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Una nuova Carmen
L'Opera-ballet
Carmen de los Corrales si origina dalle motivazioni artistiche
della Carmen di Bizet, il fascino del mondo gitano e ispanico,
la passione e la sensualità, la tragicità sociale che vive
dentro la dicotomia tra il richiamo dell'amore e il dovere,
fino alla perdita o della propria identità o, che è lo stesso,
della vita.
Ambientato
a Buenos Aires, lo spettacolo ci porta da prima, nei mattatoi
di fine ottocento dove iGauchos portavano il bestiame e
dove si radunavano indiani e schiavi fuggiaschi dal vicino
Brasile, per passar poi ai bordelli degli anni 20 fino agli
anni del governo di Evita e Juan Peròn.
Ognuno
vive e rappresenta la sua vita, diversa e originale da vicino,
eppure né è contemporaneamente influenzato,
come da quella di mille altre persone
come dal mondo
intero
Questa, forse, è la "globalizzazione
della bellezza" esclamerebbe Daniel Pacitti, il vulcanico
autore della "Carmen de los Corrales" che prendendo
spunto dai contenuti immortali dell'opera di Bizet l'ha
attualizzata in un ideale percorso terreno. "Forse
ci sono solo tre eventi nell'esistenza di un uomo e di una
donna che ne segnano l'esistenza: la nascita, la vita e
la morte; e spesso ci manca la consapevolezza di questo,
infatti non si sa di nascere, si muore soffrendo, e ci si
dimentica di vivere". Narra Pacitti, parafrasando antiche
citazioni, "
ecco la Carmen de los Corrales nasce
con l'ambizione di essere strumento per rendere evidenti
queste ambiguità umane; Carmen è il grimaldello
per scardinare abitudini e consuetudini di pensiero, sottolineando
la necessità, per il progresso umano, di continue
contaminazioni culturali, in ogni ambito e genere pur nel
rispetto delle singole specificità". L'Opera-ballet
si articola in tre atti, ognuno con una sua identità
e particolarità, ma alla fine, come in una combinazione
alchemica, si genera una consapevolezza superiore, in un'unica
magica e geniale suggestione artistica
come la vita.
Le
musiche sono completamente rielaborate, a volte addirittura
ricreate nel caso dei balletti, con richiami armonici, ritmici
e melodici al folclore delle varie regioni dell'Argentina,
al tango , alle sonorità tipicamente zigane. A volte
sono presenti contaminazioni spagnole. Compaiono strumenti
tipici come il bandoneon - anima del tango, il charango
- anima della musica andina, il bombo tehuelche - spirito
della musica del nord e la chitarra - compagna del gaucho
e anima della musica creola .
Modifiche sull'originale di Bizet riguardano pagine parzialmente
o totalmente ricomposte.
Sono spariti i cori che invece vengono sostituiti dai balletti
e hanno richiesto una creazione di brani (ballati) sia sui
temi o dei cori o degli orchestrati.
Le parti del canto: vocalità, melodie e testo sono
identiche, sono rimaste quelle originali di Bizet, pur con
riduzioni e tagli, con diverse armonizzazioni ritmiche e
forme musicali.
Ambientato tra gli anni 1870 e 1910 nei corrales di quella
Buenos Aires chiamata la "Gran Aldea", questo
lavoro è fatto di musiche e coreografie che recano
in sé il dolore secolare di una felicità perduta.
Araucanos, Querandíes, Guaraníes, fino a cinquantadue
tribù indiane native americane, ed altre etnie, vennero
travolte, estinte o sottoposte a lavori forzati, rivoluzionando
la loro quotidianità e filosofia di vita e la loro
spiritualità sradicandole dalla propria essenza.
Da questo profondo dolore si origina il Gaucho al quale
il destino impose di vagare nella Pampa.
La
vita lo costringeva a continue peripezie, lottò contro
il padre di origine europea e lottò contro la madre
di origine indiana e fu confinato nei fortini di frontiera.
Con l'arrivo delle ferrovie (1880) e dei frigoriferi (1883),
inizia un'epoca di forte inurbamento. I pochi veri gauchos
rimasti, lavoravano portando il bestiame ai bordi delle
grandi città - i corrales appunto - e attratti dalla
possibilità di attività lavorative cittadine,
cominciavano ad aggregarsi nelle periferie.
Con l'inizio dell'era industriale e di quella dell'"Alambrado"(delimitazione
delle proprietà), la gente tendeva a spostarsi soprattutto
nelle città portuali come Rosario e Buenos Aires,
irradiate dal progresso transoceanico e in possesso delle
chiavi per il commercio internazionale.
Queste stesse città - prima fra tutte Buenos Aires
- erano luogo di una invasione immigratoria che ha portato
masse di popolazioni europee, soprattutto italiani, ad addensarsi
nei barrios della periferia di Buenos Aires in una fusione
di razze, amori e nostalgie che svilupparono una tendenza
artistico culturale particolare in ogni regione dell'Argentina.
La presenza di una nutrita popolazione nera e meticcia composta
da schiavi o fuggiaschi dal vicino Brasile, portava inoltre
con sé ritmi nuovi e particolari come il gioioso
e sfrenato Candombe.
Tutte queste fonti plurietniche, cariche ciascuna di matrici
culturali e musicali indipendenti, hanno generato un'alchimia,
dalle componenti inseparabili, che ha dato vita alla musica
della regione del Rio della Plata: "il Tango".
Nella Carmen de los Corrales troviamo la volontà
e l'impegno di Pacitti nel presentare questi fenomeni per
mezzo di personaggi e azioni di quel tempo.
La musica, la danza e le parole, spesso in lunfardo, ossia
la lingua del Tango, dei bassifondi di Buenos Aires, sono
gli elementi affascinanti di questa operazione artistico
culturale.
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Il
compositore
Daniel Renè PACITTI
Nasce
in Argentina nel 1964 da genitori italiani. Nel 1978
viene ammesso, nonostante la sua giovane età,
all'Istituto Superiore di Musica di Santa Fè,
per poi proseguire gli studi al Conservatorio Nazionale
di Buenos Aires. A 17 anni vince il primo premio assoluto
"Jovenes Consertitas Argentinos" e il primo
premio nel Concorso "Solistas del Mozarteum",
diventando così primo clarinetto dell'Orchestra
da camera di Santa Fè.
Vince diverse borse di studio all'Accademia Chigiana
di Siena dove frequenta i corsi estivi di clarinetto
di G.Garbarino. Parallelamente studia, all'Accademia
Internazionale Superiore di Musica di Biella, con
Antony Pay e, a Riva del Garda, con Karl Leister.
Nel 1988 vince una borsa di studio del Governo Francese
che gli permette di entrare nel Conservatorio M.Ravel
di Parigi, dove studia armonia e contrappunto con
P.Durand, analisi con A.Margoni e orchestrazione con
P.Sciortino, conseguendo poi, con
J.M.Volta, il diploma del terzo ciclo di clarinetto.
Insieme segue i corsi di perfezionamento di direzione
corale e orchestrale, nel Centre d'Art Poliphonique
de Paris - Ile de France, di J.J.Werner e P.Cao. Già
primo clarinetto dell'Ensemble International de Paris,
nel 1989, per decisione unanime degli stessi musicisti,
assume la direzione dell'orchestra, esibendosi nelle
più prestigiose sale di Parigi. L'anno seguente
a Vienna partecipa a un Master Class di direzione
d'orchestra di B.Weil, mentre a Milano ha una serie
d'incontri con il M.o C.M.Giulini.
Dal 1991 al 1995 è stato direttore artistico
e musicale dell'Orchestra Filarmonica di Stato della
Moldavia, diventando così il primo direttore
occidentale ad essere chiamato come direttore stabile
di un'orchestra dell'ex Unione Sovietica. E' stato
secondo direttore dell'Orchestra del Teatro dell'Opera
di Moldavia e ha collaborato come direttore ospite
principale con l'Orchestra Nazionale di Santiago del
Cile e con l'Orchestra Radio 1 di Mosca.
Sia nel ruolo sempre più complesso di direttore,
sia di concertista si è esibito in Germania,
Austria, Italia, Luxemburgo, Francia, Belgio, Svizzera,
Romania, Paesi dell'ex Unione Sovietica, Israele,
Argentina, Brasile, Perù, Albania e Cile.
