primo premio assoluto "Jovenes Consertitas Argentinos" e il primo premio nel Concorso "Solistas del Mozarteum", diventando così primo clarinetto dell'Orchestra da camera di Santa Fè.
Vince diverse borse di studio all'Accademia Chigiana di Siena dove frequenta i corsi estivi di clarinetto di G.Garbarino. Parallelamente studia, all'Accademia Internazionale Superiore di Musica di Biella, con Antony Pay e, a Riva del Garda, con Karl Leister.
Nel 1988 vince una borsa di studio del Governo Francese che gli permette di entrare nel Conservatorio M.Ravel di Parigi, dove studia armonia e contrappunto con P.Durand, analisi con A.Margoni e orchestrazione con P.Sciortino, conseguendo poi, con J.M.Volta, il diploma del terzo ciclo di clarinetto. Insieme segue i corsi di perfezionamento di direzione corale e orchestrale, nel Centre d'Art Poliphonique de Paris - Ile de France, di J.J.Werner e P.Cao. Già primo clarinetto dell'Ensemble International de Paris, nel 1989, per decisione unanime degli stessi musicisti, assume la direzione dell'orchestra, esibendosi nelle più prestigiose sale di Parigi. L'anno seguente a Vienna partecipa a un Master Class di direzione d'orchestra di B.Weil, mentre a Milano ha una serie d'incontri con il M.o C.M.Giulini.
Dal 1991 al 1995 è stato direttore artistico e musicale dell'Orchestra Filarmonica di Stato della Moldavia, diventando così il primo direttore occidentale ad essere chiamato come direttore stabile di un'orchestra dell'ex Unione Sovietica. E' stato secondo direttore dell'Orchestra del Teatro dell'Opera di Moldavia e ha collaborato come direttore ospite principale con l'Orchestra Nazionale di Santiago del Cile e con l'Orchestra Radio 1 di Mosca.
Sia nel ruolo sempre più complesso di direttore, sia di concertista si è esibito in Germania, Austria, Italia, Luxemburgo, Francia, Belgio, Svizzera, Romania, Paesi dell'ex Unione Sovietica, Israele, Argentina, Brasile, Perù, Albania e Cile.
Pacitti possiede un repertorio concertistico lirico-sinfonico tale, che abbraccia tutto il repertorio tradizionale e contemporaneo, avendo diretto più di settanta autori.
Fin da giovanissimo è a contatto con l'ambiente folcloristico del suo paese ed oggi attinge da questo patrimonio culturale per comporre le proprie musiche.


Date della Tournée
03 aprile Pesaro Teatro Rossini 0721-31103
04 aprile Cesena Teatro Verdi 0547-613888
5 aprile Concordia Teatro Comunale 0535-57015
6 aprile Imperia Teatro Cavour 0183-61978
Dal 08 al 12 aprile Bologna Teatro Celebrazioni 051-6176140
Dal 14 al 17 aprile Roma Teatro Ambra Jovinelli 06-4127151
Dal 23 al 25 aprile Firenze
Dal 26 al 27 aprile Trieste Teatro Rossetti 040-567201
28 aprile Mestre Teatro Corso 041-986722
29 aprile Borgonovo Valtidone Cinema Capital 0523-332613
3 maggio Como Teatro Sociale 031-270170
5 maggio Sesto San Giovanni (Mi) Teatro Elena 02-26261688
Dal 6 al 10 maggio Genova Teatro Politeama 010-8393589
11 maggio Varese Teatro Impero 0332-284004
Dal 13 al 15 maggio Torino Teatro Colosseo 011-6698034
19 maggio La Spezia Teatro Civico 0187-733098
Dal 20 al 25 maggio Milano Teatro Ventaglio Nazionale 02-43990381
27 maggio Ferrara Teatro Nuovo 0532-3375
28 maggio Modena Teatro Michelangelo 059-343662

25/03/2003

Peter Uncino: Milva e Riondino insieme!

E' un'opera che pone, come dice lo stesso autore, "una domanda inquietante sul senso della vita e sulla evanescenza delle speranze giovanili... e una riflessione sulle lusinghe del Potere". Testo musicale e testo parlato viaggiano insieme e la musica si sviluppa su due livelli diversi: quello del gruppo "Tangoesis", presente sulla scena e che accompagna le canzoni, e quello dell'Orchestra dell'Arena di Verona diretta da Massimiliano Caldi. La storia si svolge su un'isola che non c'è desertica e disabitata dove i due protagonisti, ormai invecchiati, rancorosi e soli ricordano la gioventù.

Liberamente ispirata alla saga di Peter Pan creata da J. M. Barrie, una delle favole e dei testi teatrali più avvincenti del nostro secolo, Peter Uncino è un'opera, un melologo, uno spettacolo che Serra e Tutino ambientano su un Isola che non c'è ormai disabitata e desertica, popolata soltanto da neri corvi mummificati e dai protagonisti dell'eterna guerra tra sogno e realtà: Peter Pan e Uncino, interpretati da David Riondino e Milva. Invecchiati, rancorosi, soli, i due antagonisti ricordano la gioventù, rincorrendo un misero sogno di potere e autorità: essere il capo di un Paese che forse non esiste, ed è comunque minuscolo, sterile e morente. Peter non riesce più a volare, Uncino è paralizzato, imprigionato col suo enorme vestito tra gli scogli dell'isola: non ci sono né sirene né giochi di bambini, il tempo è immobile, anche le ombre si sgretolano. Tra paradosso, dolorosa comicità, utopia e cinismo la vicenda si srotola verso un finale amaro, sorprendente, provocatorio: due monchi, due uncini si alleeranno per governare sul nulla. Una ben misera carriera.
Così la favola dell'utopia, del volo, del sogno dell'eterna giovinezza si scontra con il terrore di aver consumato la propria vita tra velleitarismi e sogni di cartapesta. Sembra arrivato il tempo di far tornare i conti, di capitalizzare, di rendere tangibile il desiderio di raccontarsi vincitori, arrivati. Ma la meschinità dilaga: si svendono i ricordi e gli ideali, si rinnega la giovinezza, anche solo spirituale, barattandola con un qualsiasi segnale di potere, purché pomposo e luccicante.
"Voglio un cappello da capo!" urla Peter, svelando spudoratamente la sua nuova natura.
Intanto la metamorfosi è palese, compaiono menomazioni e protesi adunche: la capacità di volare è scomparsa per sempre.

