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Ernesto,
Alberto e la Poderosa II
I
Diari della motocicletta. Un film da non perdere. Il
racconto di un viaggio e di un'amicizia. Diecimila chilometri
in otto mesi alla scoperta dell'America Latina. "Questa
volta, il viaggio, l'avventura da compagni di strada
e di vita, va alla scoperta della futura identità, dei
valori, dei sogni di un mondo non oppresso dal colonialismo,
dalla miseria, dal sottosviluppo".
I
Diari della motocicletta è molto più di
un film, è molto più di un documentario,
è l’avventura di due ragazzi, divertenti,
acuti, sensibili e profeticamente sognatori nei loro
ventiquattro e ventinove anni. Racconta un viaggio di
formazione nel continente sudamericano, un viaggio interiore
prima ancora che fisico. È infatti la testimonianza
di come un’esperienza così forte, così
coinvolgente, abbia inevitabilmente cambiato i due protagonisti
ponendoli a diretto contatto con le sofferenze della
loro amata America ed al tempo stesso rassicurandoli
rispetto alla loro scelta iniziale, il desiderio di
aiutare gli altri.
È un film coinvolgente e paradigmatico, come
sanno esserlo i più bei libri o film di viaggio,
perché il percorso reale si snoda parallelamente
al percorso interiore che trasformò Ernesto Guevara,
figlio della media borghesia argentina, laureando in
medicina, giocatore di rugby affetto da asma, innamorato
di una ragazzetta snob, in Che Guevara, l’eroe.
Gli incontri, la sofferenza, le ingiustizie sociali
influenzeranno i due giovani profondamente, segnando
il loro destino etico e politico.
La pellicola è anche il racconto di una grande
amicizia, un viaggio di due hippies d'avanguardia, pochi
soldi, nessun luogo prestabilito dove dormire, il tempo
non esiste se non per le stagioni. Un viaggio che può
fare solo chi non ha ancora superato la linea d'ombra
conradiana, la giovinezza. Due uomini molto diversi:
Alberto, grassoccio, biondo, simpatico e un po' piacione
ed Ernesto, idealista, leale e terribilmente sincero
anche a costo di diventare antipatico.
Il
film racconta tutta la ricchezza di un viaggio di scoperta,
ai minatori peruviani che chiedono “Voi perché
viaggiate”, i nostri due eroi rispondono “Per
viaggiare!” e tornano alla mente le parole di
una canzone di De Andrè: “…per la
sola ragione del viaggio, viaggiare” .
Dice
Salles, il regista: “Amo molto la scena in cui,
a Machu Picchu, Ernesto si chiede: "Questa antica
civiltà a me sconosciuta come può commuovermi
così profondamente?". Quando sembra che
il film sia già finito, riprende con significative
sequenze e non bisogna alzarsi.”
Prima dei titoli di coda in primo piano viene inquadrato
il vecchio Alberto Granado, un ottantenne dallo sguardo
ancora vivissimo, che guarda con malinconia un aereo
che decolla. “Il mio cuore è a prova di
ruggine, può reggere a ogni tipo di emozione”,
ha confessato il compagno di viaggio del Che, aggiungendo
“ricordo molte cose di quel periodo, ma l’esperienza
più toccante è stata quella di San Pablo,
quando i lebbrosi sono venuti a trovare me ed Ernesto.
Sono arrivati su una barca facendo musica, ma era una
giornata di pioggia e non ho potuto fare fotografie
perché c’era poca luce. Ho molti ricordi
toccanti di quel viaggio, ma questo episodio non lo
scorderò mai”.
Prosegue Salles:”Ho lasciato gli occhi di Alberto
in chiusura, quelli del vero Granado, l’autore
del libro With Che Through Latin America che, con il
libro The Motorcycle Diaries di Guevara, è alla
base del film. Per me, gli occhi di Granado, oggi, esprimono
tutto: dicono "ciao amigo, companero" a chi
non c’è più, agli ideali non spenti.
Quel suo sguardo riporta un lungo "frammento di
vita". Così come un "frammento di viaggio,
di vita" definisco il film... questa volta, il
viaggio, l’avventura da compagni di strada e di
vita, va alla scoperta della futura identità,
dei
valori, dei sogni di un mondo non oppresso dal colonialismo,
dalla miseria, dal sottosviluppo”.
Nella
foto in bianco e nero dei titoli di coda, Ernesto e
Alberto sono in piedi sulla zattera 'Mambo tango' che
li porterà alle loro vite. Alberto verso un lavoro
in un ospedale di Caracas, Ernesto verso qualcosa che
ancora non sa. Scrive: «Quel vagare senza meta
per la nostra maiuscola America mi ha cambiato più
di quanto credessi». E' il 20 giugno del '52.
Un’amicizia
senza confini, un viaggio indimenticabile, un film impedibile!
La
foto più famosa
Pochi forse conoscono la vera storia della foto
più famosa del Che, quella più riprodotta
nel mondo intero e che continua a mantenere intatta
la sua forza espressiva. L’autore Alberto
Korda dice con modestia che non è riuscito
nemmeno a metterla bene a fuoco. Era il giorno dello
scoppio di una bomba messa come sabotaggio su una
nave che portava il primo carico di armi comprato
dalla Rivoluzione e che aveva provocato numerosi
morti e feriti. Vi furono i funerali e poi un comizio
di Fidel Castro. D’improvviso sul palco comparve
per qualche secondo il Che ed aveva uno sguardo
che esprimeva tutta la sua rabbia per l’attentato
e il dolore per le vittime: due scatti ad immortalarne
l’espressione. Fu solo dopo sette anni che
saltò fuori la foto perché voluta
dall’editore Feltrinelli come copertina del
Diario della Bolivia e fu poi scelta in tutto il
mondo come la più adatta ad essere riprodotta
in migliaia di modi. |
27/05/2004
Cinque ostacoli per Von Trier
Le
cinque variazioni è un film originale, un'idea alla von
Trier. Un esperimento che dimostra ancora una volta la
capacità del regista danese di lasciare nel dubbio se
il suo messaggio sia una sconcertante rivelazione o un'emerita
baggianata!
Tutto nasce da un cortometraggio in bianco e nero del
1967 del regista Jorgen Leth, The perfect human, una sorta
di indagine antropologica minimalista sul perfetto essere
umano: cosa mangerà l'uomo perfetto? A cosa sta pensando?
Com'è la donna dell'uomo perfetto? Com'è il suo cane?
In
le 5 variazioni Von Trier mostra di amare il confronto
con altre personalità artistiche, convoca infatti
il più anziano collega Jorgen Leth e gli chiede
di realizzare cinque remake del suo The Perfect Human
seguendo cinque regole ferree ed autoflaggellanti che
lui stesso gli fornirà.
Leth,
affascinato dallo spirito agonistico di Von Trier ne
accetta il gioco e dunque le regole imposte dal giovane
allievo, il film deve essere girato a Cuba e ogni inquadratura
deve durare esattamente 12 frame, cioè circa
3-4 secondi, la seconda regola impone che il film venga
girato a Bruxelles, la terza regola in realtà
non è una regola: Leth dovrà essere totalmente
libero, cercare di lasciare la sua impronta; la quarta
regola prevede che il remake sia un cartone animato;
l'ultima regola, la quinta variazione, è lapiù
perversa: a dirigere sarà Von Trier e Leth dovrà
limitarsi a leggere il testo fuori campo scritto dal
regista.