Pacitti possiede un repertorio concertistico lirico-sinfonico
tale, che abbraccia tutto il repertorio tradizionale
e contemporaneo, avendo diretto più di settanta
autori.
Fin da giovanissimo è a contatto con l'ambiente
folcloristico del suo paese ed oggi attinge da questo
patrimonio culturale per comporre le proprie musiche.
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Date
della Tournée
03
aprile Pesaro Teatro Rossini 0721-31103
04 aprile Cesena Teatro Verdi 0547-613888
5 aprile Concordia Teatro Comunale 0535-57015
6 aprile Imperia Teatro Cavour 0183-61978
Dal 08 al 12 aprile Bologna Teatro Celebrazioni 051-6176140
Dal 14 al 17 aprile Roma Teatro Ambra Jovinelli 06-4127151
Dal 23 al 25 aprile Firenze
Dal 26 al 27 aprile Trieste Teatro Rossetti 040-567201
28 aprile Mestre Teatro Corso 041-986722
29 aprile Borgonovo Valtidone Cinema Capital 0523-332613
3 maggio Como Teatro Sociale 031-270170
5 maggio Sesto San Giovanni (Mi) Teatro Elena 02-26261688
Dal 6 al 10 maggio Genova Teatro Politeama 010-8393589
11 maggio Varese Teatro Impero 0332-284004
Dal 13 al 15 maggio Torino Teatro Colosseo 011-6698034
19 maggio La Spezia Teatro Civico 0187-733098
Dal 20 al 25 maggio Milano Teatro Ventaglio Nazionale
02-43990381
27 maggio Ferrara Teatro Nuovo 0532-3375
28 maggio Modena Teatro Michelangelo 059-343662
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25/03/2003

Peter Uncino: Milva e Riondino insieme!
E'
un'opera che pone, come dice lo stesso autore, "una domanda
inquietante sul senso della vita e sulla evanescenza delle
speranze giovanili... e una riflessione sulle lusinghe del
Potere". Testo musicale e testo parlato viaggiano insieme
e la musica si sviluppa su due livelli diversi: quello del
gruppo "Tangoesis", presente sulla scena e che accompagna
le canzoni, e quello dell'Orchestra dell'Arena di Verona
diretta da Massimiliano Caldi. La storia si svolge su un'isola
che non c'è desertica e disabitata dove i due protagonisti,
ormai invecchiati, rancorosi e soli ricordano la gioventù.
Liberamente
ispirata alla saga di Peter Pan creata da J. M. Barrie,
una delle favole e dei testi teatrali più avvincenti
del nostro secolo, Peter Uncino è un'opera, un melologo,
uno spettacolo che Serra e Tutino ambientano su un Isola
che non c'è ormai disabitata e desertica, popolata
soltanto da neri corvi mummificati e dai protagonisti dell'eterna
guerra tra sogno e realtà: Peter Pan e Uncino, interpretati
da David Riondino e Milva. Invecchiati, rancorosi, soli,
i due antagonisti ricordano la gioventù, rincorrendo
un misero sogno di potere e autorità: essere il capo
di un Paese che forse non esiste, ed è comunque minuscolo,
sterile e morente. Peter non riesce più a volare,
Uncino è paralizzato, imprigionato col suo enorme
vestito tra gli scogli dell'isola: non ci sono né
sirene né giochi di bambini, il tempo è immobile,
anche le ombre si sgretolano. Tra paradosso, dolorosa comicità,
utopia e cinismo la vicenda si srotola verso un finale amaro,
sorprendente, provocatorio: due monchi, due uncini si alleeranno
per governare sul nulla. Una ben misera carriera.
Così la favola dell'utopia, del volo, del sogno dell'eterna
giovinezza si scontra con il terrore di aver consumato la
propria vita tra velleitarismi e sogni di cartapesta. Sembra
arrivato il tempo di far tornare i conti, di capitalizzare,
di rendere tangibile il desiderio di raccontarsi vincitori,
arrivati. Ma la meschinità dilaga: si svendono i
ricordi e gli ideali, si rinnega la giovinezza, anche solo
spirituale, barattandola con un qualsiasi segnale di potere,
purché pomposo e luccicante.
"Voglio un cappello da capo!" urla Peter, svelando
spudoratamente la sua nuova natura.
Intanto la metamorfosi è palese, compaiono menomazioni
e protesi adunche: la capacità di volare è
scomparsa per sempre.
Definire
con esattezza la tipologia di questo spettacolo, composto
essenzialmente di musica non è certo facile. a porsi
il problema è lo stesso Marco Tutino, che quelle
musiche le ha composte.
"
Se la musica non è proprio quella che
la globalizzazione ci indica come unica, le cose si complicano
ancora di più: Opera lirica? Melologo? Musical?
La verità è che viviamo in un momento di passaggio,
nel quale i generi mutano- o cercano di farlo- per uscire
dai propri ambiti storici e perlustrare nuove possibilità;
che come sempre, presuppongono nuovi ascoltatori, e forse
nuovi luoghi.
Peter Uncino è dunque una azione scenica che si svolge
in compresenza di un testo musicale e di un testo parlato.
La musica narra la sua drammaturgia, e i due personaggi
dialogano la loro storia, l'uno maggiormente parlando, l'altro
per lo più cantando.
Dunque vi sono canzoni, che per forza di cose attingono
il loro linguaggio dalla tradizione della musica di consumo
del secolo appena trascorso, e vi è musica pura,
che ci parla di se stessa, oltre che avvolgersi al testo
che la accompagna.
La storia, inutile riassumerla puntualmente, è quella
della fine dei sogni: quando si scopre che la realtà
è più dura di quanto si immaginasse, e dunque
bisogna che ciascuno trovi la sua maniera di farci i conti,
chi cedendo del tutto allo spirito dei tempi, chi conservando
qualche rapporto con l'utopia
Il
nostro eroe, Peter, scopre lentamente di essere più
simile a Uncino di quanto si potesse immaginare. E forse
avviene anche il contrario, che il vecchio Capitano si addolcisca
con l'età, e sia più disponibile a considerare
l'ipotesi di cedere il passo. Una strana convergenza, dunque,
che ci mostra due traiettorie complici e opposte allo stesso
tempo; e una domanda, inquietante, sul senso della vita
e sulla evanescenza delle speranze giovanili che ad un certo
punto a tutti viene posta. Nulla di consolatorio e edificante,
dunque, in questo Peter Pan.
Che è anche una riflessione sulle lusinghe del Potere,
in senso proprio e traslato: il potere sugli atri, in tutte
le forme nelle quali può manifestarsi.
Questo è più o meno il senso, la ragione di
convocare Peter Pan e il suo eterno antagonista, Capitan
Uncino (che come ormai avrete capito, non è altri
che un "doppio" di Peter: la preda è sempre
il cacciatore) su di un palcoscenico.
Facciamo spettacoli per rappresentare il mondo: per dire
qualcosa di inaudito sul nostro agire nel mondo. Nella speranza
di essere ancora ascoltati, in questo mondo dove la distanza
tra il rappresentato e la rappresentazione, la realtà
e la finzione, la virtualità e la concretezza, la
vita e il sogno, la maschera e il volto, si fa sempre più
impalpabile e sottile."
Il Teatro dell'Archivolto presenta:
MILVA, DAVID RIONDINO
e NICOLA ALCOZER
in PETER UNCINO
Musica
di Marco Tutino
Testo di Michele Serra
Regia di Giorgio Gallione
22/01/2003

Luttazzi torna a teatro
Daniele
Luttazzi considera un onore e un privilegio appartenere
alla schiatta dei guitti. Come le loro, anche le sue trovate
derivano da quelle del Satiro dell'antica commedia greca,
che a loro volta risalgono ai riti fallici e alle cerimonie
in onore di Dioniso. Nei monologhi moderni di Luttazzi ritroviamo
le caratteristiche fondamentali della clownerie di tradizione:
il gergo volgare e osceno, i tratti amorali e asociali,
le tare mentali e fisiche che contribuiscono a trasformare
in caos il mondo circostante:
"A
letto era del tutto disinibita, sempre alla ricerca di qualcosa
di nuovo da sperimentare. Ricordo ancora la volta che mi
fece bere champagne dalla sua vagina. Dieci litri!"