Definire con esattezza la tipologia di questo spettacolo, composto essenzialmente di musica non è certo facile. a porsi il problema è lo stesso Marco Tutino, che quelle musiche le ha composte.
"…Se la musica non è proprio quella che la globalizzazione ci indica come unica, le cose si complicano ancora di più: Opera lirica? Melologo? Musical?
La verità è che viviamo in un momento di passaggio, nel quale i generi mutano- o cercano di farlo- per uscire dai propri ambiti storici e perlustrare nuove possibilità; che come sempre, presuppongono nuovi ascoltatori, e forse nuovi luoghi.
Peter Uncino è dunque una azione scenica che si svolge in compresenza di un testo musicale e di un testo parlato. La musica narra la sua drammaturgia, e i due personaggi dialogano la loro storia, l'uno maggiormente parlando, l'altro per lo più cantando.
Dunque vi sono canzoni, che per forza di cose attingono il loro linguaggio dalla tradizione della musica di consumo del secolo appena trascorso, e vi è musica pura, che ci parla di se stessa, oltre che avvolgersi al testo che la accompagna.
La storia, inutile riassumerla puntualmente, è quella della fine dei sogni: quando si scopre che la realtà è più dura di quanto si immaginasse, e dunque bisogna che ciascuno trovi la sua maniera di farci i conti, chi cedendo del tutto allo spirito dei tempi, chi conservando qualche rapporto con l'utopia…

Il nostro eroe, Peter, scopre lentamente di essere più simile a Uncino di quanto si potesse immaginare. E forse avviene anche il contrario, che il vecchio Capitano si addolcisca con l'età, e sia più disponibile a considerare l'ipotesi di cedere il passo. Una strana convergenza, dunque, che ci mostra due traiettorie complici e opposte allo stesso tempo; e una domanda, inquietante, sul senso della vita e sulla evanescenza delle speranze giovanili che ad un certo punto a tutti viene posta. Nulla di consolatorio e edificante, dunque, in questo Peter Pan.
Che è anche una riflessione sulle lusinghe del Potere, in senso proprio e traslato: il potere sugli atri, in tutte le forme nelle quali può manifestarsi.
Questo è più o meno il senso, la ragione di convocare Peter Pan e il suo eterno antagonista, Capitan Uncino (che come ormai avrete capito, non è altri che un "doppio" di Peter: la preda è sempre il cacciatore) su di un palcoscenico.
Facciamo spettacoli per rappresentare il mondo: per dire qualcosa di inaudito sul nostro agire nel mondo. Nella speranza di essere ancora ascoltati, in questo mondo dove la distanza tra il rappresentato e la rappresentazione, la realtà e la finzione, la virtualità e la concretezza, la vita e il sogno, la maschera e il volto, si fa sempre più impalpabile e sottile."


Il Teatro dell'Archivolto presenta:
MILVA, DAVID RIONDINO
e NICOLA ALCOZER
in PETER UNCINO

Musica di Marco Tutino
Testo di Michele Serra
Regia di Giorgio Gallione

22/01/2003

Luttazzi torna a teatro

Daniele Luttazzi considera un onore e un privilegio appartenere alla schiatta dei guitti. Come le loro, anche le sue trovate derivano da quelle del Satiro dell'antica commedia greca, che a loro volta risalgono ai riti fallici e alle cerimonie in onore di Dioniso. Nei monologhi moderni di Luttazzi ritroviamo le caratteristiche fondamentali della clownerie di tradizione: il gergo volgare e osceno, i tratti amorali e asociali, le tare mentali e fisiche che contribuiscono a trasformare in caos il mondo circostante:
"A letto era del tutto disinibita, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo da sperimentare. Ricordo ancora la volta che mi fece bere champagne dalla sua vagina. Dieci litri!"

Luttazzi trasforma il caos in goffaggine e sproporzioni, ma appena pensi di averlo inquadrato se ne allontana con trovate piene di grazia, per poi risprofondare in esso con la sua prosodia precipitosa:

"Aveva una gamba di legno. Ma il piede era vero."

Luttazzi, buffone scurrile ed empio, una volta toccato l'abisso resta come posseduto da qualcosa che in esso dimora. Ha difficoltà con gli oggetti fisici, con le forme sociali e con le norme che presiedono a entrambi. Benché queste difficoltà e la sua incapacità a superarle ci colpiscano come una ridicola perdita di dignità, Luttazzi capita che ne vada fiero. Ha il sesto senso, solo che gli mancano gli altri cinque. Per questo il flusso delle sue trovate anticipa sempre un po' la capacità di reazione del pubblico:

"Era una ragazza con la pelle grassa. Piena di brufoli. Ma molto colta.
Coltissima.
Quando esplodevano, i suoi brufoli facevano: proust!"

La malizia di Luttazzi può limitarsi alle birichinate a danno di oggetti o persone:

"Emilio Fede è un androide ottenuto combinando ìl corpo di Emilio Fede col cervello di Emilio Fede. La cosa incredibile è che il risultato è inferiore alla somma dei due componenti";

oppure arrivare al punto di interferire con astruse bizzarrie nelle nostre riflessioni su noi stessi e sul mondo:

"Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? La realtà esiste? E se non esiste,
chi glielo dice a Valeria Marini?"

Furfante e arguto, zimbello e grullo, Luttazzi si nutre della confusione fra senso e non-senso, fra la realtà concreta e le inesauribili potenzialità che essa lascia intravedere al suo interno. La sua tendenza non è di focalizzare, ma di dissolvere gli eventi:

"A causa del maltempo, ieri l'Alitalia ha cancellato l'85% dei voli.
Sfortunatamente
alcuni di questi erano in aria, al momento."

Tempo, spazio, leggi, norme: Luttazzi ne è indipendente. Ci gioca inventando battute, contento di averci proceduto:

"A tutti piacciono le minorenni. Per questo c'è una legge."

I nostri tentativi di conformarci a un ideale "dover essere" si fondano su valori antitetici a quelli di Luttazzi. Ne fa fede il suo stolido infantilismo:

"Non ho mai capito cosa ci sia di così erotico negli slip commestíbili. Li indossi per una settimana, alla fine hanno lo stesso sapore degli altri."

Luttazzi esprime elementi della cultura universalmente ricorrenti: la parodia del sacro, la comicità basata su sesso e oscenità, e quella basata sulla malattia e la morte. Questi temi sono intrecciati fra loro. Ogni culto si fonda sull'istinto e al tempo stesso regola il nostro accesso a esso. Ne consegue che spesso il clownismo cerimoniale ha carattere sessuale. Nelle feste carnascialesche dei Fastnacht del XV secolo, ad esempio, il buffone era per lo più un "servo di Venere" intento esclusivamente a soddisfare le sue pulsioni sessuali; mentre presso gli indiani Pueblo il clownismo è ancora oggi una forma di magia connessa alla fertilità: un aspetto, questo, rintracciabile in molte epoche e luoghi e che si esprime con parole sconce, giochi licenziosi, esibizionismo, travestitismo, offese al pudore, allusioni al rapporto sessuale, nel mangiare escrementi e nel bere urina. L'apparentemente rozza oscenità apotropaica del buffone cela sottili valenze simboliche. Egli è il portavoce della saggezza dell'irrazionale.
L'angoscia del nulla è dissolta:

"Quando morirò, voglio essere cremato, e voglio che le mie ceneri siano sparse sul corpo di Sabrina Ferilli."

Il Buffone ha per natura una funzione eversiva contro il sacro, le proibizioni autoritarie, il potere. Per lui non c'è nulla di fisso, nulla di acquisito. Può dire tutto impunemente perchè si pone fuori dalle regole sociali, ma fa da specchio alla goffaggine maldestra con cui affrontiamo le forze avverse dì un universo inospitale il cui senso ci sfugge. Getta lo scompiglio nell'ordine che abbiamo eretto a nostra difesa, si prende gioco della nostra sicurezza e mette in crisi la presunta oggettività della nostra visione dei mondo. Ci costringe ad ammettere che il confine fra ordine e caos non è così netto come vorremmo. E non è là dove vorremmo che fosse. Colpito da una mazzata, si rialza come niente fosse. E' lo spirito umano, immortale. Facendoci ridere, ci rende liberi.