Per
seguire la prima regola Leth parte per Cuba e si mette
sulle tracce della sua vecchia indagine antropologica.
Torna in Danimarca e presenta il lavoro a Von Trier
che ne è soddisfatto ma si guarda bene dal darlo
a vedere e rimanda la sua vittima al secondo ostacolo,
Leth parte per Bruxelles e torna con un film triste,
introspettivo e profondo. Von Trier lo critica ma detta
subito la terza regola, quella della libertà
assoluta.
Poi è la volta del cartone animato, Von Trier
dice di non amare affatto il genere e quindi Leth non
si deve preoccupare del risultato.
Laregola numero cinque è quella che da i risultati
più interessanti: mentre scorrono le immagini
del corto di Von Trier, che non gira niente di nuovo
ma mette insieme il materiale scartato da Leth, si scoprono
le carte del gioco. Fuori campo Leth è costretto
a leggere un testo che parla esclusivamente di lui,
senza riserve, delle sue paure e delle sue intuizioni,
dell'immagine che il suo amico Lars si è fatto
mandandolo in giro a ripercorrere la sua vecchia provocazione
antropologica.
Allora
si capisce che la ruota ha fatto il giro completo e
le parti si sono scambiate, Von Trier ha fatto a Leth
quello che quest'ultimo voleva fare allo spettatore:
guardarsi dentro, interrogarsi sulla natura umana. Solo
che non sapeva che la vittima di questo sguardo penetrante
e sadico, curioso e quindi rigoroso era proprio lui.
Il ritratto che ne scaturisce non può che essere
veritiero, d'altronde ne è proprio lui l'autore!
Le
cinque variazioni è un viaggio bellissimo, un
altro gesto semplice e appuntito del genio di Lars Von
Trier. Il film praticamente è girato da Jørgen
Leth, Von Trier ne è il co-regista nel senso
di colui che tira le fila, che inventa un percorso e
guida, spinge, tutto il resto a conquistarlo.
Un film, questo, che può essere anche accusato
di rappresentare un arido esercizio di stile (ma Queneau
insegna che non esistono esercizi aridi).
Il film pone domande non banali sulla creazione artistica:
libertà espressiva o regole a cui sottostare
per incanalare il talento? Il cinema come pura ricerca
formale? Fino a dove ci si può spingere nel comporre
un'immagine? L'occhio di chi guarda cosa ricerca? Questa
caccia al tesoro cinematografica pone tante domande,
ma non confeziona nessuna risposta certa.
La morale di queste cinque Variazioni sono in un tormentone
misterioso che viene ripetuto a ogni virtuale remake:
"Anche oggi ho visto qualcosa che spero di capire
tra due giorni"
È
comunque certo che mai gli spettatori escano dalla visione
di un film di Von Trier commentando "carino",
i suoi film si amano, o si odiano, fanno scoppiare passioni
travolgenti o antipatie irriducibili.
Biografia
Lars von Trier è nato a Copenaghen il 13 aprile
del 1956. È cresciuto in una famiglia borghese
di alti funzionari. Il padre, Ulf Trier, è in
realtà suo padre adottivo, come gli rivelò
sua madre in punto di morte. La madre, Inger Trier,
era comunista e sostenitrice dell'educazione libera
senza imposizione di regole. L'infanzia di Lars fu dunque
da un lato libera e spensierata, dall'altra inquieta
per la mancanza di autorità dei genitori e la
precoce libertà che egli ebbe nelle sue scelte.
Abbandonò presto la scuola, senza terminare quella
dell'obbligo, per poi riprendere gli studi dopo un paio
d'anni. Trier cominciò a fare film molto presto,
stimolato forse da uno zio documentarista e servendosi
della cinepresa super8 della madre. Il suo primissimo
film è un'animazione di circa un minuto dal titolo
Viaggio a Squashland, e risale al 1967. Nel 1968 recitò
in una serie televisiva danese, L'estate misteriosa,
realizzata da Thomas Winding. Provò a diciassette
anni ad entrare nella scuola di cinema, ma fu respinto.
Si dedicò ugualmente al tentativo di fare film,
facendo nello stesso tempo dei lavoretti per procurarsi
il necessario a girare. Realizzò in quel periodo
due film di un'ora, Orchidégartneren (Il giardiniere
delle orchidee) e Mynthe - der lyksalige (Menthe - la
ragazza felice). All'inizio degli anni Ottanta entrò
alla scuola di cinema di Copenaghen, il Danish Film
Istitute, e lavora per qualche tempo nel campo del videoclip
musicale e del film pubblicitario. Nel 1984 gira il
suo lungometraggio d'esordio, L'elemento del crimine,
che ottiene un premio a Cannes. Sia da questo film che
da quello successivo, Epidemic, emergono la passione
di Von Trier per la citazione, per un cinema visivamente
intenso, ricco di originali e sorprendenti soluzioni
figurative. Nel 1991 il cineasta danese è nuovamente
a Cannes con EUROPA, storia di un ragazzo americano
che arriva in Germania all'indomani della seconda guerra
mondiale. Il film, interpretato da Jean Marc Barr e
Barbara
Sukowa, suscita reazioni controverse, ma ottiene comunque
il premio speciale della giuria. Nel 1994 Von Trier
torna a lavorare per la televisione danese (nel 1988
aveva realizzato una versione per il piccolo schermo
di "Medea"), con un serial di genere horror-fantastico
dal titolo Il regno (the kingdom), ambientato per intero
in un ospedale. Il serial da noi viene distribuito in
sala, sia pure con tre anni di ritardo, ovvero nello
stesso periodo in cui il regista gira la seconda parte.
Von Trier è per la terza volta a Cannes nel 1996,
con Le onde del destino, inconsueta quanto splendida
storia di santità, che vince, meritatamente,
il gran premio della giuria. Due anni più tardi
partecipa allo stesso festival con GLI IDIOTI, storia
di un bizzarro gruppo di personaggi che si sforzano
di esprimere l' "idiota interiore" che è
in loro. Nel 2000 ottiene, sempre a Cannes, la Palma
d'oro con DANCER IN THE DARK, melodramma musicale incentrato
sulla figura di una donna che si sacrifica per il figlio.
Nel ruolo principale, la popstar islandese Bjork, che,
all'esordio come attrice, vince subito il premio per
la migliore interpretazione femminile. Gli fa seguito
DOGVILLE, corrosiva analisi della società americana,
alla quale il regista danese intende dedicare una trilogia,
di cui questo film, interpretato da Nicole Kidman, costituisce
il primo capitolo. Von Trier ha anche realizzato un
film a quattro mani con il celebre documentarista danese
Jorgen Leth, LE CINQUE VARIAZIONI.
Manifesto
Dogma
Nel 1995, insieme al regista Thomas Vinterberg,
presenta il Dogma 95, un codice a cui attenersi
per realizzare film anti-hollywoodiani. Si tratta
di una raccolta di pronunciamenti per un cinema
che non sia puramente di evasione o commerciale.
I registi che aderiscono al dogma fanno "voto
di castità" nel senso che si impegnano
ad applicare queste 10 regole. 1.