Luttazzi
trasforma il caos in goffaggine e sproporzioni, ma appena
pensi di averlo inquadrato se ne allontana con trovate piene
di grazia, per poi risprofondare in esso con la sua prosodia
precipitosa:
"Aveva
una gamba di legno. Ma il piede era vero."
Luttazzi,
buffone scurrile ed empio, una volta toccato l'abisso resta
come posseduto da qualcosa che in esso dimora. Ha difficoltà
con gli oggetti fisici, con le forme sociali e con le norme
che presiedono a entrambi. Benché queste difficoltà
e la sua incapacità a superarle ci colpiscano come
una ridicola perdita di dignità, Luttazzi capita
che ne vada fiero. Ha il sesto senso, solo che gli mancano
gli altri cinque. Per questo il flusso delle sue trovate
anticipa sempre un po' la capacità di reazione del
pubblico:
"Era
una ragazza con la pelle grassa. Piena di brufoli. Ma molto
colta.
Coltissima.
Quando esplodevano, i suoi brufoli facevano: proust!"
La
malizia di Luttazzi può limitarsi alle birichinate
a danno di oggetti o persone:
"Emilio
Fede è un androide ottenuto combinando ìl
corpo di Emilio Fede col cervello di Emilio Fede. La cosa
incredibile è che il risultato è inferiore
alla somma dei due componenti";
oppure
arrivare al punto di interferire con astruse bizzarrie nelle
nostre riflessioni su noi stessi e sul mondo:
"Chi
siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? La realtà esiste?
E se non esiste,
chi glielo dice a Valeria Marini?"
Furfante
e arguto, zimbello e grullo, Luttazzi si nutre della confusione
fra senso e non-senso, fra la realtà concreta e le
inesauribili potenzialità che essa lascia intravedere
al suo interno. La sua tendenza non è di focalizzare,
ma di dissolvere gli eventi:
"A
causa del maltempo, ieri l'Alitalia ha cancellato l'85%
dei voli.
Sfortunatamente
alcuni di questi erano in aria, al momento."
Tempo,
spazio, leggi, norme: Luttazzi ne è indipendente.
Ci gioca inventando battute, contento di averci proceduto:
"A
tutti piacciono le minorenni. Per questo c'è una
legge."
I
nostri tentativi di conformarci a un ideale "dover
essere" si fondano su valori antitetici a quelli di
Luttazzi. Ne fa fede il suo stolido infantilismo:
"Non
ho mai capito cosa ci sia di così erotico negli slip
commestíbili. Li indossi per una settimana, alla
fine hanno lo stesso sapore degli altri."
Luttazzi
esprime elementi della cultura universalmente ricorrenti:
la parodia del sacro, la comicità basata su sesso
e oscenità, e quella basata sulla malattia e la morte.
Questi temi sono intrecciati fra loro. Ogni culto si fonda
sull'istinto e al tempo stesso regola il nostro accesso
a esso. Ne consegue che spesso il clownismo cerimoniale
ha carattere sessuale. Nelle feste carnascialesche dei Fastnacht
del XV secolo, ad esempio, il buffone era per lo più
un "servo di Venere" intento esclusivamente a
soddisfare le sue pulsioni sessuali; mentre presso gli indiani
Pueblo il clownismo è ancora oggi una forma di magia
connessa alla fertilità: un aspetto, questo, rintracciabile
in molte epoche e luoghi e che si esprime con parole sconce,
giochi licenziosi, esibizionismo, travestitismo, offese
al pudore, allusioni al rapporto sessuale, nel mangiare
escrementi e nel bere urina. L'apparentemente rozza oscenità
apotropaica del buffone cela sottili valenze simboliche.
Egli è il portavoce della saggezza dell'irrazionale.
L'angoscia del nulla è dissolta:
"Quando
morirò, voglio essere cremato, e voglio che le mie
ceneri siano sparse sul corpo di Sabrina Ferilli."
Il
Buffone ha per natura una funzione eversiva contro il sacro,
le proibizioni autoritarie, il potere. Per lui non c'è
nulla di fisso, nulla di acquisito. Può dire tutto
impunemente perchè si pone fuori dalle regole sociali,
ma fa da specchio alla goffaggine maldestra con cui affrontiamo
le forze avverse dì un universo inospitale il cui
senso ci sfugge. Getta lo scompiglio nell'ordine che abbiamo
eretto a nostra difesa, si prende gioco della nostra sicurezza
e mette in crisi la presunta oggettività della nostra
visione dei mondo. Ci costringe ad ammettere che il confine
fra ordine e caos non è così netto come vorremmo.
E non è là dove vorremmo che fosse. Colpito
da una mazzata, si rialza come niente fosse. E' lo spirito
umano, immortale. Facendoci ridere, ci rende liberi.
03/12/2002

Festival del Teatro d'Europa
di
Giulia
Serra
A
Milano il Festival del Teatro d'Europa, luogo di scambio
culturale per eccellenza. Per il quarto anno consecutivo
torna a Milano il Festival del Teatro d'Europa. Da ottobre
a dicembre il palcoscenico sarà tutto per le migliori produzioni
teatrali, europee e non solo. Il Festival del Teatro d'Europa
continua a confermare la propria vocazione di luogo di scambio
culturale strutturandosi come un calendario di "lezioni
di teatro" che segue un itinerario tutto da seguire, in
compagnia dei grandi maestri del teatro internazionale.
Seguiamo
quindi questo itinerario attraverso le molteplici iniziative
proposte dal festival.
Spettacoli
Da ottobre a dicembre, nelle due sale del Teatro Strehler
e dello Studio, la sera il sipario si alzerà sugli
spettacoli di "Masterclass": i grandi registi
della scena europea al Festival con le loro ultime, applauditissime
produzioni.
Ad inaugurare il Festival 2002 la storia più conosciuta
del mondo, quella del Principe di Danimarca con La tragédie
d'Hamlet di Peter Brook.
A novembre Peter Stein esplora la passione tra Achille e
la regina delle Amazzoni in Pentesilea di von Kleist, mentre
Lev Dodin torna a Milano con Fratelli e sorelle che racconta
le vicende di un villaggio russo alla fine del secondo conflitto
mondiale.
Il mese di novembre si chiude con Mariana Pineda, storia
d'amore e morte di Garcia Lorca, regia di Lluís Pasqual.
A dicembre in scena i due gemelli "lunatici" di
Robert Lepage e del suo The Far Side of the Moon e la tragica
parabola di un eroe mancato raccontata da Cechov e da Eimuntas
Nekrosius con Ivanov.
Ci saranno poi il concerto di Ute Lemper, sofisticato viaggio
tra le capitali della canzone e la poesia di Guido Ceronetti
e del suo M'illumino di tragico.
Masterclass
- Giovani Registi
Workshop e lezioni di teatro con i maestri presenti al Festival
per un gruppo di giovani artisti, attori e registi.
Sarà formato da quindici giovani artisti, attori
e registi provenienti dalle principali scuole italiane,
il gruppo che parteciperà alle Masterclass con i
maestri del teatro.
I giovani artisti, coordinati da Stefano de Luca, regista
e assistente alla regia, tra gli altri, anche di Giorgio
Strehler, vivranno una straordinaria esperienza formativa
in un ciclo di workshop tenuti dai registi del Festival.
Duplice l'appuntamento con il teatro di Peter Brook, articolato
in un primo incontro con il regista e in un secondo laboratorio
con uno dei suoi attori "feticcio", Bruce Myers.
Con
Guido Ceronetti il gruppo partecipa a M'illumino di tragico,
una ricerca teatrale di una settimana che sarà presentata
al pubblico in tre giornate di spettacolo.
Regista di teatro, ma prima ancora germanista e filologo,
Peter Stein racconterà al suo giovane pubblico le
ragioni di un approccio al testo analitico e scientifico.
Guidati da Lev Dodin, gli allievi approfondiranno il metodo
di lavoro con l'attore che costituisce il tratto distintivo
di questo regista e il "segreto" della sua incredibile
comunicativa.
Protagonista di indimenticabili prove d'attore, in teatro
come al cinema, Irene Papas porta nelle "Masterclass"
la sua esperienza e il suo "vissuto" di interprete.