03/12/2002

Festival del Teatro d'Europa
di Giulia Serra

A Milano il Festival del Teatro d'Europa, luogo di scambio culturale per eccellenza. Per il quarto anno consecutivo torna a Milano il Festival del Teatro d'Europa. Da ottobre a dicembre il palcoscenico sarà tutto per le migliori produzioni teatrali, europee e non solo. Il Festival del Teatro d'Europa continua a confermare la propria vocazione di luogo di scambio culturale strutturandosi come un calendario di "lezioni di teatro" che segue un itinerario tutto da seguire, in compagnia dei grandi maestri del teatro internazionale.

Seguiamo quindi questo itinerario attraverso le molteplici iniziative proposte dal festival.

Spettacoli
Da ottobre a dicembre, nelle due sale del Teatro Strehler e dello Studio, la sera il sipario si alzerà sugli spettacoli di "Masterclass": i grandi registi della scena europea al Festival con le loro ultime, applauditissime produzioni.
Ad inaugurare il Festival 2002 la storia più conosciuta del mondo, quella del Principe di Danimarca con La tragédie d'Hamlet di Peter Brook.
A novembre Peter Stein esplora la passione tra Achille e la regina delle Amazzoni in Pentesilea di von Kleist, mentre Lev Dodin torna a Milano con Fratelli e sorelle che racconta le vicende di un villaggio russo alla fine del secondo conflitto mondiale.
Il mese di novembre si chiude con Mariana Pineda, storia d'amore e morte di Garcia Lorca, regia di Lluís Pasqual.
A dicembre in scena i due gemelli "lunatici" di Robert Lepage e del suo The Far Side of the Moon e la tragica parabola di un eroe mancato raccontata da Cechov e da Eimuntas Nekrosius con Ivanov.
Ci saranno poi il concerto di Ute Lemper, sofisticato viaggio tra le capitali della canzone e la poesia di Guido Ceronetti e del suo M'illumino di tragico.

Masterclass - Giovani Registi
Workshop e lezioni di teatro con i maestri presenti al Festival per un gruppo di giovani artisti, attori e registi.
Sarà formato da quindici giovani artisti, attori e registi provenienti dalle principali scuole italiane, il gruppo che parteciperà alle Masterclass con i maestri del teatro.
I giovani artisti, coordinati da Stefano de Luca, regista e assistente alla regia, tra gli altri, anche di Giorgio Strehler, vivranno una straordinaria esperienza formativa in un ciclo di workshop tenuti dai registi del Festival.
Duplice l'appuntamento con il teatro di Peter Brook, articolato in un primo incontro con il regista e in un secondo laboratorio con uno dei suoi attori "feticcio", Bruce Myers.
Con Guido Ceronetti il gruppo partecipa a M'illumino di tragico, una ricerca teatrale di una settimana che sarà presentata al pubblico in tre giornate di spettacolo.
Regista di teatro, ma prima ancora germanista e filologo, Peter Stein racconterà al suo giovane pubblico le ragioni di un approccio al testo analitico e scientifico.
Guidati da Lev Dodin, gli allievi approfondiranno il metodo di lavoro con l'attore che costituisce il tratto distintivo di questo regista e il "segreto" della sua incredibile comunicativa.
Protagonista di indimenticabili prove d'attore, in teatro come al cinema, Irene Papas porta nelle "Masterclass" la sua esperienza e il suo "vissuto" di interprete.
Il settimo appuntamento è con Lluís Pasqual, regista che ha portato sulla scena la propria passione per il Teatro di Garcia Lorca, allestendo spettacoli di prosa, recital di poesie e, ora, uno spettacolo di flamenco.
Luca Ronconi, direttore artistico del Piccolo, conclude il ciclo di "Masterclass" con un intervento che illustra motivi, ragioni estetiche e intenzioni di regia del "Progetto Greci", il trittico di spettacolo che comprende Prometeo incatenato di Eschilo, Le Baccanti di Euripide e Le rane di Aristofane, alla vigilia dell'andata in scena, in gennaio al Teatro Strehler, di Prometeo incatenato.

Incontri d'autore
Sei incontri, coordinati da giornalisti e scrittori, presentano al pubblico i grandi maestri del Festival.
Inaugura il ciclo Peter Brook, settantasettenne regista anglofrancese, da cinquantanove regista di teatro, opera lirica, cinema.
Conosciuto al grande pubblico per capolavori come Mahabharata, La tragédie de Carmen, Sogno di una notte di mezza estate, Il signore delle mosche, Re Lear, La Tempesta, Giorni felici, per citarne solo alcuni, è considerato l'uomo che ha rivoluzionato il concetto di spazio nel teatro del Novecento.
Il secondo appuntamento è per un the con il "sensibile" Guido Ceronetti, poeta, saggista, scrittore, artista di strada, traduttore, critico del costume e autore per il teatro.
Impossibile da ricondurre ad un solo genere artistico, questo artista poliedrico e sensazionale trasforma ogni proprio spettacolo in happening. Per il pubblico, l'occasione per immergersi in un mondo che ha la forza rarefatta della poesia.
Germanista e studioso di storia dell'arte, Peter Stein, figura fondamentale del teatro tedesco del secondo Novecento, è protagonista del terzo incontro.
Fondatore della Schaubühne di Berlino nel 1970, Stein ha allestito negli anni testi, tra gli altri, di Bond, Brecht, Weiss, Goethe, von Kleist, Shakespeare, Gorkij.
Memorabili le sue edizioni dell'Orestea di Eschilo, di Tre sorelle di Cechov e del Faust, quest'ultimo ha dato origine a un evento presentato in sette giornate all'Expo 2000 di Hannover.
Da anni presenza fissa sulle scene del Piccolo, Lev Dodin ha fatto conoscere al pubblico italiano la Russia di ieri e di oggi, da Cechov alla perestroijka, passando per gli oscuri anni dello Stalinismo e della Guerra Fredda.
Il teatro di Dodin è anche una straordinaria lezione di teatro: spettacoli come Gaudeamus, Chevengur, I demoni, Platonov, Claustrophobia, hanno portato in Occidente uno stile nuovo e originale di recitazione e di regia.
Il quinto appuntamento è con Lluís Pasqual, artista che ha fondato nel 1976, a Barcellona, il Teatre Llíure.
Ha portato in scena negli anni, i classici, da Cechov (Tre sorelle), a Goldoni (Una delle ultime sere di Carnovale), accanto ai grandi del Novecento, come Garcia Lorca (El público) e Beckett (Aspettando Godot).
È stato assistente alla regia di Giorgio Strehler negli anni '70. È apparso nel film di Pedro Almodóvar Tutto su mia madre nel ruolo di se stesso.

Programma Incontri d'autore

Proiezioni video
Tutti i fine settimana del Festival Masterclass ospiteranno rassegne video monografiche dedicate ai registi degli spettacoli in programmazione.
I video saranno a disposizione del pubblico per tutta la giornata presso il corner RaiSat e lo spazio Scatola Magica nel foyer d'ingresso del Teatro Strehler.
Fa eccezione soltanto Brook par Brook, portrait intime, proposto mercoledì 2 ottobre al Teatro Strehler. Il film, realizzato da Simon Brook, è un lungo racconto della vita pubblica e privata di Peter Brook, nel doppio ruolo di padre e di e regista teatrale, storia di un uomo per il quale la vita è inscindibile dal teatro.