Le riprese devono essere fatte sul luogo, il set
non deve essere costruito.
2. Il suono non deve essere separato dalle immagini
e viceversa (la musica può rimanere se
è presente nel contesto).
3. La camera deve essere tenuta a mano.
4. La pellicola deve essere a colori, le luci
speciali sono vietate.
5. Filtri e trucchi visivi sono vietati.
6. Il film non deve contenere omicidi, armi, azioni
violente.
7. Il film deve seguire la regola del "qui
ed ora", sono vietati salti temporali e geografici
nella narrazione.
8. Il film di genere sono vietati.
9. Il formato della pellicola deve essere "Academy
35 mm".
La
dichiarazione finale di Dogma 65 è la seguente:
"Il mio fine supremo è costringere
la verità ad uscire dai personaggi e dalle
ambientazioni. Giuro di fare ciò con tutti
i mezzi disponibili e a scapito di ogni considerazione
di buongusto o di carattere estetico".
Il Dogma 95 si richiama si principi della Novelle
Vague. È la ricerca di un cinema che attraverso
un comportamento ascetico, fatto di scelte consapevoli,
arriva ad una morale. La morale è che il
cinema non deve ingannare il pubblico, non deve
essere pura finzione. Deve cercare la verità;
il dogma è infatti, in termini religiosi,
la verità indiscutibile. Al di là
della "disciplina militaresca", come
la chiama Trier a cui deve sottoporsi il regista
del Dogma, il rifiuto della finzione sta nel mettere
in scena tematiche e personaggi che siano "veri",
non verosimili; quindi niente filtri, niente fotografia,
niente ritocchi. |
15/01/2004
La
Biennale d'arte di Venezia
La
50ma Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale
di Venezia si presenta quest'anno come una "mostra delle
mostre" che si svilupperà nei diversi spazi dell'Arsenale,
all'interno degli storici Giardini della Biennale, al
Museo Correr e altri spazi in città, che come degli Interludes,
renderanno ancora più ampia questa edizione, la Cinquantesima,
della Biennale d'Arte.
Il
direttore è Francesco Bonami, che racconta: "forse
ho cominciato a sognare questo momento dieci anni fa,
nel '93, quando sono stato chiamato a curare una piccola
sezione della Biennale di Achille Bonito Oliva. Allora
avevo invitato dei giovani artisti, tra gli altri Matthew
Barney, Maurizio Cattelan, Gabriel Orozco, oggi famosissimi.
È un'emozione straordinaria tornare a Venezia insieme."
Francesco
Bonami ha voluto nel suo progetto valorizzare l'unicità
della struttura espositiva
della Biennale di Venezia per costruire una grande rassegna
internazionale che prenda in considerazione le diversità
che compongono la realtà artistica contemporanea
e per questo, si comporrà di diversi progetti
(come isole di un arcipelago), ognuno con una sua propria
identità e autonomia.
Lo
spettatore-lettore di questa mappa potrà così
affrontare le singole individualità artistiche
e costruirsi un personale itinerario. Non esiste infatti
un inizio e una fine, ma tanti luoghi e tante diverse
visioni e tendenze per affrontare un viaggio nella contemporaneità.
Al
Museo Correr, come sede espositiva della Biennale d'Arte
si terrà, in collaborazione con I Musei Civici
Veneziani, una mostra a cura di Francesco Bonami dedicata
alla Pittura dal 1964 fino ai giorni nostri. Più
di 40 opere di grandi protagonisti dell'arte contemporanea
che si sono affacciati alla Biennale di Venezia e con
la Biennale e il suo pubblico hanno condiviso una parte
della loro storia.
E
altri Links arricchiranno quest'anno l'Esposizione d'Arte.
Alla Darsena di Marghera, in un luogo ai confini della
città lagunare, un gruppo di artisti dell'Accademia
di Belle Arti saranno i protagonisti di una Riserva
Artificiale dove cercheranno di creare uno spazio di
incontri ricostruendo e narrando delle storie.
Vivere
Venezia2 - Recycling the Future è un progetto
curato da Angela Vettese e realizzato dalla Facoltà
di Design e Arti dello IUAV in collaborazione
con il Consorzio Venezia Nuova. Sulle orme del workshop
internazionale che nel 2002 ha visto la partecipazione
di scuole internazionali di architettura lavorare a
Venezia sulla rilettura degli spazi pubblici veneziani,
quest'anno Scuole Internazionali d'Arte di tutto il
mondo, sono invitate a progettare e realizzare lungo
un itinerario esterno che dai Giardini della Biennale
arriva fino a via Garibaldi, installazioni e interventi
artistici volti a trasformare i tanti spazi abbandonati
e segreti che si susseguono e creare un vero e proprio
percorso espositivo.
La Biennale di Venezia sarà inoltre presente
fuori dai confini della laguna, in molte città,
dove sarà visibile un segmento di un unico condotto
di comunicazione, che dall'Arsenale connetterà
tutte le diverse sedi della 50. Esposizione. Il progetto
the cord, realizzato da archea associati e da c + s
associati, nasce da un'idea di Francesco Bonami per
un'opera di arte e architettura contemporanea, che possa
collegare le diverse parti della mostra ma non solo.
La
presenza italiana ritrova quest'anno un equilibrio all'interno
dell'Esposizione e soprattutto nei Giardini della Biennale.
Oltre infatti alla presenza di artisti nelle varie sezioni
della Mostra, uno spazio-installazione all'interno dei
Giardini, realizzato dal Gruppo A12, sarà il
luogo dedicato a cinque giovani artisti italiani, invitati
da Massimiliano Gioni mentre il Padiglione Venezia,
con il Premio per giovani artisti organizzato dalla
DARC, sottolinea l'impegno dedicato all'arte contemporanea
da parte delle Istituzioni culturali nazionali.
Con
64 Partecipazioni nazionali, la Biennale di Venezia
racconterà ancora una volta uno spaccato delle
innumerevoli realtà del mondo che come una mappa
aperta si potranno attraversare in tutta la città
di Venezia.
www.labiennale.org
12/06/2003

Modigliani a Parigi
di Giulia
Serra
''La
felicità è un angelo dal volto grave '', di questo si
era accorto Amedeo Modigliani durante la sua breve e tormentata
vita.
Inquieto pittore e scultore tardo romantico, estremo "erede
e liquidatore" della tradizione ottocentesca, Modigliani
Si interessò alla rappresentazione armonica, semplice
e sensibile della figura umana.
Modigliani
nasce a Livorno nel 1884.
Quando Amedeo aveva undici anni, la madre in un diario
annotava che egli era un po' viziato ma intelligente:
"Bisogna aspettare per vedere cosa si trova in questa
crisalide. Forse un artista?". La domanda nasceva
da un preciso contesto familiare in cui l'atteggiamento
verso la vita considerava il denaro non tanto come fine
ultimo, ma come mezzo per prediligere i valori della cultura,
della libertà e della fantasia. Nato da genitori
ebrei commercianti, Modigliani crebbe in un ambiente tale
da offrirgli uno sviluppo intellettuale aperto e spontaneo,
senza regole costrittive. La lontananza da casa del padre
gli permise di stabilire con la madre un legame molto
profondo, con il nonno e lo zio un rapporto affettivo
di ammirazione e comprensione. Iniziò gli studi
classici che interruppe per motivi di salute e preferì
studiare disegno. Compie così i primi studi presso
lo studio di Guglielmo Micheli, un tardo macchiaiolo allievo
di Giovanni Fattori, tra il 1898 ed il 1902. Nel 1902
frequenta la Scuola Libera del Nudo presso l'Accademia
di Firenze, sotto la guida di Giovanni Fattori. Dalla
seconda metà dello stesso anno si trasferisce a
Venezia, per studiare all'Accademia di Belle Arti. Qui,
in occasione delle successive edizioni della Biennale,
si trova a tu per tu con la grande arte francese di fine
secolo: gli impressionisti, Toulouse-Lautrec, Eugène
Carrière.