Il settimo appuntamento è con Lluís Pasqual,
regista che ha portato sulla scena la propria passione per
il Teatro di Garcia Lorca, allestendo spettacoli di prosa,
recital di poesie e, ora, uno spettacolo di flamenco.
Luca Ronconi, direttore artistico del Piccolo, conclude
il ciclo di "Masterclass" con un intervento che
illustra motivi, ragioni estetiche e intenzioni di regia
del "Progetto Greci", il trittico di spettacolo
che comprende Prometeo incatenato di Eschilo, Le Baccanti
di Euripide e Le rane di Aristofane, alla vigilia dell'andata
in scena, in gennaio al Teatro Strehler, di Prometeo incatenato.
Incontri
d'autore
Sei incontri, coordinati da giornalisti e scrittori, presentano
al pubblico i grandi maestri del Festival.
Inaugura il ciclo Peter Brook, settantasettenne regista
anglofrancese, da cinquantanove regista di teatro, opera
lirica, cinema.
Conosciuto
al grande pubblico per capolavori come Mahabharata, La tragédie
de Carmen, Sogno di una notte di mezza estate, Il signore
delle mosche, Re Lear, La Tempesta, Giorni felici, per citarne
solo alcuni, è considerato l'uomo che ha rivoluzionato
il concetto di spazio nel teatro del Novecento.
Il secondo appuntamento è per un the con il "sensibile"
Guido Ceronetti, poeta, saggista, scrittore, artista di
strada, traduttore, critico del costume e autore per il
teatro.
Impossibile da ricondurre ad un solo genere artistico, questo
artista poliedrico e sensazionale trasforma ogni proprio
spettacolo in happening. Per il pubblico, l'occasione per
immergersi in un mondo che ha la forza rarefatta della poesia.
Germanista e studioso di storia dell'arte, Peter Stein,
figura fondamentale del teatro tedesco del secondo Novecento,
è protagonista del terzo incontro.
Fondatore della Schaubühne di Berlino nel 1970, Stein
ha allestito negli anni testi, tra gli altri, di Bond, Brecht,
Weiss, Goethe, von Kleist, Shakespeare, Gorkij.
Memorabili le sue edizioni dell'Orestea di Eschilo, di Tre
sorelle di Cechov e del Faust, quest'ultimo ha dato origine
a un evento presentato in sette giornate all'Expo 2000 di
Hannover.
Da anni presenza fissa sulle scene del Piccolo, Lev Dodin
ha fatto conoscere al pubblico italiano la Russia di ieri
e di oggi, da Cechov alla perestroijka, passando per gli
oscuri anni dello Stalinismo e della Guerra Fredda.
Il teatro di Dodin è anche una straordinaria lezione
di teatro: spettacoli come Gaudeamus, Chevengur, I demoni,
Platonov, Claustrophobia, hanno portato in Occidente uno
stile nuovo e originale di recitazione e di regia.
Il quinto appuntamento è con Lluís Pasqual,
artista che ha fondato nel 1976, a Barcellona, il Teatre
Llíure.
Ha portato in scena negli anni, i classici, da Cechov (Tre
sorelle), a Goldoni (Una delle ultime sere di Carnovale),
accanto ai grandi del Novecento, come Garcia Lorca (El público)
e Beckett (Aspettando Godot).
È stato assistente alla regia di Giorgio Strehler
negli anni '70. È apparso nel film di Pedro Almodóvar
Tutto su mia madre nel ruolo di se stesso.
Programma
Incontri d'autore
Proiezioni
video
Tutti i fine settimana del Festival Masterclass ospiteranno
rassegne video monografiche dedicate ai registi degli spettacoli
in programmazione.
I video saranno a disposizione del pubblico per tutta la
giornata presso il corner RaiSat e lo spazio Scatola Magica
nel foyer d'ingresso del Teatro Strehler.
Fa eccezione soltanto Brook par Brook, portrait intime,
proposto mercoledì 2 ottobre al Teatro Strehler.
Il film, realizzato da Simon Brook, è un lungo racconto
della vita pubblica e privata di Peter Brook, nel
doppio ruolo di padre e di e regista teatrale, storia di
un uomo per il quale la vita è inscindibile dal teatro.
Quattro
pomeriggi di novembre, in contemporanea con il debutto al
Teatro Strehler di Pentesilea, saranno dedicati alla proiezione
dell'edizione integrale di Faust, l'allestimento che Peter
Stein ha tratto dal capolavoro di Goethe. Lo spettacolo
fu presentato in prima assoluta all'Expo 2000 di Hannover
dove andò in scena in sette giornate.
Rassegne
video sono previste anche per Lev Dodin ed Eimuntas Nekrosius,
artisti conosciuti dal pubblico milanese, che potrà
approfittare di questa occasione per vedere - o forse rivedere
- alcuni grandi spettacoli proposti nelle scorse stagioni
dai due registi dell'Est europeo.
Di Federico García Lorca, Lluís Pasqual, prima
di Mariana Pineda, ha già allestito El publico, presentato
in prima mondiale al Teatro Studio, nel 1986, e Comedia
sin titulo, andato in scena nel 1989 al Théâtre
de l'Odéon di Parigi, oltre a numerosi recital, interpretati
dallo stesso regista con alcuni grandi interpreti del teatro
spagnolo. Ai recital è dedicata la rassegna proposta
al pubblico del Festival.
Dedicato a Robert Lepage sarà proposto un video,
dal titolo La faccia nascosta del teatro, con un'intervista
al regista e il backstage della lavorazione di The Far Side
of the Moon.
Programma
Proiezioni Video
La
tragédie d'Hamlet
Dopo la versione inglese, La tragedia di Amleto firmata
da Peter Brook giunge a Milano nella versione francese,
presentata per la prima volta a Zurigo nel maggio 2002.
Un cast multietnico dà corpo e voce ad una lettura
"quintessenziale" del classico shakespeariano.
Peter
Brook indaga il nucleo mitico di Amleto e realizza
una messa in scena scarna e potentissima, libera da
sovrabbondanze retoriche e densa di significati primari.
Estrema economia di segni estesa anche allo spazio
scenico, in puro "stile Brook" : un tappeto,
cuscini, oggetti simbolici e polifunzionali, commento
musicale dal vivo con strumenti orientali.
Un "cerchio magico" dove operare - ancora
una volta - il miracolo che, per Peter Brook, "sembra
normale": isolare il semplice nel complesso,
senza - tuttavia - semplificare.
"Amleto - dichiara il regista - è inesauribile,
senza limiti
non se ne contano le letture e
le interpretazioni
ma continua a restare un
mistero, affascinante e inesauribile".
Lo spettacolo è in lingua francese con sovratitoli
in italiano.
"Tutti
siamo in grado di separare il "semplice",
in quanto infantile e semplicistico, dal "complesso",
in
quanto "riservato a persone di una formazione
intellettuale particolare".
Io intendo semplice proprio nel senso in cui è
semplice un cerchio, uno dei simboli più carichi
di
significato; un gatto, un bambino e un saggio tutti
possono giocare con un cerchio, ognuno alla sua
maniera. Nello stesso modo, l'innocenza che si vuole
trovare in teatro è quella che si esprime in
forme
che possano essere semplici "cosa difficilissima
da ottenere nel teatro quale lo conosciamo" quindi
molto accessibili e, tuttavia, che possano contenere
quella carica che una vera semplicità dovrebbe
portare con sé."
Peter
Brook
|
03/10/2002

Il borgo dell'autodramma
di
Giulia
Serra
La
locandina recita: autodramma ideato scritto e realizzato
dalla gente di Monticchiello. Ed è proprio così! Come ogni
anno lo spettacolo del Teatro Povero nasce e si sviluppa
giorno dopo giorno, durante le prove dei testi e delle scene.
Il tema si evolve sotto la guida del regista, degli autori
e con i suggerimenti degli "attori".
È
tornato puntuale il 20 luglio nella piazzetta del teatro
il nuovo autodramma della comunità monticchiellese
che, dopo 35 anni di teatro e nell'imminenza dell'apertura
del museo del teatro delle tradizioni popolari (che avrà
sede nell'ex granaio) si concede una riflessione sulla propria
identità.
Un intero paese in scena dunque, dal 20 luglio all'11 agosto.