Quattro pomeriggi di novembre, in contemporanea con il debutto al Teatro Strehler di Pentesilea, saranno dedicati alla proiezione dell'edizione integrale di Faust, l'allestimento che Peter Stein ha tratto dal capolavoro di Goethe. Lo spettacolo fu presentato in prima assoluta all'Expo 2000 di Hannover dove andò in scena in sette giornate.
Rassegne video sono previste anche per Lev Dodin ed Eimuntas Nekrosius, artisti conosciuti dal pubblico milanese, che potrà approfittare di questa occasione per vedere - o forse rivedere - alcuni grandi spettacoli proposti nelle scorse stagioni dai due registi dell'Est europeo.
Di Federico García Lorca, Lluís Pasqual, prima di Mariana Pineda, ha già allestito El publico, presentato in prima mondiale al Teatro Studio, nel 1986, e Comedia sin titulo, andato in scena nel 1989 al Théâtre de l'Odéon di Parigi, oltre a numerosi recital, interpretati dallo stesso regista con alcuni grandi interpreti del teatro spagnolo. Ai recital è dedicata la rassegna proposta al pubblico del Festival.
Dedicato a Robert Lepage sarà proposto un video, dal titolo La faccia nascosta del teatro, con un'intervista al regista e il backstage della lavorazione di The Far Side of the Moon.

Programma Proiezioni Video

La tragédie d'Hamlet
Dopo la versione inglese, La tragedia di Amleto firmata da Peter Brook giunge a Milano nella versione francese, presentata per la prima volta a Zurigo nel maggio 2002.
Un cast multietnico dà corpo e voce ad una lettura "quintessenziale" del classico shakespeariano.

Peter Brook indaga il nucleo mitico di Amleto e realizza una messa in scena scarna e potentissima, libera da sovrabbondanze retoriche e densa di significati primari.
Estrema economia di segni estesa anche allo spazio scenico, in puro "stile Brook" : un tappeto, cuscini, oggetti simbolici e polifunzionali, commento musicale dal vivo con strumenti orientali.
Un "cerchio magico" dove operare - ancora una volta - il miracolo che, per Peter Brook, "sembra normale": isolare il semplice nel complesso, senza - tuttavia - semplificare.
"Amleto - dichiara il regista - è inesauribile, senza limiti… non se ne contano le letture e le interpretazioni… ma continua a restare un mistero, affascinante e inesauribile".
Lo spettacolo è in lingua francese con sovratitoli in italiano.

"Tutti siamo in grado di separare il "semplice", in quanto infantile e semplicistico, dal "complesso", in
quanto "riservato a persone di una formazione intellettuale particolare".
Io intendo semplice proprio nel senso in cui è semplice un cerchio, uno dei simboli più carichi di
significato; un gatto, un bambino e un saggio tutti possono giocare con un cerchio, ognuno alla sua
maniera. Nello stesso modo, l'innocenza che si vuole trovare in teatro è quella che si esprime in forme
che possano essere semplici "cosa difficilissima da ottenere nel teatro quale lo conosciamo" quindi
molto accessibili e, tuttavia, che possano contenere quella carica che una vera semplicità dovrebbe
portare con sé."

Peter Brook

03/10/2002

Il borgo dell'autodramma
di Giulia Serra

La locandina recita: autodramma ideato scritto e realizzato dalla gente di Monticchiello. Ed è proprio così! Come ogni anno lo spettacolo del Teatro Povero nasce e si sviluppa giorno dopo giorno, durante le prove dei testi e delle scene. Il tema si evolve sotto la guida del regista, degli autori e con i suggerimenti degli "attori".

È tornato puntuale il 20 luglio nella piazzetta del teatro il nuovo autodramma della comunità monticchiellese che, dopo 35 anni di teatro e nell'imminenza dell'apertura del museo del teatro delle tradizioni popolari (che avrà sede nell'ex granaio) si concede una riflessione sulla propria identità.

Un intero paese in scena dunque, dal 20 luglio all'11 agosto.
Uno spettacolo decisamente originale, un'esperienza nata dalle feste popolari in cui la vocazione alle rappresentazioni drammatiche costituisce ormai un forte momento ricreativo che accompagna la vita del paese e si pone come obiettivo primario quello di tenere unità la comunità: attraverso questo complesso "rituale" il paese può vincere il rischio dell'isolamento e della disomogeneità il teatro assume per Monticchiello un significato nuovo ed importante.

Quest'anno lo spettacolo si snoda sull'interrogarsi dei monticchiellesi circa il significato dell'esperienza teatrale come elemento di identificazione di una piccola comunità che alla fine forse si è illusa di poter godere o meritarsi un destino diverso da quello di altre comunità che vivono situazioni analoghe.

La civiltà contadina è finita, tanto che si è deciso di racchiuderla dentro un museo.L'identità di questa comunità, in questo momento, si misura attraverso l'esperienza del teatro, che ancora non si sa quanto e per quanto riuscirà a contenere la chiave della propria radice: parlare di mezzadria ai Monticchiellesi di oggi è come parlare di Garibaldi, è un riferimento storicizzato che non appartiene al vissuto.
La presentazione ufficiale del museo è, nello spettacolo, l'elemento utilizzato per focalizzare questa crisi d'identità ma anche quello che potrebbe risolverla in chiave fantastica, emblematica, attraverso una riflessione sui contenuti del museo.
Il granaio, ad esempio, che ospita il museo, è altresì sangue e carne della vita contadina, luogo in cui si misurava il lavoro di una stagione e si manifestava l'iniquità delle condizioni di vita, per chi, a malincuore scaricava il proprio sacco di grano nel granaio del padrone.
Nella camera oscura, altro ambiente del museo, che per definizione è il luogo del rovesciamento dell'immagine, si può arrivare, attraverso uno scatto di fantasia, ad una sorta di rivendicazione in chiave fantastica di un possibile futuro per il teatro di Monticchiello, malgrado o indipendentemente da quella sostanza vitale che è stata la radice contadina, aprendo una speranza.

Un paese che è anche un laboratorio teatrale vivente che, nel momento in cui si prepara ad inaugurare il Museo del Teatro Popolare, continua a proporre geniali rappresentazioni. "Tepopotratos Museum" è il titolo dello spettacolo di quest'anno, un nome suggestivo, ne intuite l'origine? È l'unione delle prime lettere di Teatro Popolare Tradizionale Toscano!

ATTENZIONE: E' possibile acquistare il biglietto solo a Monticchiello; per informazioni e prenotazioni: 0578 755118

25/07/2002

La Festa del Circo
di Giulia Serra

Il circo, per fortuna, non è solo quello con i poveri animali ammaestrati, ma è anche, e soprattutto, quello fatto dagli uomini, veri e propri artisti. Un esempio? Lo spettacolo del Circus Baobab. Una delirante corsa-inseguimento è il pretesto per acrobazie spericolate e figure di trapezio volante, che si mescolano alle percussioni e ai canti guineani. La messa in scena, molto contemporanea, disegna un ritratto della Guinea tra foresta e città, fra tradizione e modernità. Un'occasione unica per vedere al lavoro in Italia una troupe di leggendaria bravura, ai limiti delle possibilità fisiche!