L'impressione suscitata da questo incontro nel 1906 lo
spinge a trasferirsi a Parigi. Qui entra immediatamente
in contatto con l'ambiente artistico di Montmartre, dove
spiccano personaggi come Pablo Picasso, André Salmon
e Max Jacob. Nel 1908 partecipa al Salon des Indépendants.
Legge Baudelaire e Nietszche e si cimenta in differenti
arti, preferendo sempre però la scultura. Il materiale
prediletto è la pietra. Scolpisce teste di donna
e alcuni nudi, definiti "cariatidi". Sette di
queste vengono presentate al Salon d'Automne del 1912.
Incontra lo scultore rumeno Constantin Brancusi a Montparnasse
e grazie a lui entra in rapporto con l'arte africana e
primitiva.
Attorno
alla fine del 1914, a causa delle precarie condizioni
di salute e della difficoltà a reperire la pietra,
Modigliani smette con la scultura e si dedica interamente
alla pittura. Si interesserà al cubismo, al tachismo,
anche ad un espressionismo sobrio e triste in grado di
tradurre le tappe della sua vita difficile e povera e
che lo porteranno a cercare consolazione nell'alcool,
nella droga ed anche nell'amore.
Già nel 1915 lo stile può dirsi ormai pressoché
maturo, i suoi dipinti, molto caratteristici e delicati,
si distinguono per le linee sinuose, le forme semplici
e piatte e le figure allungate, che producono quasi un
effetto di classicità. Dal punto di vista tematico
si nota l'insistenza su pochi motivi essenziali, principalmente
nudi femminili e ritratti, entrambi caratterizzati dai
tipici visi ovali per i quali l'artista è universalmente
conosciuto. I nudi presentano una composizione a larghe
zone cromatiche, dove il colore genera la forma senza
interrompere le superfici e frammentare i contorni. I
ritratti, sebbene con contorni molto semplici, rivelano
una considerevole capacità di osservazione psicologica
e un forte senso del pathos.
Punto di riferimento di molti artisti è il mercante
Paul Guillaume che, a partire dal 1914, acquista diverse
opere di Modigliani. Nello stesso periodo inizia la relazione
sentimentale con la poetessa Beatrice Hastings, che appare
in molti ritratti.
Altro soggetto dei ritratti è il poeta polacco
Leopold Zborowski, che diventa suo mercante. Grazie a
lui, nel 1917, presso la Galleria Berthe Weill, viene
presentato il ciclo dei nudi femminili distesi, che suscita
molto scandalo.
Nel 1917 Modigliani incontra Jeanne Hébuterne,
allora diciannovenne.
Con lei inizia a convivere in un'abitazione di rue de
la Grande Chaumière.
Nel 1918 lascia Parigi assieme a Jeanne e si reca al Sud
per motivi di salute. Nei dintorni di Nizza dipinge molti
ritratti e persino qualche rarissimo paesaggio.
Sempre a Nizza nel 1918 nasce una figlia, cui viene dato
il nome Jeanne.
Nel marzo 1919 Modigliani ritorna a Parigi. Qui firma
un impegno di matrimonio, con il quale riconosce Jeanne
Hébuterne sua promessa sposa e la piccola Jeanne
sua legittima figlia. Nel frattempo le sue opere cominciano
a riscuotere consensi sia di critica che di vendita.
Ma la vita della nuova famiglia è turbata da sviluppi
tragici. L'aggravarsi della tubercolosi, infatti, non
dà tregua all'artista. Alla fine del 1919 Modigliani
entra in ospedale, dove muore il 24 Gennaio 1920. Appena
due giorni dopo muore anche Jeanne Hébuterne, suicida.
Entrambi vengono sepolti nel cimitero parigino di Père
Lachaise.
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La
mostra di Parigi
Si intitola ''Un angelo dal volto grave'' la retrospettiva,
di un'ampiezza senza precedenti, con cui Parigi rivisita
il famoso artista maledetto in tutta la sua fascinosa
complessità.
L'iniziativa e' del Senato francese e si profila eccezionale
per la quantità e qualità delle opere
esposte. Ai popolarissimi dipinti dal tocco inconfondibile
(un centinaio, per un terzo mai visti in Francia)
si affiancheranno disegni e sculture.
Il
centinaio di dipinti in mostra al Luxembourg fino
al 2 marzo del 2003 permetterà di meglio capire
come questa pittura all'insegna di visi ovali, forme
allungate e colori compatti ha preso corpo e tra le
''pezze d'appoggio'' non mancheranno ovviamente i
nudi femminili, i ritratti delle sue compagne Beatrice
Hastings e Jeanne Hebuterne e di amici come Soutine,
Kisling, Cheron, Max Jacob. Il percorso di Modigliani,
stroncato da un'infezione polmonare quando forse non
aveva nemmeno raggiunto la pienezza dei mezzi espressivi,
sarà meglio illuminato grazie alla presenza
di brillanti e virtuosi disegni mentre la sua attività
di scultore sarà documentata da un insieme
di cariatidi concepite per un bizzarro, hollywoodiano
e mai realizzato Tempio della Voluttà.
Musée du Luxembourg
19, Rue de Vaugirard
Métro : Luxembourg ou St Sulpice
Tutti i giorni dalle 10 alle 19, il lunedì
e venerdì fino alle 22.30
Ingresso: 9,00 €
Fino al 2 marzo 2003
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16/01/2003

Hannibal di nuovo al cinema
di Giulia
Serra
La
nuova pellicola è tratta dal primo libro della trilogia
di Thomas Harris, correva l'anno 1981, cronologicamente
ci troviamo 7 anni prima de "Il silenzio degli innocenti",
e la storia narra dell'agente Will Graham, interpretato
da un Edward Norton sempre più bravo, che per riuscire a
catturare un feroce serial killer, Dente di Fata, si serve
dell'aiuto di un altro maniaco criminale, ormai da tempo
consegnato nella mani della giustizia e costretto in un
carcere di massima sicurezza: il Dottor Hannibal "The Cannibal"
Lecter.
Questa
in poche righe la trama del terzo episodio che sembra però
contenere molti elementi di rottura con i due precedenti.
Il protagonista assoluto questa volta non sarà il
Dottor Lecter ma proprio Will Graham, forse grazie ad Edward
Norton che, lo ripetiamo, riesce a dare grande spessore
al suo personaggio.
Anche il Dottor Lecter ci apparirà cambiato. È
stato lo stesso Hopkins a volere un cambiamento: "volevo
che in questo film emergesse non tanto il suo lato fascinoso
e umoristico, quanto quello aggressivo: una bestia selvaggia.
È pur sempre un assassino..."
