Semplicemente
29/7/201017:45

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Ascanio Celestini, da non perdere

Il giovane autore-attore di teatro con lo spettacolo "Fabbrica" si conferma, a soli 31 anni, come uno dei nuovi artisti più solidi e popolari della nostra scena teatrale. Celestini ricostruisce parabole del lavoro di un'Italia del '900 con lo stesso amore che si usa nelle lettere a una madre. Fabbrica è infatti un immaginario epistolario che nasconde affabulazioni sulle fatiche, sulle disavventure epiche ed umili dello scenario sociale di più generazioni, con un punto di vista di repertorio orale davvero unico.

L'arte del raccontare, un genere teatrale che con la personalità di Ascanio Celestini ha trovato nuovi stimoli per evolversi riconoscendosi. In questo nuovo Fabbrica, Ia moderna figura dell'affabulatore veste i panni di un operaio della fine della seconda guerra mondiale: Fausto raccoglie le confidenze familiari del suo capoforno, trasformando il luogo del lavoro nello spazio della memoria antropologica di un'intera comunità. Ma il ricordo non è mai la nostalgia che recupera un passato migliore, essa è un'azione nel presente, la misura di una realtà vera o falsa perché è la storia che spiega ed orienta l'attualità. Un progetto che intreccia le testimonianze orali ai materiali d'archivio, ponendoli su un terreno epico dove si consuma lo scontro sociale. Una tappa della ricerca che il teatro fa sul campo come quella di un antropologo che studia il territorio in rapporto agli individui: la narrazione recupera un repertorio orale creando uno spettacolo possibile sul lavoro in Italia oggi.

"Dopo un anno di laboratori in giro per l'Italia abbiamo raccolto storie isolate, frammenti di racconti che ruotano tutti attorno al vissuto fisico della fabbrica. Chi racconta il lavoro racconta qualcosa del proprio corpo. Anche quando parla del cottimo collettivo, delle vertenze sindacali e dell'articolo 18 usa un immaginario che fa riferimento al corpo. Come se per parlare di ciò che è accaduto si dovesse tradurre in un linguaggio i cui riferimenti sono la malattia e la salute, la bellezza e la deformità, la forza e la debolezza. Per il capoforno la fabbrica ha un centro e questo centro è l'altoforno. La fabbrica lavora per il buon funzionamento dell'altoforno e i gas dell'altoforno trasformati in energia elettrica mandano avanti lo stabilimento. L'antica fabbrica aveva bisogno di operai d'acciaio e i loro nomi erano Libero, Veraspiritanova, Guerriero. L'età di mezzo ha conosciuto l'aristocrazia operaia con gli operai anarchici e comunisti che neanche il fascismo licenziava perché essi si rendevano indispensabili alla produzione di guerra. Ma l'età contemporanea ha bisogno di una fabbrica senza operai. Una fabbrica vuota dove gli unici operai che la abitano sono quelli che la fabbrica non riesce a cacciare via. I deformi, quelli che nella fabbrica hanno trovato la disgrazia. Quelli che hanno sposato la fabbrica lasciandole una parte del loro corpo, della loro storie e della loro identità."

"Cara madre vi scrivo questa lettera che è l'ultima lettera che vi scrivo. Ve n'ho scritta una al giorno per tanti anni. Voi mi dicevate scrivi scrivi e io ho scritto per più di cinquant'anni. Una lettera al giorno per cinquant'anni. Solo una volta non vi scrissi, cara madre, e voi mi diceste perché non hai scritto? che io vi dissi che non avevo potuto scrivere per via dell'ospedale. Ché avevo avuto la disgrazia e non ho scritto. Mi diceste prima o poi me la scrivi questa lettera? Ché mica puoi saltarmi proprio un giorno nel mentre che mi hai sempre scritto tutti i giorni. Io vi dissi che sì, che prima o poi ve la scrivevo la lettera. E mo', adesso ve la scrivo la lettera che manca. È passato più di cinquanta anni e adesso ve la scrivo. Fate conto che oggi è il 17 di marzo di quel 1949 che non vi ho scritto la lettera di quel giorno. E io riprendo il filo dal giorno prima. Dal 16 marzo.

Cara madre il 16 di marzo di quel '49 è il primo giorno che entro in fabbrica."

Uno spettacolo tutto da ascoltare, che incanta e rapisce, parlando al cuore con voce davvero unica.

15/05/2003

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