Terza edizione per la Festa Internazionale del Circo Contemporaneo di Brescia, l'unico festival italiano dedicato al nuovo circo, vetrina sulle più interessanti creazioni contemporanee internazionali. Dall'Italia, ma anche da Francia, Belgio, Finlandia, Gran Bretagna e Guinea, anche quest'anno un ricco cartellone di spettacoli in prima nazionale, per nuove sorprese e viaggi fantastici, in un mondo in cui al circo si mescolano danza, musica e teatro.

Dal 23 giugno al 6 luglio un totale di oltre 30 appuntamenti nei più suggestivi spazi della città: giardini, piazze, chiostri e cortili di palazzi storici, ma anche teatri di tradizione e chapiteaux, allestiti per l'occasione nei parchi cittadini.

La Festa di Brescia permette di vivere l'esplosione di energia di spettacoli nei quali acrobati e giocolieri non sono soltanto gli esecutori di numeri in sequenza, ma i protagonisti di una nuova e affascinante disciplina, capace di raccontare storie con il teatro, di costruire coreografie con la danza, di proporre insolite sonorità con la musica. E' un immaginario nuovo, senza animali, che stupisce e sfiora i confini più sorprendenti della performance fisica e tecnica. Con una poesia ed uno spirito che attingono dal contemporaneo pronti ad affascinare i più diversi tipi di pubblico: dai bambini agli adulti più esigenti.

Il filo conduttore che lega gli spettacoli di questa terza edizione è la sfida, espressa attraverso differenti modalità, alla forza di gravità, il sogno di un corpo svincolato dalle comuni leggi naturali.

Una sfida che si avverte innanzitutto nei due spettacoli-evento che fanno della Festa del Circo di Brescia uno degli appuntamenti imperdibili dell'estate italiana 2002: "Cyrk 13" (dal 26 al 30 giugno), l'ultima produzione del CNAC-Centre National des Arts du Cirque - affidata quest'anno a Philippe Decouflé, danzatore e coreografo di fama internazionale, molto popolare anche per avere al suo attivo l'ideazione di grandi cerimonie, come quelle per il Cinquantenario del Festival di Cannes e per le Olimpiadi Invernali di Albertville; e Circus Baobab (30 giugno, 1, 2, 3 e 6 luglio), un'esplosiva troupe di artisti africani che, pur conservando il secolare patrimonio di tradizioni della Guinea fatto di percussioni, danze acrobatiche e canti ritmati, si è aperta con sorprendenti risultati ai moderni linguaggi del nuovo circo. Proprio a loro è stata affidata il 6 luglio la Festa Finale: un immenso baobab, costruito in Piazza della Loggia sarà il folgorante scenario per i quaranta acrobati, danzatori e musicisti africani, che si scateneranno sul palco e tra i rami dell'originale scenografia.

Fedele alla sfida del corpo è anche lo spettacolo del Collectif AOC (dal 3 al 6 luglio): una scenografia ipertecnologica montata sotto un tradizionale chapiteau, un grande tappeto elastico su cui danzano gli artisti con l'accompagnamento di musiche elettroniche e percussioni, in un'esplosione di energia e caos ai limiti del disequilibrio e della vertigine. Completano il programma la raffinata giocoleria di quattro giovanissimi finlandesi (25, 26 e 27 giugno) l'omaggio al grande mago Houdini (1, 2 e 3 luglio) di Raffaele De Ritis, autore e regista italiano che ha lavorato tra Mosca e Broadway in diversi progetti ai confini tra teatro, illusionismo e circo, e infine le audaci acrobazie, questa volta vocali, del belga Bernard Massuir (4 e 5 luglio).

Info: Ufficio Manifestazioni e Spettacoli del Comune di Brescia
Palazzo Bonoris, Via Tosio 8 - 25121 Brescia
tel. 030 2808066 cell. 335 6807906 fax 030 46547
www.festadelcirco.it
info@festadelcirco.it

Il programma completo

23 giugno - Piazza della Loggia
Grande Festa di Inaugurazione
Magiche atmosfere avvolgono la città: inizia la Festa del Circo.
Dalle ore 19.30 menu speciali presso i ristoratori della Piazza e dintorni
Ore 22.30, Piazza della Loggia, ingresso libero
L'Allegoria della Fortuna
Uno spettacolo di Valerio Festi
Acqua, aria, terra, fuoco: i quattro elementi si rincorrono nella notte estiva. Un crescendo turbinoso di suoni, luci e colori, con le incredibili sfere volanti di Valerio Festi.

25 - 26 giugno ore 15.00 e 21.30; 27 giugno ore 11.00 e 15.00
Teatro Sociale
Pig
Giovanissimi e scanzonati, questi giocolieri finlandesi, da poco apparsi sulla ribalta europea, hanno trasformato la loro arte, facendo balenare - tra colori acidi e sonorità rock suonate dal vivo - un nuovo tipo di virtuosismo, che stupisce e travolge con il suo ritmo elettrizzante.


26 - 27 - 28 - 29 - 30 giugno ore 21.30
Parco dei Circhi
Cyrk 13
Spettacolo della 13° promozione del Centre National des Arts du Cirque di Châlons.
Dopo lo straordinario successo de La tribu iOta nel 2001, ecco il nuovo capolavoro del Centro Nazionale del Circo di Châlons, stavolta firmato da Philippe Decouflé, coreografo di grandi spettacoli e cerimonie olimpiche. Atmosfere surreali, artisti sorprendenti e grandi emozioni per uno degli eventi imperdibili dell'estate 2002 in Italia.

27 - 28 - 29 giugno ore 20.30 e 22.30
Chiostro del Museo Diocesano
Il giardino segreto
• Breaking the fall - Jane Allan
• W l'amor - Francesca Lattuada e Jean-Marc Zelwer
• Looking Through Eardrums - Compagnia eaRis
Tre angoli differenti di un "giardino segreto". Nel chiostro, accanto al ciliegio, un trapezio per le evoluzioni di Jane Allan, una delle più grandi interpreti nella sua disciplina. Poi, ospiti speciali della Festa del Circo, ritornano a Brescia Francesca Lattuada e Jean-Marc Zelwer per un nuovo immaginario viaggio tra canto e musica. Ed infine ecco la Compagnia eaRis: un giocoliere che danza, una ballerina che gioca con le palline e quattro musicisti, molto seri, che non temono di abbandonare il proprio posto...

30 giugno, ore 19.00; 1-2 luglio ore 15.00 e 21.30; 3 luglio ore 11.00
Parco dei Circhi
Les tambours sauteurs
Uno spettacolo del Circus Baobab
Nel verde scenario del Parco Castelli i colori, il ritmo e i suoni di una storia d'Africa, animata dagli straordinari acrobati danzatori e musicisti della Guinea. È un'occasione unica per vedere al lavoro in Italia una troupe di leggendaria bravura, ai limiti delle possibilità fisiche, con l'accompagnamento musicale dal vivo di Momo Wandel Soumah, maestro riconosciuto della world music internazionale.