Nella nuova pellicola, lo psichiatra è un uomo furibondo
per il fatto di essere stato messo in prigione. Non ha alcun
motivo per sfoderare il suo fascino o la sua ironia, si
tratta solamente di un uomo molto pericoloso. L'attore ha
dunque lavorato in particolare su quest'aspetto con il regista,
sviluppando il suo ruolo in questa direzione. È anche
probabile che Hopkins senta il peso di questa terza interpretazione,
al punto da volerla differenziare dalle precedenti.
Chissà
se Hannibal riuscirà davvero a perdere fascino!
Sembra che proprio per soddisfare tutti i fan di Hannibal,
il regista Brett Ratner abbia deciso di avviare il film
proprio con lui, con il confronto tra lo psichiatra cannibale
e l'agente Graham. Per rendere infine credibile il salto
indietro nel tempo, rispetto a "Il Silenzio degli Innocenti"
e "Hannibal", gli specialisti in effetti speciali
utilizzeranno un sistema chiamato "Erasure", capace
di modellare i lineamenti del corpo umano, una sorta di
morphing.
Per
il momento l'uscita del film sta suscitando una grande attesa:
la critica sembra dividersi su due fronti: secondo alcuni
dopo "Il silenzio degli innocenti" e "Hannibal"
questo film rientrerà in un prevedibile cliché
dominato da un Hopkins ormai prigioniero del suo ruolo;
secondo altri Red Dragon cerca proprio di allontanarsi da
questo spettro, delineando un percorso alternativo incentrandosi
sulla figura di Will Graham.
A
sentire il peso del film probabilmente non è solo
Anthony Hopkins. Anche il regista Brett Ratner è
un po' schiacciato dal fantasma del precedente film di Michael
Mann, "Manhunter - Frammenti di un omicidio",
del 1986. "Red Dragon" ne è infatti una
sorta di involontario remake: entrambi il film si basano
sul romanzo di Thomas Harris "I delitti della terza
luna".
A Ratner però la definizione di remake proprio non
va giù, afferma infatti che ciò che lo irrita
di più dei commenti fatti su "Red Dragon"
è proprio questo appellativo nei confronti di "Manhunter
- Frammenti di un omicidio". "Davvero non lo è",
ha dichiarato Ratner, portando come argomentazione a sostenere
la sua tesi lo stesso libro di Harris, al quale lui si sarebbe
attenuto più di Mann, in particolare riguardo al
finale e alla figura del serial killer Dolarhyde, con la
sua storia personale e il suo enorme tatuaggio sulla schiena.
Tutto questo, afferma il regista, è stato possibile
soprattutto grazie a Ted Tally, già sceneggiatore
e premio Oscar de "Il Silenzio degli Innocenti".
21/10/2002

Arte greca
di Giulia
Serra
Che
ne pensate dell'arte greca? La conoscete bene? Sapete distinguere
un capitello dorico da uno ionico? E che ne dite del Doriforo
di Policleto? Preferite forse il Discobolo di Mirone? Trovate
anche voi deliziosa la Loggetta delle cariatidi? Vi affascinano
i Bronzi di Riace? Venite con noi in questo breve ed intenso
viaggio alla scoperta dell'arte greca.
Leggete
le domande e cercate di la risposta esatta, cliccando
sul titolo potrete leggere la risposta esatta ed un breve
commento.
L'ACROPOLI e IL PARTENONE
1.Il Partenone è un tempio dedicato a:
a) Zeus
b) Atena
c) Afrodite
2.Il
Partenone è opera di:
a) Fidia
b) Ictìno e Callicrate, sotto il coordinamento
di Fidia
c) Skopas, Prassìtele, Fidia e Lisippo
3.
Le cariatidi, ricordate di chi si tratta?
a) statue di figura femminile posta a sostenere l'architrave
b) baccanti seguaci del culto di Diòniso
c)componenti
del coro che accompagna la rappresentazione delle tragedie
4.L'Acropoli
è:
a) La parte della città dove vivono i nobili
b) La parte alta della città, il luogo sacro con
gli edifici religiosi
c) Un tipo di tempio che si trova solo ad Atene
I
TEMPLI
Parliamo di templi, quale di queste affermazioni è
vera?
a) I templi sono sempre rivolti ad Oriente
b) All'interno della cella (nàos) erano ammessi
solo i sacerdoti
c) Il tempio interamente circondato da colonne è
detto periptero
ORDINI
ARCHITETTONICI
1.
Qual è ordine architettonico più antico?
a) ionico
b) dorico
c) corinzio
2.
Collegate queste parole a ciascun ordine:
a) forza e gentilezza
b) maestosa solennità
c) eleganza raffinata
SCULTURA
Mirone
e Policleto
1.Qual è la particolarità del discobolo
di Mirone?
a) è un atleta vincitore
b) è colto nel momento dell'azione
c) indossa sandali in cuoio, tipici degli atleti olimpionici
2.La
statua più famosa del grande Policleto, il Doriforo,
si regge su un equilibrio che rappresenta l'ideale greco
di perfetta proporzionalità. Questo equilibrio
è detto:
a) equilibrio ellenico
b) proporzione attica
c) ponderazione
I
bronzi di Riace
3.Eccoci ai Bronzi di Riace, ricordate quanto sono alti?
a) 2m e 1,98m
b) 1,85m e 1,82m
c) 1,90m entrambi
NIKE
La meravigliosa statua della Nike di Samotracia, capolavoro
dell'età ellenistica e oggi conservata al Louvre
è giunta a noi incompleta, cosa manca?
a) le gambe
b) il viso e le braccia
c) un piede ed entrambe le braccia
06/08/2002

10 film sotto le stelle
di Giulia
Serra
Sono sicuramente tantissimi i film che avremmo voluto vedere
ma che poi non abbiamo visto perché pioveva, perché i biglietti
erano esauriti, gli amici volevano veder un altro film,
qualcuno è arrivato troppo tardi, il parcheggio non si trovava,
insomma l'estate non porta soltanto caldo insopportabile
ma anche una bella occasione per rivedere i film più belli
senza dover ricorrere alle videocassette.
È
stato difficilissimo fare una selezione, alla fine però
abbiamo scelto i dieci film che ci sono piaciuti di più,
sperando che piaceranno anche a voi!
Per
leggere la trama di ogni film ciccate sulla locandina
BRUCIO
NEL VENTO
"Nato
in un villaggio senza nome di un paese senza nome",
Tobias Horvath vive da dieci anni in Svizzera e lavora in
una fabbrica di orologi. Nella ripetizione estenuante degli
stessi gesti un giorno dopo l'altro, Tobias vuole dimenticare
la sua infanzia.
Fuggito dal villaggio e dal paese dopo aver pugnalato il
padre naturale, Tobias si rifugia in Svizzera dove cambia
identità. Ma il senso di colpa si mescola saldamente
al desiderio di espiazione e la sua vita si trasforma in
un incubo ossessivo. Le attenzioni della romantica Yolande
o della passionale Eve non riescono a fargli dimenticare
il profondo tormento al quale tenta di sopravvivere. Si
rifugia nella scrittura e nella lettura e aspetta con sicurezza
testarda l'arrivo della donna dei suoi sogni che insiste
a chiamare "Line".