Uno spettacolo decisamente originale, un'esperienza nata
dalle feste popolari in cui la vocazione alle rappresentazioni
drammatiche costituisce ormai un forte momento ricreativo
che accompagna la vita del paese e si pone come obiettivo
primario quello di tenere unità la comunità:
attraverso questo complesso "rituale" il paese
può vincere il rischio dell'isolamento e della disomogeneità
il teatro assume per Monticchiello un significato nuovo
ed importante.
Quest'anno
lo spettacolo si snoda sull'interrogarsi dei monticchiellesi
circa il significato dell'esperienza teatrale come elemento
di identificazione di una piccola comunità che alla
fine forse si è illusa di poter godere o meritarsi
un destino diverso da quello di altre comunità che
vivono situazioni analoghe.
La
civiltà contadina è finita, tanto che si è
deciso di racchiuderla dentro un museo.L'identità
di questa comunità, in questo momento, si misura
attraverso l'esperienza del teatro, che ancora non si sa
quanto e per quanto riuscirà a contenere la chiave
della propria radice: parlare di mezzadria ai Monticchiellesi
di oggi è come parlare di Garibaldi, è un
riferimento storicizzato che non appartiene al vissuto.
La presentazione ufficiale del museo è, nello spettacolo,
l'elemento utilizzato per focalizzare questa crisi d'identità
ma anche quello che potrebbe risolverla in chiave fantastica,
emblematica, attraverso una riflessione sui contenuti del
museo.
Il granaio, ad esempio, che ospita il museo, è altresì
sangue e carne della vita contadina, luogo in cui si misurava
il lavoro di una stagione e si manifestava l'iniquità
delle condizioni di vita, per chi, a malincuore scaricava
il proprio sacco di grano nel granaio del padrone.
Nella camera oscura, altro ambiente del museo, che per definizione
è il luogo del rovesciamento dell'immagine, si può
arrivare, attraverso uno scatto di fantasia, ad una sorta
di rivendicazione in chiave fantastica di un possibile futuro
per il teatro di Monticchiello, malgrado o indipendentemente
da quella sostanza vitale che è stata la radice contadina,
aprendo una speranza.
Un
paese che è anche un laboratorio teatrale vivente
che, nel momento in cui si prepara ad inaugurare il Museo
del Teatro Popolare, continua a proporre geniali rappresentazioni.
"Tepopotratos Museum" è il titolo dello
spettacolo di quest'anno, un nome suggestivo, ne intuite
l'origine? È l'unione delle prime lettere di Teatro
Popolare Tradizionale Toscano!
ATTENZIONE: E' possibile acquistare il biglietto solo a
Monticchiello; per informazioni e prenotazioni: 0578 755118
25/07/2002

La Festa del Circo
di
Giulia
Serra
Il
circo, per fortuna, non è solo quello con i poveri animali
ammaestrati, ma è anche, e soprattutto, quello fatto dagli
uomini, veri e propri artisti. Un esempio? Lo spettacolo
del Circus Baobab. Una delirante corsa-inseguimento è il
pretesto per acrobazie spericolate e figure di trapezio
volante, che si mescolano alle percussioni e ai canti guineani.
La messa in scena, molto contemporanea, disegna un ritratto
della Guinea tra foresta e città, fra tradizione e modernità.
Un'occasione unica per vedere al lavoro in Italia una troupe
di leggendaria bravura, ai limiti delle possibilità fisiche!
Terza
edizione per la Festa Internazionale del Circo Contemporaneo
di Brescia, l'unico festival italiano dedicato al nuovo
circo, vetrina sulle più interessanti creazioni contemporanee
internazionali. Dall'Italia, ma anche da Francia, Belgio,
Finlandia, Gran Bretagna e Guinea, anche quest'anno un ricco
cartellone di spettacoli in prima nazionale, per nuove sorprese
e viaggi fantastici, in un mondo in cui al circo si mescolano
danza, musica e teatro.
Dal
23 giugno al 6 luglio un totale di oltre 30 appuntamenti
nei più suggestivi spazi della città: giardini,
piazze, chiostri e cortili di palazzi storici, ma anche
teatri di tradizione e chapiteaux, allestiti per l'occasione
nei parchi cittadini.
La
Festa di Brescia permette di vivere l'esplosione di energia
di spettacoli nei quali acrobati e giocolieri non sono soltanto
gli esecutori di numeri in sequenza, ma i protagonisti di
una nuova e affascinante disciplina, capace di raccontare
storie con il teatro, di costruire coreografie con la danza,
di proporre insolite sonorità con la musica. E' un
immaginario nuovo, senza animali, che stupisce e sfiora
i confini più sorprendenti della performance fisica
e tecnica. Con una poesia ed uno spirito che attingono dal
contemporaneo pronti ad affascinare i più diversi
tipi di pubblico: dai bambini agli adulti più esigenti.
Il
filo conduttore che lega gli spettacoli di questa terza
edizione è la sfida, espressa attraverso differenti
modalità, alla forza di gravità, il sogno
di un corpo svincolato dalle comuni leggi naturali.
Una
sfida che si avverte innanzitutto nei due spettacoli-evento
che fanno della Festa del Circo di Brescia uno degli appuntamenti
imperdibili dell'estate italiana 2002: "Cyrk 13"
(dal 26 al 30 giugno), l'ultima produzione del CNAC-Centre
National des Arts du Cirque - affidata quest'anno a Philippe
Decouflé, danzatore e coreografo di fama internazionale,
molto popolare anche per avere al suo attivo l'ideazione
di grandi cerimonie, come quelle per il Cinquantenario del
Festival di Cannes e per le Olimpiadi Invernali di Albertville;
e Circus Baobab (30 giugno, 1, 2, 3 e 6 luglio),
un'esplosiva troupe di artisti africani che, pur conservando
il secolare patrimonio di tradizioni della Guinea fatto
di percussioni, danze acrobatiche e canti ritmati, si è
aperta con sorprendenti risultati ai moderni linguaggi del
nuovo circo. Proprio a loro è stata affidata il 6
luglio la Festa Finale: un immenso baobab, costruito
in Piazza della Loggia sarà il folgorante scenario
per i quaranta acrobati, danzatori e musicisti africani,
che si scateneranno sul palco e tra i rami dell'originale
scenografia.
Fedele
alla sfida del corpo è anche lo spettacolo del Collectif
AOC (dal 3 al 6 luglio): una scenografia ipertecnologica
montata sotto un tradizionale chapiteau, un grande tappeto
elastico su cui danzano gli artisti con l'accompagnamento
di musiche elettroniche e percussioni, in un'esplosione
di energia e caos ai limiti del disequilibrio e della vertigine.
Completano il programma la raffinata giocoleria di quattro
giovanissimi finlandesi (25, 26 e 27 giugno) l'omaggio al
grande mago Houdini (1, 2 e 3 luglio) di Raffaele De
Ritis, autore e regista italiano che ha lavorato tra
Mosca e Broadway in diversi progetti ai confini tra teatro,
illusionismo e circo, e infine le audaci acrobazie, questa
volta vocali, del belga Bernard Massuir (4 e 5 luglio).
Info:
Ufficio Manifestazioni e Spettacoli del Comune di Brescia
Palazzo Bonoris, Via Tosio 8 - 25121 Brescia
tel. 030 2808066 cell. 335 6807906 fax 030 46547
www.festadelcirco.it
info@festadelcirco.it
|
Il
programma completo
23
giugno - Piazza della Loggia
Grande Festa di Inaugurazione
Magiche atmosfere avvolgono la città: inizia
la Festa del Circo.
Dalle ore 19.30 menu speciali presso i ristoratori
della Piazza e dintorni
Ore 22.30, Piazza della Loggia, ingresso libero
L'Allegoria della Fortuna
Uno spettacolo di Valerio Festi
Acqua, aria, terra, fuoco: i quattro elementi si rincorrono
nella notte estiva. Un crescendo turbinoso di suoni,
luci e colori, con le incredibili sfere volanti di
Valerio Festi.
25
- 26 giugno ore 15.00 e 21.30; 27 giugno ore 11.00
e 15.00
Teatro Sociale
Pig
Giovanissimi e scanzonati, questi giocolieri finlandesi,
da poco apparsi sulla ribalta europea, hanno trasformato
la loro arte, facendo balenare - tra colori acidi
e sonorità rock suonate dal vivo - un nuovo
tipo di virtuosismo, che stupisce e travolge con il
suo ritmo elettrizzante.