1 - 2 - 3 luglio ore 21.30
Chiostro del Museo Diocesano
Houdini
Uno spettacolo di Raffaele De Ritis
Chi era Houdini? Un ciarlatano o un genio? La vittima di un baraccone mediatico o un artista e atleta straordinario? Tra ironia e suspence, Raffaele De Ritis ricostruisce uno spaccato della vita e dell'arte del mago dell' 'escapologia'.

3 luglio ore 21.30; 4 luglio ore 19.30; 5 - 6 luglio ore 21.30
Parco dei Circhi
La Syncope du 7
Uno spettacolo del Colleticf AOC
Nata nel 2001, questa giovane compagnia ha fatto irruzione sulla scena europea con uno spettacolo di travolgente energia e fascinazione visiva, conteso dai maggiori festival. I sette interpreti di questa "sincope", guidati dalla coreografa Fatou Traoré, tessono uno spettacolo in cui danza e acrobazia si fondono, in un crescendo adrenalinico di rara bellezza.

4 - 5 luglio ore 21.30
Chiostro del Museo Diocesano
Itizzz… some sing
Uno spettacolo di Bernard Massuir
Un piccolo gioiello tra gli immaginari insoliti proposti quest'anno dalla Festa del Circo: uno spettacolo nel quale le acrobazie sono, per una volta… soltanto vocali! Pochi strumenti sul palco, per Bernard Massuir, e soprattutto la voce, che permette all'interprete di eseguire incredibili improvvisazioni jazz, scherzi con il pubblico, o parodie della musica contemporanea.

6 luglio (7 luglio in caso di maltempo) ore 22.30
Piazza della Loggia
Festa finale - La légende du singe tambourinaire
Dalle 19.30 menu speciali in Piazza Rovetta e presso i ristoratori dei dintorni
Uno spettacolo del Circus Baobab
Un immenso baobab, costruito in Piazza della Loggia, è il folgorante scenario per lo spettacolo che segna la chiusura dell'edizione 2002. Una festa nella Festa, di impressionante forza visiva, con quaranta acrobati, danzatori e musicisti della Guinea scatenati sul palco e... tra i rami dell'albero.

12/06/2002

Il Bolero del Ballet Teatro Español
di Giulia Serra

Questa volta saranno a Milano dal 2 al 19 maggio per cercare di rapire il pubblico italiano come già hanno fatto in tutto il mondo: sono gli artisti del Ballet Teatro Español che portano in scena il Bolero, un grande spettacolo il cui coreografo scomparso, Rafael Aguilar, è anche il fondatore della compagnia. Si tratta senz'altro di una rara occasione per lasciarsi trasportare nella forza e nella passione della danza spagnola.

Fino alla sua morte, avvenuta nel marzo del 1995 a Madrid, proprio durante una rappresentazione del suo Bolero, Rafael Aguilar è stato considerato uno dei più importanti coreografi spagnoli. La composizione del Bolero è del 1987 e viene naturalmente pensata come un omaggio a Ravel, regalando anche ad Aguilar la grande soddisfazione di ricevere il premio come "miglior coreografo dell'anno"!
L'anno successivo, il 1988, crea il balletto Yerma, basato sulla tragica composizione di Garcia Lorca, che viene acclamato come la più innovativa produzione teatrale di Flamenco mai vista. Lo stesso anno collabora con la grande produzione di Carmen a Parigi-Bercy, con un cast di oltre 600 performers.
Ancora nel 1988 crea scene di danza per la commedia musicale Matador, per le quali riceve il prestigioso Jefferson Award per la "migliore coreografia dell'anno a Chicago".
Nel 1992 presenta Carmen Flamenco dapprima a Tokyo e poi in Francia dove entusiasmerà il pubblico!


Tornando al Bolero, a tutt'oggi soltanto in Italia ci sono state oltre 250 rappresentazioni, e il successo è stato sempre grande, vediamo allora nel dettaglio come è costruito lo spettacolo.
Con Bolero, il Ballet Teatro Espanol presenta tre pieces del leggendario Aguilar: El Rango, Bolero e Suite Flamenca.

El rango
Rafael Aguilar ha creato due balletti basati sui lavori dell'autore spagnolo Federico Garcia Lorca: El Rango (1979) e Yerma (1988). El Rango era stato commissionato da Antonio Gades.
El Rango (meglio tradotto come "Il rango sociale", per esprimere l'ossessione della madre per lo Status) segue la trama del romanzo drammatico "La casa di Bernarda Alba" (Garcia Lorca, 1936)
La storia è quella di una donna che, rimasta vedova, per rispettare il lutto si segrega in casa con le sue cinque figlie per otto lunghi anni. Alla ribellione della più giovane, che seduce il fidanzato della sorella, unico uomo che ha accesso alla casa, Bernarda Alba risponderà con l'omicidio (anzichè il suicidio dell'originale lorchiano).

Musica: Canti Gregoriani e chitarra Flamenco
Coreografia: Rafael Aguilar
Costumi: Manuela Aguilar
Durata: 33 minuti

Bolero
"Usando il linguaggio e il ritmo del Flamenco, offro una interpretazione molto personale di questa piece che è così ricca di atmosfera e sensualità, e così profondamente radicata nella psiche spagnola." Questa la recensione che Aguilar fa del "suo" Bolero, un flamenco sensuale sulla musica di Ravel.

Rafael Aguilar ha creato la sua interpretazione di Bolero per sottolineare il 50esimo anniversario della morte di Maurice Ravel. Il Bolero è una variazione del Fandango ed è strettamente collegato al Cachucha.

La relazione di Ravel con il balletto risale al 1909, quando lavorava con Diaghilew durante la sua prima stagione a Parigi. Nel 1914, con lo scenografo Alexandre Benois, ha cercato delle danze rurali (nei Paesi Baschi) come base per creare un balletto spagnolo. L'inizio della guerra interrompe il progetto, che vedrà la luce solo dopo quattordici anni.
Ida Rubinstein, inizialmente una Etoile con Diaghilew, commissiona a Ravel una composizione esotica di balletto spagnolo. Ravel compone il Bolero, che debutta il 22 Novembre 1928 alla Parisian Opera House.
Questo balletto con 18 giovani ballerini e la prima ballerina Ida Rubinstein è un successo istantaneo.
Bolero diventa la più famosa piece di Ravel, il quale dice della sua opera che "sfortunatamente non contiene musica".

Musica: Flamenco popolare
Coreografia: Rafael Aguilar
Costumi: Manuela Aguilar
Durata: 60 minuti

Suite Flamenco
"L'uomo come individuo, il suo modo di vivere, sentire e amare; questa è l'essenza del Flamenco"
Javier Palacios
Per molti anni Rafael Aguilar ha studiato le origini del flamenco e le sue influenze Arabe, Ebree e Indù. Nella Suite, una sorta di antologia del Flamenco, l'ensamble presenta i quattro elementi essenziali del Flamenco: danza, canzone, chitarra e Jaleo.
Ci sono due stati d'animo dominanti nel Flamenco:
jondo: profondo, ispirato, passionale, depresso e chico: leggero, stravagante, colorato e ironico.
Suite Flamenca è composta da danze di Flamenco tradizionali:Alegrìas, Siguiriyas, Peteneras, Bulerìas, Farrucas e Finale.