LA PIANISTA
Gran
Premio della Giuria e Palma d'Oro per i due protagonisti
a Cannes, il film di Michael Haneke è ancora una
volta una storia complessa, e ha diviso gli animi al Festival,
soprattutto per la controversa figura femminile, eccezionalmente
interpretata da Isabelle Huppert. Dispute comprensibili
per altro, se si riflette su questa donna, rinomata insegnante
di pianoforte al Conservatorio di Vienna che, per sfuggire
all'oppressiva figura materna e all'isolamento in cui si
trova, frequenta cinema porno e peep-show.
Il regista austriaco Haneke si ispira ad uno dei romanzi
della scrittrice Elfriede Jelinek e con il suo particolare
uso della macchina da presa racconta, in modo magistrale,
la complessa storia di una nevrosi.
GOSFORD
PARK
Ispirato
a "La Regle du Jeu" di Jean Renoir, un giallo
a enigma ambientato negli anni trenta in un lussuoso maniero
inglese popolato da nobili, parvenue, attori hollywoodiani
e affascinanti dame. Le differenze di classe e un misterioso
omicidio raccontati dal punto di vista di una colorita servitù.
Premiato con un Golden Globe e poi con l'Orso d'Oro alla
carriera Robert Altmann realizza un altro straordinario
affresco in cui aggiunge un pizzico di mistero. Un "murder
mistery" utilizzato come pretesto per meglio sottolineare
le differenze tra classi sociali, ma senza aggiungere alcuna
valenza politica. Altmann ritrae con brevi ma vigrose pennellate
una folla di personaggi, affidando loro poche battute ma
sufficienti per vivacità ed intensità con
le quali rivela efficacemente le passioni nascoste, i desideri
inconfessabili, le gelosie e le invidie di tutti i protagonisti.
APOCALPSE NOW - REDUX
"Perché
restiamo qui? Noi lo facciamo per tenere la nostra famiglia
unita, per difendere ciò che ci appartiene, ma voi
americani lottate per il più grosso niente della
storia!"
Il
capolavoro di Coppola ci rivela l'essenza della guerra,
la sua intima techné depositata nel cuore (di tenebra)
degli uomini. Perché non dimentichiamoci sono gli
uomini che si fanno la guerra. Coppola incorpora così
sulla prima versione riconosciuta di due ore e mezza altri
53 minuti di tenebre del cuore (il film è ispirato
alla novella di Conrad) che aspettavano nell'invisibile.
La storia è arcinota: il capitano Willard è
incaricato di eliminare il colonnello Kurtz, scheggia impazzita
dell'esercito americano che si è insediato come un
re nella giungla cambogiana e guida come un guru un esercito
di guerriglieri indigeni. Il ritmo è liquido come
quello di un film on the road/river. Willard insegue una
ragione impossibile mentre Kurtz attende la sua morte rituale
per dimostrare che solo uccidendo l'orrore della guerra
dal di dentro è possibile vincere la guerra.
Coppola ha ripreso in mano il girato del 1979, è
salito anche lui sulla nave dei folli e ha innestato lunghe
sequenze del tutto nuove: Willard che sottrae la tavola
da surf a Kilgore; il baratto erotico con le conigliette
di Playboy; l'incontro con i coloni francesi indocinesi
di De Marais e la breve lettura di Kurtz di articoli (veri)
di quotidiani americani del tempo.
La cornice narrativa risulta indubbiamente più completa
e si raccoglie intorno al centro di gravità della
riunione a tavola con gli ex coloni francesi. Qui emerge
la nodosa questione storica e politica del Vietnam, paese
sfruttato, svuotato, umiliato, saccheggiato e frustato da
tutti e in ogni occasione. Il corpo politico del film prende
consistenza in questa sadica mensa di zombi.
A
BEAUTIFUL MIND
Il
film si ispira alla vita straordinaria di John Forbes Nash
Jr., considerato per oltre cinquant'anni un mito negli ambienti
scientifici. Grazie al suo studio della teoria dei giochi,
negli anni '50 diventò l'astro nascente della cosiddetta
nuova matematica, ma sparì per lungo tempo dalla
scena pubblica, vittima della schizofrenia. Nel frattempo,
la sua teoria dei giochi acquistò un ruolo di importanza
fondamentale nei campi dell'economia e degli affari. Nel
1994, riacquistato con l'aiuto paziente della moglie il
controllo della sua mente e della sua vita, Nash ricevette
il Premio Nobel per l'Economia per i suoi studi sull'analisi
degli equilibri nella teoria dei giochi non cooperativi.
IL
FAVOLOSO MONDO DI AMELIE
Amelie
è una piccola e delicata ragazza che vive a Parigi
un'esistenza solitaria ed appartata. La sua vita trascorre
senza sussulti ed è caratterizzata da una calma piatta.
Poi, improvvisamente, quasi per caso, trova qualcosa che
le permette di fare del bene ad una persona fino ad allora
per lei sconosciuta. Questa apparente insignificante evenienza
farà di lei una paladina di tutti i diseredati, deboli,
sconfitti, e depressi che gravitano attorno al suo mondo.
Come un angelo farà breccia nel mondo di questi paria,
anche in maniera indiscreta, con l'intento di recare loro
una luce di benevolenza e simpatia, trasformando le loro
vite grazie ad una innata e travolgente inventiva e punendo
leggiadramente chi approfitta delle disgraziate esistenze
altrui.
PARLA CON LEI
Una
storia, anzi più storie che si intrecciano e si sovrappongono
diventando alla fine un unico affresco. Marco (Dario Grandinetti)
e Benigno (Javier Camara) si incontrano la prima volta,
casualmente, a teatro, sono semplicemente seduti uno vicino
all'altro, ma il destino ha in serbo per loro qualcosa di
più: una indissolubile amicizia nata sotto il segno
della tragedia. Marco si innamora, anche qui casualmente,
di Lydia (Rosario Flores) una torera, ma questa durante
una corrida rimane gravemente ferita e resta in coma. Lydia
verrà ricoverata nella clinica "El Bosque"
dove Benigno lavora come infermiere ed accudisce Alicia
(Leonor Watling), anche lei in coma in seguito ad un incidente.
La situazione in comune, le lunghe giornate passate al capezzale
delle due donne, crea un forte legame tra Marco e Benigno
che inizieranno a condividere molto di più del tempo
passato nella clinica.
Questa la trama.
Meglio di tutti il film lo racconta però il regista:
Parla con lei "è un film sul piacere di raccontare
e sulle parole che diventano un'arma contro la solitudine,
la malattia, la morte e la follia. E' anche un film sulla
follia, un tipo di follia così vicino alla tenerezza
e al buon senso da non essere molto diversa dalla normalità".
L'UOMO
CHE NON C'ERA
Ed
Crane (Billy Bob Thornton) vive in una modesta villetta
di una cittadina al Nord della California. Fa l'aiuto barbiere,
è sposato con Doris (Frances McDormand), e si mette
in testa la folle idea di diventare ricco con l'affare del
lavaggio a secco.
Ma soldi non ne ha, l'unica possibilità è
imbastire un intricato ricatto ai danni dell'amico Big Dave
(James Gandolfini), minacciando di svelare la tresca che
il ricco uomo di affari ha proprio con Doris.