26 - 27 - 28 - 29 - 30 giugno ore 21.30
Parco dei Circhi
Cyrk 13
Spettacolo della 13° promozione del Centre National
des Arts du Cirque di Châlons.
Dopo lo straordinario successo de La tribu iOta nel
2001, ecco il nuovo capolavoro del Centro Nazionale
del Circo di Châlons, stavolta firmato da Philippe
Decouflé, coreografo di grandi spettacoli e
cerimonie olimpiche. Atmosfere surreali, artisti sorprendenti
e grandi emozioni per uno degli eventi imperdibili
dell'estate 2002 in Italia.
27
- 28 - 29 giugno ore 20.30 e 22.30
Chiostro del Museo Diocesano
Il giardino segreto
Breaking the fall - Jane Allan
W l'amor - Francesca Lattuada e Jean-Marc Zelwer
Looking Through Eardrums - Compagnia eaRis
Tre angoli differenti di un "giardino segreto".
Nel chiostro, accanto al ciliegio, un trapezio per
le evoluzioni di Jane Allan, una delle più
grandi interpreti nella sua disciplina. Poi, ospiti
speciali della Festa del Circo, ritornano a Brescia
Francesca Lattuada e Jean-Marc Zelwer per un nuovo
immaginario viaggio tra canto e musica. Ed infine
ecco la Compagnia eaRis: un giocoliere che danza,
una ballerina che gioca con le palline e quattro musicisti,
molto seri, che non temono di abbandonare il proprio
posto...
30
giugno, ore 19.00; 1-2 luglio ore 15.00 e 21.30; 3
luglio ore 11.00
Parco dei Circhi
Les tambours sauteurs
Uno spettacolo del Circus Baobab
Nel verde scenario del Parco Castelli i colori, il
ritmo e i suoni di una storia d'Africa, animata dagli
straordinari acrobati danzatori e musicisti della
Guinea. È un'occasione unica per vedere al
lavoro in Italia una troupe di leggendaria bravura,
ai limiti delle possibilità fisiche, con l'accompagnamento
musicale dal vivo di Momo Wandel Soumah, maestro riconosciuto
della world music internazionale.
1
- 2 - 3 luglio ore 21.30
Chiostro del Museo Diocesano
Houdini
Uno spettacolo di Raffaele De Ritis
Chi era Houdini? Un ciarlatano o un genio? La vittima
di un baraccone mediatico o un artista e atleta straordinario?
Tra ironia e suspence, Raffaele De Ritis ricostruisce
uno spaccato della vita e dell'arte del mago dell'
'escapologia'.
3
luglio ore 21.30; 4 luglio ore 19.30; 5 - 6 luglio
ore 21.30
Parco dei Circhi
La Syncope du 7
Uno spettacolo del Colleticf AOC
Nata nel 2001, questa giovane compagnia ha fatto irruzione
sulla scena europea con uno spettacolo di travolgente
energia e fascinazione visiva, conteso dai maggiori
festival. I sette interpreti di questa "sincope",
guidati dalla coreografa Fatou Traoré, tessono
uno spettacolo in cui danza e acrobazia si fondono,
in un crescendo adrenalinico di rara bellezza.
4
- 5 luglio ore 21.30
Chiostro del Museo Diocesano
Itizzz
some sing
Uno spettacolo di Bernard Massuir
Un piccolo gioiello tra gli immaginari insoliti proposti
quest'anno dalla Festa del Circo: uno spettacolo nel
quale le acrobazie sono, per una volta
soltanto
vocali! Pochi strumenti sul palco, per Bernard Massuir,
e soprattutto la voce, che permette all'interprete
di eseguire incredibili improvvisazioni jazz, scherzi
con il pubblico, o parodie della musica contemporanea.
6
luglio (7 luglio in caso di maltempo) ore 22.30
Piazza della Loggia
Festa finale - La légende du singe tambourinaire
Dalle 19.30 menu speciali in Piazza Rovetta e presso
i ristoratori dei dintorni
Uno spettacolo del Circus Baobab
Un immenso baobab, costruito in Piazza della Loggia,
è il folgorante scenario per lo spettacolo
che segna la chiusura dell'edizione 2002. Una festa
nella Festa, di impressionante forza visiva, con quaranta
acrobati, danzatori e musicisti della Guinea scatenati
sul palco e... tra i rami dell'albero.
|
12/06/2002

Il
Bolero del Ballet Teatro Español
di
Giulia
Serra
Questa
volta saranno a Milano dal 2 al 19 maggio per cercare di
rapire il pubblico italiano come già hanno fatto in tutto
il mondo: sono gli artisti del Ballet Teatro Español che
portano in scena il Bolero, un grande spettacolo il cui
coreografo scomparso, Rafael Aguilar, è anche il fondatore
della compagnia. Si tratta senz'altro di una rara occasione
per lasciarsi trasportare nella forza e nella passione della
danza spagnola.
Fino
alla sua morte, avvenuta nel marzo del 1995 a Madrid, proprio
durante una rappresentazione del suo Bolero, Rafael
Aguilar è stato considerato uno dei più importanti
coreografi spagnoli. La composizione del Bolero è
del 1987 e viene naturalmente pensata come un omaggio a
Ravel, regalando anche ad Aguilar la grande soddisfazione
di ricevere il premio come "miglior coreografo dell'anno"!
L'anno successivo, il 1988, crea il balletto Yerma,
basato sulla tragica composizione di Garcia Lorca, che viene
acclamato come la più innovativa produzione teatrale
di Flamenco mai vista. Lo stesso anno collabora con la grande
produzione di Carmen a Parigi-Bercy, con un cast
di oltre 600 performers.
Ancora nel 1988 crea scene di danza per la commedia musicale
Matador, per le quali riceve il prestigioso Jefferson
Award per la "migliore coreografia dell'anno a Chicago".
Nel 1992 presenta Carmen Flamenco dapprima a Tokyo
e poi in Francia dove entusiasmerà il pubblico!
Tornando al Bolero, a tutt'oggi soltanto in Italia ci sono
state oltre 250 rappresentazioni, e il successo è
stato sempre grande, vediamo allora nel dettaglio come è
costruito lo spettacolo.
Con Bolero, il Ballet Teatro Espanol presenta tre pieces
del leggendario Aguilar: El Rango, Bolero e Suite Flamenca.
El
rango
Rafael Aguilar ha creato due balletti basati sui lavori
dell'autore spagnolo Federico Garcia Lorca: El Rango (1979)
e Yerma (1988). El Rango era stato commissionato da Antonio
Gades.
El Rango (meglio tradotto come "Il rango sociale",
per esprimere l'ossessione della madre per lo Status) segue
la trama del romanzo drammatico "La casa di Bernarda
Alba" (Garcia Lorca, 1936)
La storia è quella di una donna che, rimasta vedova,
per rispettare il lutto si segrega in casa con le sue cinque
figlie per otto lunghi anni. Alla ribellione della più
giovane, che seduce il fidanzato della sorella, unico uomo
che ha accesso alla casa, Bernarda Alba risponderà
con l'omicidio (anzichè il suicidio dell'originale
lorchiano).
Musica:
Canti Gregoriani e chitarra Flamenco
Coreografia: Rafael Aguilar
Costumi: Manuela Aguilar
Durata: 33 minuti
Bolero
"Usando il linguaggio e il ritmo del Flamenco, offro
una interpretazione molto personale di questa piece che
è così ricca di atmosfera e sensualità,
e così profondamente radicata nella psiche spagnola."
Questa la recensione che Aguilar fa del "suo"
Bolero, un flamenco sensuale sulla musica di Ravel.
Rafael
Aguilar ha creato la sua interpretazione di Bolero per sottolineare
il 50esimo anniversario della morte di Maurice Ravel. Il
Bolero è una variazione del Fandango ed è
strettamente collegato al Cachucha.
La
relazione di Ravel con il balletto risale al 1909, quando
lavorava con Diaghilew durante la sua prima stagione a Parigi.
