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Ascanio Celestini, da non perdere
Il
giovane autore-attore di teatro con lo spettacolo "Fabbrica"
si conferma, a soli 31 anni, come uno dei nuovi artisti
più solidi e popolari della nostra scena teatrale. Celestini
ricostruisce parabole del lavoro di un'Italia del '900 con
lo stesso amore che si usa nelle lettere a una madre. Fabbrica
è infatti un immaginario epistolario che nasconde affabulazioni
sulle fatiche, sulle disavventure epiche ed umili dello
scenario sociale di più generazioni, con un punto di vista
di repertorio orale davvero unico.
L'arte del raccontare, un genere teatrale che con la personalità
di Ascanio Celestini ha trovato nuovi stimoli per evolversi
riconoscendosi. In questo nuovo Fabbrica, Ia moderna figura
dell'affabulatore veste i panni di un operaio della fine
della seconda guerra mondiale: Fausto raccoglie le confidenze
familiari del suo capoforno, trasformando il luogo del lavoro
nello spazio della memoria antropologica di un'intera comunità.
Ma il ricordo non è mai la nostalgia che recupera
un passato migliore, essa è un'azione nel presente,
la misura di una realtà vera o falsa perché
è la storia che spiega ed orienta l'attualità.
Un progetto che intreccia le testimonianze orali ai materiali
d'archivio, ponendoli su un terreno epico dove si consuma
lo scontro sociale. Una tappa della ricerca che il teatro
fa sul campo come quella di un antropologo che studia il
territorio in rapporto agli individui: la narrazione recupera
un repertorio orale creando uno spettacolo possibile sul
lavoro in Italia oggi.
"Dopo
un anno di laboratori in giro per l'Italia abbiamo raccolto
storie isolate, frammenti di racconti che ruotano tutti
attorno al vissuto fisico della fabbrica. Chi racconta il
lavoro racconta qualcosa del proprio corpo. Anche quando
parla del cottimo collettivo, delle vertenze sindacali e
dell'articolo 18 usa un immaginario che fa riferimento al
corpo. Come se per parlare di ciò che è accaduto
si dovesse tradurre in un linguaggio i cui riferimenti sono
la malattia e la salute, la bellezza e la deformità,
la forza e la debolezza. Per il capoforno la fabbrica ha
un centro e questo centro è l'altoforno. La fabbrica
lavora per il buon funzionamento dell'altoforno e i gas
dell'altoforno trasformati in energia elettrica mandano
avanti lo stabilimento. L'antica fabbrica aveva bisogno
di operai d'acciaio e i loro nomi erano Libero, Veraspiritanova,
Guerriero. L'età
di mezzo ha conosciuto l'aristocrazia operaia con gli operai
anarchici e comunisti che neanche il fascismo licenziava
perché essi si rendevano indispensabili alla produzione
di guerra. Ma l'età contemporanea ha bisogno di una
fabbrica senza operai. Una fabbrica vuota dove gli unici
operai che la abitano sono quelli che la fabbrica non riesce
a cacciare via. I deformi, quelli che nella fabbrica hanno
trovato la disgrazia. Quelli che hanno sposato la fabbrica
lasciandole una parte del loro corpo, della loro storie
e della loro identità."
| "Cara
madre vi scrivo questa lettera che è l'ultima
lettera che vi scrivo. Ve n'ho scritta una al giorno
per tanti anni. Voi mi dicevate scrivi scrivi e io ho
scritto per più di cinquant'anni. Una lettera
al giorno per cinquant'anni. Solo una volta non vi scrissi,
cara madre, e voi mi diceste perché non hai scritto?
che io vi dissi che non avevo potuto scrivere per via
dell'ospedale. Ché avevo avuto la disgrazia e
non ho scritto. Mi diceste prima o poi me la scrivi
questa lettera? Ché mica puoi saltarmi proprio
un giorno nel mentre che mi hai sempre scritto tutti
i giorni. Io vi dissi che sì, che prima o poi
ve la scrivevo la lettera. E mo', adesso ve la scrivo
la lettera che manca. È passato più di
cinquanta anni e adesso ve la scrivo. Fate conto che
oggi è il 17 di marzo di quel 1949 che non vi
ho scritto la lettera di quel giorno. E io riprendo
il filo dal giorno prima. Dal 16 marzo. |
Cara
madre il 16 di marzo di quel '49 è il primo giorno
che entro in fabbrica."
Uno spettacolo tutto da ascoltare, che incanta e rapisce,
parlando al cuore con voce davvero unica.
15/05/2003
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