L'America è la nazione dei soldi facili, ma le regole
bisogna rispettarle. Ed si è messo in una storia
molto più grande di lui. Un paio di morti, l'accusa
per Doris di essere un'assassina, l'arrivo del ricco e bravissimo
avvocato Riedenschneider lo faranno precipitare in fondo
ad un baratro. E il lampo di luce che vedrà alla
fine non sarà certo un raggio di sole.
Crudeli
e beffardi, i terribili fratelli Coen sono riusciti a fare
dell'uomo comune l'emblema di una condizione umana di assoluta
tragicità e di dimensione quasi metafisica.
PAULINE
E PAULETTE
Pauline
vive con l'anziana sorella Martha, che l'accudisce in tutto:
le imburra il pane a colazione, le allaccia le stringhe,
le scrive su un foglietto quello che deve andare a comprare
alla bottega. Pauline è come una bambina di 66 anni.
Vivono in un villaggio della provincia belga dove la cosa
più colorata è il negozio d'abbigliamento
di Paulette. Pauline l'adora e la va a trovare tutti i giorni,
per farsi dare un pezzetto di carta da regalo fiorata, per
starle vicino: Paulette, che recita in un'operetta e ama
come lei i fiori, rappresenta per Pauline un modello ideale.
Quando Martha muore, ne' Paulette ne' la più giovane
Cécile, venuta fin da Bruxelles per il funerale,
intendono occuparsi di Pauline, neanche per avere la sua
parte di eredità come prevede il testamento.
Dopo vari tentativi di convivenza impossibile, Pauline finisce
in un istituto per ritardati, mentre Cécile torna
dal suo fidanzato, intellettuale poco comprensivo. Paulette
invece svende il negozio per comprarsi finalmente l'appartamentino
dei suoi sogni in faccia al mare.
Ma il mare di Middelkerke è grigio e a parte i gabbiani
c'è poca compagnia
Una storia di tolleranza e altruismo costruita sulla realtà
che non si trasforma mai in realismo e non perde il tono
della verità nella scena allegra e colorata in cui
si svolge.
FIGLI
- HIJOS
Dopo
"Garage Olimpo", Marco Bechis torna a parlare
della realtà dura ed irrisolta dei desaparecidos
argentini. Questa volta però approfondisce la storia
con un ideale seguito, parlando dei figli di quella generazione
di torturati e dispersi, oltraggiati dalla menzogna e costretti
a vivere senza conoscere se stessi.
Concentrando l'inizio del film sul dolore di partoriente
di una giovane donna, si racconta in poche ed essenziali
immagini la separazione di due gemelli. La femmina nascosta
dall'ostetrica in una borsa con lo scopo di impedirle di
seguire lo stesso triste destino del fratello. Dietro la
porta della camera operatoria infatti aspettano due sgherri
pronti a strappare il figlio alla madre, prima di ucciderla,
per affidarlo in adozione ad uno dei tanti brutali generali.
La piccola Rosa verrà cresciuta nella verità,
seppur dolorosa, Javier invece condurrà per anni
una vita lontana dalle preoccupazioni e dalla conoscenza
di sé.
Con
una sceneggiatura costruita anche con l'aiuto di interviste
approfondite a figli di desaparecidos, Bechis realizza un
film dolorosamente interiore in cui descrive con perizia
ognuno dei rapporti famigliari: non solo genitori/figlio,
ma anche e soprattutto quello inizialmente conflittuale
di Javier con la presunta sorella Rosa e del padre e la
madre di Javier con l'ormai imprescindibile verità.
Le loro diverse reazioni rispetto a questa tragica verità,
a lungo nascosta per Javier e accuratamente rimossa per
i due genitori, riassumono gli eventi storici con ancor
più forza, colpendo diritto allo stomaco dello spettatore
che partecipa più direttamente all'incommensurabile
sofferenza.
DUST
All'inizio
del secolo scorso, nel selvaggio west americano, due fratelli
si innamorano della stessa donna, Lilith. Quando lei sceglie
il fratello minore Elijah, l'altro di nome Luke parte per
l'Europa.
Arriva in Macedonia dove si trasforma in un mercenario spietato
braccato da Elijah. Solo l'incontro con Neda, una giovane
donna incinta, lo salva dalla morte. 100 anni dopo un ladruncolo
newyorchese tenta di rapinare un'anziana donna, Angela.
Ma lei gli permetterà di impossessarsi del suo tesoro
di antiche monete d'oro solo se lui ascolterà una
vecchia storia di due fratelli ambientata nel tempo mitologico
del West.
Nessun altro genere cinematografico riesce a creare immagini
tanto forti e quasi mitologiche come il western, e gli eroi
di Manchevski ripropongono gli archetipi di un genere "letterario"
sempre attuale e in grado di non invecchiare mai. Muovendosi
in un epoca storica in cui moderno e antico si mescolano
naturalmente, i due fratelli diventano una specie di riassunto
visivo di quelli che sono stati gli eroi del cinema del
genere: moderni come lo fu il fantascientifico "Mad
Max", coraggiosi come i cow boy di John Ford e ironici
e crudeli come i pistoleri di Sergio Leone.
24/06/2002
Bellocchio e il Festival di Cannes
di Giulia
Serra
È uscito nei cinema il 19 aprile accompagnato da una incredibile
quanto inutile scia di polemiche. Che l'Italia sia davvero
un paese di bacchettoni? O peggio che non si riesca mai a
dare alle cose, in questo caso ad una bestemmia, il suo significato
reale, ma ci si debba sempre fermare al livello superficiale,
per cui una bestemmia è sempre una bestemmia. In questo caso
è Bellocchio stesso a spiegare che "il film va visto nel suo
complesso e la bestemmia non vuole offendere nessuno ma è
un grido di disperazione.
Paragonabile,
come mi ha suggerito un sacerdote che ha assistito a una proiezione,
all'urlo di Gesù sulla Croce...".
Evidentemente
chi ha censurato il film rendendolo vietato ai minori di 14
anni non è riuscito a dare una lettura globale del
film, a leggerlo come un'opera completa piuttosto che come
un insieme di fotogrammi, parole, musiche, immagini
insomma che altro aggiungere? E dire che di cose da censurare
ce ne sarebbero ben altre, ma tant'è!
Vicissitudini
censorie a parte, a me il film è piaciuto davvero,
la trama è semplice ed originale: Ernesto Picciafuoco,
pittore, ex comunista e profondamente ateo, si ritrova nell'incubo
della beatificazione della madre, procedura richiesta dai
suoi fratelli che insistono affinché partecipi al rito.
E come se non bastasse, suo figlio Leonardo vuole frequentare
a scuola l'ora di religione per non sentirsi diverso. L'unico
spiraglio di luce arriva ad Ernesto dall'improvviso innamoramento
per Diana.
È
un film che racconta dubbi che non sono solo religiosi ma
esistenziali, è una storia drammatica che riconosce
all'uomo la bellezza della lotta, una lotta che arricchisce,
che tormenta e che allo stesso tempo da spessore alla vita.
Bellocchio è di certo un maestro del vero cinema di
ricerca, quello che va oltre le apparenze per mostrare le
contraddizioni che quotidianamente accettiamo senza quasi
batter ciglio.
"Ho semplicemente raccontato una storia drammatica per
esaltare l'entusiasmo della lotta, la bellezza della coerenza,
il valore della ribellione ai luoghi comuni e alle ipocrisie".