Musica: Flamenco popolare
Coreografia: Rafael Aguilar
Costumi: Manuela Aguilar
Durata: 60 minuti

02/05/2002

Grease all'italiana
di Enzo Laudando

Niente artisti di pregio, né pezzi grossi del circo televisivo: Grease all'italiana è un prodotto di gruppo, che si regge su un cast di giovani in cui il dislivello tra i protagonisti e un qualunque ballerino di retrovia è minima. Se andate a vederlo con l'intento di godervi l'artista sopraffino, quello che da solo vale il biglietto, vi resterà l'amaro in bocca.


Grease in tournée

Fino al 10 marzo
Roma, Teatro Olimpico

Dal 12 al 14 marzo
Livorno, Teatro La Gran Guardia

16 e 17 marzo
Fabriano, Teatro Gentile

Dal 20 al 26 marzo
Firenze, Teatro Verdi

Dal 5 al 7 aprile
Lucca, Teatro Del Giglio

10 e 11 aprile
Civitanova (Macerata), Teatro Rossini

13 e 14 aprileTolentino,
Teatro Vaccaj

Michele Carfora (Danny) e Simona Samarelli (Sandy), non potendo avere lo stesso potere seduttivo dei predecessori Cuccarini-Ingrassia, costruiscono la loro performance in strettissima simbiosi con il resto del gruppo.

O meglio, è il regista Saverio Marconi ad aver abilmente tessuto un allestimento "collettivo" in cui i novelli John Travolta e Olivia Newton-John tendono a mischiarsi alla massa più che a spiccare.

Il risultato visto alla prima romana (teatro Olimpico) è brioso e divertente, sebbene fiaccato da una cornice scenografica approssimativa.

Ma questo al pubblico sembra importare poco: ciò che conta è il ritmo, l'energia, la propulsione di gruppo che per oltre due ore imperversa in palcoscenico.

LA TRAMA

Danny e Sandy vivono una meravigliosa infatuazione reciproca, ma con la fine dell'estate devono lasciarsi perché Sandy deve tornare in Australia.

Tuttavia Sandy resta in America e frequenta addirittura la stessa scuola di Danny. Entrambi sono però inconsapevoli che il proprio amore è molto più forte di quanto sembri. Alla festa di inizio anno le Pink Ladies, il gruppo di ragazze della scuola, fanno in modo che i due innamorati si ritrovino. Tanto Danny era stato dolce quell'estate con Sandy tanto adesso, per confermare e rimarcare la sua fama di bullo e duro davanti ai suoi amici, snobba Sandy, che si sente profondamente tradita.

Ma col passare dei mesi i due si riavvicinano, anche se Danny si vergogna sempre un po' di Sandy per il suo fare da brava ragazza. Così lei decide di conquistare una volta per tutte Danny trasformandosi in una dark lady l'ultimo giorno di scuola! Spiazzando tutti i presenti, Sandy riconquista pienamente il suo amore e tutti gli amici si ripromettono che, finita la scuola, continueranno a restarsi vicini.

Sotto il profilo "meccanico" lo spettacolo funziona: scene vive, movimenti fluidi, ottimo affiatamento. Per me, però, è un peccato che le canzoni siano state impietosamente tradotte e adattate, con inevitabile perdita di mordente. Quando alle orecchie ti giunge "Dimmi dai, dimmi dai" invece di "Tell me more, tell me more" il senso di disagio è inevitabile. "Le abbiamo tradotte perché anche le canzoni portano avanti la trama ed è importante far capire le parole", mi ha spiegato Fabrizio Angelini, braccio destro di Marconi.

Questo nulla toglie al merito della Compagnia della Rancia di aver resuscitato il musical in Italia. Silvio Testi, direttore artistico, ci tiene a dire che il suo Grease è stato "uno spartiacque" nella storia recente dello spettacolo italiano, inaugurando allestimenti molto più costosi e ambiziosi della media.

I numeri snocciolati sono questi: dalla prima edizione, quella con Lorella Cuccarini e Giampiero Ingrassia, Grease è stato rappresentato 520 volte, visto da 730.000 spettatori e ha incassato 33 miliardi di lire. E non è finita. Lo spettacolo proseguirà la tournée fino a metà aprile.

Ma la Compagnia della Rancia non vive di solo Grease: a marzo porta in scena anche "La piccola bottega degli orrori", con Rossana Casale e Manuel Frattini. E all'orizzonte, con debutto a luglio a Trieste, c'è "Bulli e pupe".

Intanto il musical di Jim Jacobs resterà all'Olimpico di Roma fino al 10 marzo. Per informazioni potete telefonare allo 06/3265991.

27/02/2002

Mezzo secolo da giullari
di Enzo Laudando

Fu un bacio appassionato di Franca Rame a far nascere la coppia per eccellenza del teatro italiano. Dopo cinquanta anni di sodalizio, lei e l'inseparabile Dario si sono ributtati in tournée con i loro più acclamati successi, da Mistero buffo a Sesso? Grazie, tanto per gradire. Il risultato è un misto di grammelot, satira e solidarietà.


SOLIDARIETÀ DA NOBEL


L'impegno sociale della coppia Fo-Rame non viene meno neanche a 50 anni dai loro esordi teatrali. Nell'attuale tournée gli spettacoli sono inframmezzati da brevi incisi in cui la finzione scenica scompare per lasciare spazio alla solidarietà.

Per capirci: Dario e Franca cercano soldi. Il loro impegno a favore dei più sfortunati (disabili, famiglie in difficoltà, ecc.) ha quasi prosciugato il miliardo e 650 milioni di lire che Fo ha ottenuto con il Nobel.

La somma è stata infatti utilizzata per alleviare - attraverso sussidi mensili o acquisto di attrezzature - la sofferenza di malati e portatori di handicap.



La raccolta di fondi, adesso, avviene soprattutto con la vendita di litografie uniche e numerate realizzate da Fo, che al teatro Olimpico della Capitale erano esposte nel foyer. Quasi tutte molto belle, alcune splendide, e la tentazione di comprarne una mi è passata solo quando ho visto il prezzo: 200 euro.

Un esborso impegnativo, che però non ha scoraggiato molti spettatori, anche perché Dario Fo ha voluto impreziosire le litografie con il proprio autografo. Finito lo spettacolo, si è seduto sul bordo del palcoscenico e ha scritto una dedica su ogni litografia acquistata.

Dettagli su questa iniziativa

È l'estate del 1929 quando Franca Rame, nata da otto giorni, debutta in palcoscenico tra le braccia della madre.

Nello stesso periodo il bambino Dario Fo ascolta a bocca aperta i racconti del nonno contadino, che attira clienti al suo carretto di frutta e verdura recitando favole grottesche.

Il teatro, Dario Fo e Franca Rame, l'hanno incontrato prestissimo e il teatro non ci ha messo molto a farli incontrare. Succede a casa di amici, dove Dario vede una foto della sua futura moglie e se ne innamora. Siamo all'inizio degli anni '50.

Inizia il corteggiamento? Macché, Fo decide di ignorare la giovane attrice malgrado entrambi siano scritturati per lo stesso spettacolo e si incrocino ripetutamente durante le prove.