Nel 1914, con lo scenografo Alexandre Benois, ha cercato
delle danze rurali (nei Paesi Baschi) come base per creare
un balletto spagnolo. L'inizio della guerra interrompe il
progetto, che vedrà la luce solo dopo quattordici
anni.
Ida Rubinstein, inizialmente una Etoile con Diaghilew, commissiona
a Ravel una composizione esotica di balletto spagnolo. Ravel
compone il Bolero, che debutta il 22 Novembre 1928 alla
Parisian Opera House.
Questo balletto con 18 giovani ballerini e la prima ballerina
Ida Rubinstein è un successo istantaneo.
Bolero diventa la più famosa piece di Ravel, il quale
dice della sua opera che "sfortunatamente non contiene
musica".
Musica:
Flamenco popolare
Coreografia: Rafael Aguilar
Costumi: Manuela Aguilar
Durata: 60 minuti
Suite Flamenco
"L'uomo come individuo, il suo modo di vivere, sentire
e amare; questa è l'essenza del Flamenco"
Javier Palacios
Per molti anni Rafael Aguilar ha studiato le origini del
flamenco e le sue influenze Arabe, Ebree e Indù.
Nella Suite, una sorta di antologia del Flamenco, l'ensamble
presenta i quattro elementi essenziali del Flamenco: danza,
canzone, chitarra e Jaleo.
Ci sono due stati d'animo dominanti nel Flamenco:
jondo: profondo, ispirato, passionale, depresso e chico:
leggero, stravagante, colorato e ironico.
Suite Flamenca è composta da danze di Flamenco tradizionali:Alegrìas,
Siguiriyas, Peteneras, Bulerìas, Farrucas e Finale.
Musica:
Flamenco popolare
Coreografia: Rafael Aguilar
Costumi: Manuela Aguilar
Durata: 60 minuti
02/05/2002

Grease all'italiana
di
Enzo
Laudando
Niente
artisti di pregio, né pezzi grossi del circo televisivo:
Grease all'italiana è un prodotto di gruppo, che si regge
su un cast
di giovani in cui il dislivello tra i protagonisti e un
qualunque ballerino di retrovia è minima. Se andate a vederlo
con l'intento di godervi l'artista sopraffino, quello che
da solo vale il biglietto, vi resterà l'amaro in bocca.
Grease
in tournée
Fino al 10 marzo
Roma, Teatro Olimpico
Dal 12 al 14 marzo
Livorno, Teatro La Gran Guardia
16 e 17 marzo
Fabriano, Teatro Gentile
Dal 20 al 26 marzo
Firenze, Teatro Verdi
Dal 5 al 7 aprile
Lucca, Teatro Del Giglio
10 e 11 aprile
Civitanova (Macerata), Teatro Rossini
13 e 14 aprileTolentino,
Teatro Vaccaj
|
Michele
Carfora (Danny) e Simona
Samarelli (Sandy), non potendo avere lo stesso potere
seduttivo dei predecessori Cuccarini-Ingrassia, costruiscono
la loro performance in strettissima simbiosi con il resto
del gruppo.
O
meglio, è il regista Saverio Marconi ad aver abilmente
tessuto un allestimento "collettivo" in cui i
novelli John Travolta e Olivia Newton-John tendono a mischiarsi
alla massa più che a spiccare.
Il
risultato visto alla prima romana (teatro Olimpico) è
brioso e divertente, sebbene fiaccato da una cornice scenografica
approssimativa.
Ma
questo al pubblico sembra importare poco: ciò che
conta è il ritmo, l'energia, la propulsione di gruppo
che per oltre due ore imperversa in palcoscenico.
LA
TRAMA
Danny e Sandy vivono una meravigliosa infatuazione
reciproca, ma con la fine dell'estate devono lasciarsi
perché Sandy deve tornare in Australia.
Tuttavia Sandy resta in America e frequenta addirittura
la stessa scuola di Danny. Entrambi sono però
inconsapevoli che il proprio amore è molto
più forte di quanto sembri. Alla festa di
inizio anno le Pink Ladies, il gruppo di ragazze
della scuola, fanno in modo che i due innamorati
si ritrovino. Tanto Danny era stato dolce quell'estate
con Sandy tanto adesso, per confermare e rimarcare
la sua fama di bullo e duro davanti ai suoi amici,
snobba Sandy, che si sente profondamente tradita.
Ma col passare dei mesi i due si riavvicinano, anche
se Danny si vergogna sempre un po' di Sandy per
il suo fare da brava ragazza. Così lei decide
di conquistare una volta per tutte Danny trasformandosi
in una dark lady l'ultimo giorno di scuola! Spiazzando
tutti i presenti, Sandy riconquista pienamente il
suo amore e tutti gli amici si ripromettono che,
finita la scuola, continueranno a restarsi vicini.
|
Sotto
il profilo "meccanico" lo spettacolo funziona:
scene vive, movimenti fluidi, ottimo affiatamento. Per me,
però, è un peccato che le canzoni siano state
impietosamente tradotte e adattate, con inevitabile perdita
di mordente. Quando alle orecchie ti giunge "Dimmi
dai, dimmi dai" invece di "Tell me more, tell
me more" il senso di disagio è inevitabile.
"Le abbiamo tradotte perché anche le canzoni
portano avanti la trama ed è importante far capire
le parole", mi ha spiegato Fabrizio Angelini, braccio
destro di Marconi.
Questo
nulla toglie al merito della Compagnia
della Rancia di aver resuscitato il musical in Italia.
Silvio Testi, direttore artistico, ci tiene a dire che il
suo Grease è stato "uno spartiacque" nella
storia recente dello spettacolo italiano, inaugurando allestimenti
molto più costosi e ambiziosi della media.
I numeri snocciolati sono questi: dalla prima edizione,
quella con Lorella Cuccarini e Giampiero Ingrassia, Grease
è stato rappresentato 520 volte, visto da 730.000
spettatori e ha incassato 33 miliardi di lire. E non è
finita. Lo spettacolo proseguirà la tournée
fino a metà aprile.
Ma
la Compagnia della Rancia non vive di solo Grease: a marzo
porta in scena anche "La piccola bottega degli orrori",
con Rossana Casale e Manuel Frattini. E all'orizzonte, con
debutto a luglio a Trieste, c'è "Bulli e pupe".
Intanto
il musical di Jim
Jacobs resterà all'Olimpico di Roma fino
al 10 marzo. Per informazioni potete telefonare allo 06/3265991.
27/02/2002

Mezzo secolo da giullari
di
Enzo
Laudando
Fu
un bacio appassionato di Franca Rame a far nascere la coppia
per eccellenza del teatro italiano. Dopo cinquanta anni
di sodalizio, lei e l'inseparabile Dario si sono ributtati
in tournée con i loro più acclamati successi, da Mistero
buffo a Sesso? Grazie, tanto per gradire. Il risultato è
un misto di grammelot, satira e solidarietà.
SOLIDARIETÀ
DA NOBEL
L'impegno sociale della coppia Fo-Rame non viene
meno neanche a 50 anni dai loro esordi teatrali.
Nell'attuale tournée gli spettacoli sono
inframmezzati da brevi incisi in cui la finzione
scenica scompare per lasciare spazio alla solidarietà.
Per capirci: Dario e Franca cercano soldi. Il loro
impegno a favore dei più sfortunati (disabili,
famiglie in difficoltà, ecc.) ha quasi prosciugato
il miliardo e 650 milioni di lire che Fo ha ottenuto
con il Nobel.
La somma è stata infatti utilizzata per alleviare
- attraverso sussidi mensili o acquisto di attrezzature
- la sofferenza di malati e portatori di handicap.
La raccolta di fondi, adesso, avviene soprattutto
con la vendita di litografie uniche e numerate realizzate
da Fo, che al teatro Olimpico della Capitale erano
esposte nel foyer. Quasi tutte molto belle, alcune
splendide, e la tentazione di comprarne una mi è
passata solo quando ho visto il prezzo: 200 euro.
Un esborso impegnativo, che però non ha scoraggiato
molti spettatori, anche perché Dario Fo ha
voluto impreziosire le litografie con il proprio
autografo. Finito lo spettacolo, si è seduto
sul bordo del palcoscenico e ha scritto una dedica
su ogni litografia acquistata.