Ma il fidanzamento è nell'aria e avviene per merito di Franca, che dopo qualche settimana lo blocca tra i camerini e lo bacia sulla bocca. Nasce così, dietro le quinte dell'Odeon di Milano, una delle coppie più celebri del teatro italiano.

L'episodio mi è inevitabilmente tornato alla mente quando, giorni fa, al teatro Olimpico di Roma ho visto Dario e Franca nuovamente in scena. Malgrado abbiano, come dice la Rame, "150 anni in due" non se la sentivano di far passare il loro cinquantenario umano e artistico senza una tournée. Come ai bei tempi, ma con meno smalto.

Sì, perché bisogna dirlo (soprattutto a chi li ammirava 30 anni fa): non vi aspettate fuochi d'artificio. Dal pot-pourri di successi che ripropongono - Mistero buffo, Fabulazzo osceno, Grasso è bello, Lu Santo Jullare Francesco, Sesso? Grazie, tanto per gradire - il Fo giocoliere-funambolo emerge solo a tratti e la lingua della Rame fa rimpiangere l'antica affilatura.

Certo, parlare di sesso negli anni '60 e parlarne oggi è diverso, ma qui bisogna aprire una parentesi inattesa: nel bel mezzo di un monologo di Franca ho visto mamme e papà alzarsi e abbandonare, insieme ai figli di 10-12 anni, i loro preziosissimi posti in platea. Segno che certi discorsi sono ancora difficili da mandar giù.

Ad ogni modo, se la verve del duo è appannata, il loro potere seduttivo è intatto. Il pubblico pende, in particolare, dalle labbra di Fo, aspetta l'immancabile filippica di satira politica, che puntualmente arriva, paga il biglietto per vederlo contorcersi nel suo grammelot e per godersi un Nobel di lì a un palmo. E costringe lui e Franca a repliche fuori programma.

Ronconi porta in scena Henry James
di Maria Letizia Serra

Scritto nel 1897 da Henry James, il romanzo Quel che sapeva Maisie è in scena sul palcoscenico del Teatro Grassi di via Rovello in un'inedita edizione teatrale curata da Luca Ronconi. Si tratta di un'altra tappa del percorso di riflessione sulle tecniche sceniche, che il regista propone al pubblico milanese sulla base della traduzione di Ugo Tessitore.
Nel cast Mariangela Melato, Paola Bigatto, Sabrina Capucci, Emanuele Vezzoli, Galatea Ranzi, Annamaria Guarnieri, Gabriel Garko, Michele Nani, Elisabetta Femiano, Danilo Nigrelli, Miriam Acevedo, Fiorello Falciani.

DOVE VEDERE LO SPETTACOLO

DAL 17/12/2001 AL 3/03/2002

MILANO
Teatro Grassi

Via Rovello 2 Biglietteria: dalle 10 alle 18,30 Servizio Cortesia: tel. 02.72333222 dalle 10 alle 18.30

DAL 4/03/2001 AL 28/03/2002

GENOVA
Teatro della Corte

Via E.F. Duca D'Aosta Tel 010.5342200

La trama e i personaggi
Il romanzo di James racconta la storia della famiglia e degli amori di una donna, Maisie Farange, la cui vita si svolge nell'Inghilterra agiata di fine secolo e il cui destino appare segnato dalla separazione dei genitori e dalla costruzione, da parte degli stessi, di nuove ramificate unità familiari.
Contesa dai due genitori, Beale ed Ida, che si sono separati, Maisie viene allevata dalla governante Mrs.Overmore, che un giorno il papà sposa, mentre la madre sposa, a sua volta, Sir Claude. Maisie rimane presa in questi giochi erotici, e la sua unica certezza è Mrs. Wix, la governante di parte materna, che l'ama disinteressatamente. S'affeziona anche a Sir Claude e, quando questi si separa dalla mamma, va a stare a Parigi con lui e Mrs.Wix, che ha segrete speranze che loro tre possano cominciare una nuova vita insieme; invece Claude s'è innamorato di Mrs.Overmore, che lo raggiunge a Parigi e l'induce a liberarsi di Mrs.Wix. Alla fine Claude lascerà decidere a Maisie il suo futuro: in questo mondo caotico in cui tutti l'hanno usata, Maisie, diventata a sua volta un piccolo mostro d'opportunismo, ritrova la sua morale e sceglie d'andarsene con Mrs. Wix.

Il PICCOLO TEATRO


Teatro Strehler, Largo Greppi;
Teatro Grassi,via Rovello 2;
Teatro Studio,via Rivoli, 6

Tre sale, 500 spettacoli e 250.000 spettatori l'anno. Il Piccolo Teatro, sotto la guida artistica di Sergio Escobar e Luca Ronconi, è diventato un punto di riferimento importantissimo per la sperimentazione delle nuove tecnologie sul palcoscenico. Internet, supporti multimediali e idee innovative, caratterizzano gli spettacoli in scena. La realizzazione delle scenografie e dei costumi avviene attraverso simulazioni tridimensionali al computer. Anche l'acquisto e la prenotazione di biglietti sono ormai informatizzati e possibili online.

L'altra novità importante del Piccolo si chiama Eurolab: una progetto multimediale non ancora finito che permetterà di consultare in Rete un archivio di 30.000 file, dalle vecchie locandine alle fotografie storiche di tutti gli spettacoli rappresentati nel teatro.

La storia del Piccolo

Il significato
Vittima e carnefice, Maisie - "rilanciata da una racchetta all'altra, come una palla da tennis" - attraversa un complesso reticolo di relazioni e ambienti su cui è proiettata l'ironia di James "più profonda del mero ovvio". Un'ironia che si trasforma in una visione lucida dell'Europa e degli europei, cui Ronconi dà corpo e voce sul palcoscenico.

"Se volessimo sintetizzare al massimo il significato del romanzo- spiega Ronconi -"Quel che sapeva Maisie" è la storia di una ferita infantile e del perdurare di questa ferita nell'età adulta. Secondo il regista il libro rappresenta anche un pezzo della biografia dell'autore, che riferendosi alla propria esperienza personale ha spesso parlato di una "ferita impronunciabile".

La ferita della ragazzina Maisie, si protrae in età adulta e per questo lo spettacolo in teatro comincia con la protagonista già diventata donna. Ma attenzione a non pensare che si tratti di un enorme flashback- ammonisce Ronconi- Quel che sapeva Maisie non è un lavoro sulla memoria. Siamo di fronte a un' infanzia protratta oltre i suoi confini biologici, con un personaggio che manifesta un'immaturità sentimentale e una disponibilità emotiva totali".

Quel che sapeva Maisie, definito da James "un albero che si estende assai più di quanto il suo piccolo germe avrebbe potuto, a un primo contatto, lasciar sospettare", offre dunque la possibilità di verificare la capacità del teatro di passare da un territorio culturale ad un altro, da un genere all'altro, all'insegna di una nuova ricerca drammaturgica.

Quel che sapeva Maisie segna anche un ritorno di Luca Ronconi a Henry James, dopo le regie di Nella gabbia e dell'opera lirica The turn of the screw (Giro di vite) di Benjamin Britten, tratta dall'omonimo romanzo di James.



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