Dettagli
su questa iniziativa
|
È
l'estate del 1929 quando Franca Rame, nata da otto giorni,
debutta in palcoscenico tra le braccia della madre.
Nello
stesso periodo il bambino Dario Fo ascolta a bocca aperta
i racconti del nonno contadino, che attira clienti al suo
carretto di frutta e verdura recitando favole grottesche.
Il
teatro, Dario Fo e Franca Rame, l'hanno incontrato prestissimo
e il teatro non ci ha messo molto a farli incontrare. Succede
a casa di amici, dove Dario vede una foto della sua futura
moglie e se ne innamora. Siamo all'inizio degli anni '50.
Inizia
il corteggiamento? Macché, Fo decide di ignorare
la giovane attrice malgrado entrambi siano scritturati per
lo stesso spettacolo e si incrocino ripetutamente durante
le prove.
Ma
il fidanzamento è nell'aria e avviene per merito
di Franca, che dopo qualche settimana lo blocca tra i camerini
e lo bacia sulla bocca. Nasce così, dietro le quinte
dell'Odeon di Milano, una delle coppie
più celebri del teatro italiano.
L'episodio
mi è inevitabilmente tornato alla mente quando, giorni
fa, al teatro Olimpico di Roma ho visto Dario e Franca nuovamente
in scena. Malgrado abbiano, come dice la Rame, "150
anni in due" non se la sentivano di far passare il
loro cinquantenario umano e artistico senza una tournée.
Come ai bei tempi, ma con meno smalto.
Sì,
perché bisogna dirlo (soprattutto a chi li ammirava
30 anni fa): non vi aspettate fuochi d'artificio. Dal pot-pourri
di successi che ripropongono - Mistero buffo, Fabulazzo
osceno, Grasso è bello, Lu Santo Jullare Francesco,
Sesso? Grazie, tanto per gradire - il Fo giocoliere-funambolo
emerge solo a tratti e la lingua della Rame fa rimpiangere
l'antica affilatura.
Certo, parlare di sesso negli anni '60 e parlarne oggi è
diverso, ma qui bisogna aprire una parentesi inattesa: nel
bel mezzo di un monologo di Franca ho visto mamme e papà
alzarsi e abbandonare, insieme ai figli di 10-12 anni, i
loro preziosissimi posti in platea. Segno che certi discorsi
sono ancora difficili da mandar giù.
Ad
ogni modo, se la verve del duo è appannata, il loro
potere seduttivo è intatto. Il pubblico pende, in
particolare, dalle labbra di Fo, aspetta l'immancabile filippica
di satira politica, che puntualmente arriva, paga il biglietto
per vederlo contorcersi nel suo grammelot
e per godersi un Nobel di lì a un palmo. E costringe
lui e Franca a repliche fuori programma.

Ronconi porta in scena Henry James
di
Maria
Letizia Serra
Scritto
nel 1897 da Henry
James, il romanzo Quel che sapeva Maisie è
in scena sul palcoscenico del Teatro Grassi di via Rovello
in un'inedita edizione teatrale curata da Luca Ronconi.
Si tratta di un'altra tappa del percorso di riflessione
sulle tecniche sceniche, che il regista propone al pubblico
milanese sulla base della traduzione di Ugo Tessitore.
Nel cast Mariangela
Melato, Paola Bigatto, Sabrina Capucci, Emanuele
Vezzoli, Galatea Ranzi, Annamaria Guarnieri, Gabriel Garko,
Michele Nani, Elisabetta Femiano, Danilo Nigrelli, Miriam
Acevedo, Fiorello Falciani.
DOVE
VEDERE LO SPETTACOLO
DAL 17/12/2001 AL 3/03/2002
MILANO
Teatro Grassi
Via Rovello 2 Biglietteria: dalle 10 alle 18,30 Servizio
Cortesia: tel. 02.72333222 dalle 10 alle 18.30
DAL 4/03/2001 AL 28/03/2002
GENOVA
Teatro della Corte
Via E.F. Duca D'Aosta Tel 010.5342200 |
La
trama e i personaggi
Il
romanzo di James racconta la storia della famiglia e degli
amori di una donna, Maisie Farange, la cui vita si svolge
nell'Inghilterra agiata di fine secolo e il cui destino
appare segnato dalla separazione dei genitori e dalla costruzione,
da parte degli stessi, di nuove ramificate unità
familiari.
Contesa dai due genitori, Beale ed Ida, che si sono separati,
Maisie viene allevata dalla governante Mrs.Overmore, che
un giorno il papà sposa, mentre la madre sposa, a
sua volta, Sir Claude. Maisie rimane presa in questi giochi
erotici, e la sua unica certezza è Mrs. Wix, la governante
di parte materna, che l'ama disinteressatamente. S'affeziona
anche a Sir Claude e, quando questi si separa dalla mamma,
va a stare a Parigi con lui e Mrs.Wix, che ha segrete speranze
che loro tre possano cominciare una nuova vita insieme;
invece Claude s'è innamorato di Mrs.Overmore, che
lo raggiunge a Parigi e l'induce a liberarsi di Mrs.Wix.
Alla fine Claude lascerà decidere a Maisie il suo
futuro: in questo mondo caotico in cui tutti l'hanno usata,
Maisie, diventata a sua volta un piccolo mostro d'opportunismo,
ritrova la sua morale e sceglie d'andarsene con Mrs. Wix.
Il
PICCOLO TEATRO
Teatro Strehler, Largo Greppi;
Teatro Grassi,via Rovello 2;
Teatro Studio,via Rivoli, 6
Tre
sale, 500 spettacoli e 250.000 spettatori l'anno.
Il Piccolo Teatro, sotto la guida artistica di Sergio
Escobar e Luca Ronconi, è diventato
un punto di riferimento importantissimo per la sperimentazione
delle nuove tecnologie sul palcoscenico. Internet,
supporti multimediali e idee innovative, caratterizzano
gli spettacoli in scena. La realizzazione delle scenografie
e dei costumi avviene attraverso simulazioni tridimensionali
al computer. Anche l'acquisto e la prenotazione di
biglietti sono ormai informatizzati e possibili online.
L'altra
novità importante del Piccolo si chiama Eurolab:
una progetto multimediale non ancora finito che permetterà
di consultare in Rete un archivio di 30.000 file,
dalle vecchie locandine alle fotografie storiche di
tutti gli spettacoli rappresentati nel teatro.
La
storia del Piccolo
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Il
significato
Vittima
e carnefice, Maisie - "rilanciata da una racchetta
all'altra, come una palla da tennis" - attraversa un
complesso reticolo di relazioni e ambienti su cui è
proiettata l'ironia di James "più profonda del
mero ovvio". Un'ironia che si trasforma in una visione
lucida dell'Europa e degli europei, cui Ronconi dà
corpo e voce sul palcoscenico.
"Se
volessimo sintetizzare al massimo il significato del romanzo-
spiega Ronconi -"Quel che sapeva Maisie" è
la storia di una ferita infantile e del perdurare di questa
ferita nell'età adulta. Secondo il regista il libro
rappresenta anche un pezzo della biografia dell'autore,
che riferendosi alla propria esperienza personale ha spesso
parlato di una "ferita impronunciabile".
La
ferita della ragazzina Maisie, si protrae in età
adulta e per questo lo spettacolo in teatro comincia con
la protagonista già diventata donna. Ma attenzione
a non pensare che si tratti di un enorme flashback- ammonisce
Ronconi- Quel che sapeva Maisie non è un lavoro sulla
memoria. Siamo di fronte a un' infanzia protratta oltre
i suoi confini biologici, con un personaggio che manifesta
un'immaturità sentimentale e una disponibilità
emotiva totali".
Quel
che sapeva Maisie, definito da James "un albero che
si estende assai più di quanto il suo piccolo germe
avrebbe potuto, a un primo contatto, lasciar sospettare",
offre dunque la possibilità di verificare la capacità
del teatro di passare da un territorio culturale ad un altro,
da un genere all'altro, all'insegna di una nuova ricerca
drammaturgica.
Quel
che sapeva Maisie segna anche un ritorno di Luca Ronconi
a Henry James, dopo le regie di Nella gabbia e dell'opera
lirica The turn of the screw (Giro di vite) di Benjamin
Britten, tratta dall'omonimo romanzo di James.
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