L'ora
di religione è un'autentica testimonianza di come nessun
autore sia mai riuscito a toccare sul serio uno spettatore
senza prima averlo scosso con emozioni profonde in cui è
difficile separare l'angoscia dal più scatenato divertimento.
Eppure è un film controcorrente, un film che prende
posizione e per questo non potrebbe essere più lontano
da ogni compromesso, prima di tutto ideologico e poi anche
estetico. Si presenta infatti come un film da meditazione,
assolutamente opposto all'uso immediato del cinema, una meravigliosa
eresia nel mondo "vedi e getta" del cinema contemporaneo!
Sarà
proprio L'ora di religione a rappresentare l'Italia a Cannes,
il film di Bellocchio è infatti l'unico film italiano
presente in concorso alla 55ma edizione del festival francese.
Ventidue saranno i film in gara dal 15 al 26 maggio, ne ricordiamo
alcuni che, a mio avviso, meriterebbero la Palma d'oro, The
pianist di Roman Polanski, Sweet sixteen di Ken Loach, Spider
di David Cronenberg e 10 di Abbas Kiarostami.
Sembra
davvero che i film in concorso quest'anno offrano veramente
uno sguardo globale su tutte le esperienze cinematografiche
del pianeta. E' soprattutto il livello della competizione
che sorprende dato che, almeno sulla carta, può essere
facilmente considerata come una delle selezioni più
interessanti e coinvolgenti degli ultimi anni.
Sarà
il regista David Lynch a presiedere la giuria, anche se non
sembra esserne del tutto convinto: "Mi sento allo stesso
tempo eccitato e angosciato - ha detto il regista subito dopo
l'annuncio del suo incarico - perché sono pienamente
cosciente della responsabilità che avrò come
presidente del festival di cinema più prestigioso del
mondo". Lynch ha comunque sempre avuto buoni rapporti
con il Festival di Cannes che gli ha attribuito nel 1990 la
Palma d'Oro per Cuore selvaggio e il premio alla regia nel
2001 per il suo ultimo film Mulholland Drive.
Se
Bellocchio è l'unico italiano in gara la presenza italiana
alla "Semaine de la Critique" è invece più
nutrita: parteciperanno Respiro di Emanuele Crialese
e Dazeroadieci di Luciano Ligabue (evento di chiusura).
Matteo Garrone e Roberta Torre saranno alla "Quinzaine
des Realisateurs", rispettivamente, con L'imbalsamatore
e Angelò e Francesca Comencini presenterà
in anteprima e fuori competizione il suo documentario Carlo
Giuliani, ragazzo.
Insomma la carne al fuoco sembra davvero tanta e di qualità
non resta che aspettare il verdetto!
| Cannes
2002, ecco tutti i film
Film in concorso
Le Fils di Luc e Jean-Pierre Dardenne
All or nothing di Mike Leigh
Sweet Sixteen di Ken Loach
Spider di David Cronenberg
The Pianist di Roman Polanski
L'adversaire di Nicole Garcia
Marie-Jo et ses deux amours di Robert Guediguian
Demonlover di Olivier Assayas
Irreversibile di Gaspard Noè
L'ora di religione di Marco Bellocchio
Punch-drunk love di Paul Thomas Anderson
Kedma di Amos Gitai
Ivre de femmes et de peinture di Im Kwon-taek
Unknown pleasures (Ren xiao yao) di Jia Zhang
Ke
L'Homme sans passé (Mies vailla menneisyyttä)
di Aki Kaurismaki
Dieci di Abbas Kiarostami
Le Principe de l'incertitude (O principio da
incerteza) di Manoel de Oliveira
Russian ark di Aleksandr Sokurov
Intervention divine di Elia Suleiman
24 hour party people di Michael Winterbottom
About Schmidt di Alexander Payne
Bowling for columbien documentario di Michael
Moore
FUORI
CONCORSO
Hollywood ending di Woody Allen (Film d'apertura)
And now... Ladies and Gentlemen di Claude Lelouch
(Film di chiusura)
Spirit, stallion of the Cimarron di Kelly Asbury
et Lorna Cook
Devdas di Sanjay Leela Bhansali
Ararat di Atom Egoyan
Cidado de deus di Fernando Meirelles
Murder by numbers di Barbet Schroeder
The Other side di Chantal Akerman
Searching for Debra Winger di Rosanna Arquette
Carlo Giuliani, ragazzo di Francesca Comencini
The Kid stays in the picture di Brett Morgen
e Nanette Burstein
The Old place di Jean-Luc Godard
Kagami no onnatachi di Kiju Yoshida
UN
CERTAIN REGARD
Madame Sata di Karim Ainouz
Rachida di Yamina Bachir
Kuqi de nuren (Cry woman) di Liu Bingjian
Double vision di Kuo-fu Chen
Itiraf (Confession) di Zeki Demirkubuz
Balzac et la petite tailleuse chinoise di Sijie
Dai
Les Chansons du pays de ma mère di Bahman
Ghobadi
Tomorrow la scala di Francesca Joseph
Une part du ciel di Bénédicte Lienard
Sacrifices di Oussama Mouhamad
Bemani di Dariush Mehrjui
Terra incognita di Ghassan Salhab
Heremakono di Abderrahmane Sissako
Long way home di Peter Sollett
El Bonaerense di Pablo Trapero
L'Ange de l'épaule droite di Djamshed
Usmanov
Sud Senaeha di Apichatpong Weerasethakul
Ten minutes older - the trumpet di Victor Erice,
Jim Jarmusch, Chen Kaige, Aki Kaurismaki, Spike Lee
et Wim Wenders
|
09/05/2002
Lynch e il cinema
di Federico
Pinci
"Mulholland drive" è apparso finalmente nelle
sale reduce dalla vittoria a Cannes e decorato da una candidatura
all'Oscar. Il nuovo film di Lynch ha sbancato i botteghini nonostante
la gestazione difficoltosa e la sfiducia degli investitori.
"Mulholland" non nacque infatti per il cinema ma per
bissare il successo televisivo della serie "Twin Peaks".
L'operazione non convinse gli acquirenti e fu un coraggioso
produttore francese a sollecitarne il recupero per il grande
schermo.
Questi i fatti: la TV non ha creduto alle potenzialità
di un prodotto tanto complesso e, come talvolta accade, ha sbagliato
di grosso. "Mulholland drive" è acclamato oggi
come un capolavoro. "Un film da vivere senza pregiudizi,
non un film da capire." Questo il parere di Lynch.
Ereaserhead
"Non c'è nulla di più comune ai giorni nostri
che un autore cinematografico. I film d'autore sono invece più
rari!" Questo il commento sarcastico di Michael Chion nel
suo saggio su Ereaserhead, primo lungometraggio di Lynch, e suo
più riuscito capolavoro. "Il mio film più perfetto"
secondo l'opinione del regista.
Ma cosa intende esattamente Chion?
Ereaserhead, in quanto prima fatica di un talento sconosciuto,
non poteva presentarsi al grande pubblico quale opera d'autore.
Il compito che svolse invece egregiamente fu quello di "creare"
un autore, di esprimerne in modo chiaro le premesse teoriche anticipandone
i temi cardine (l'universo onirico accessibile attraverso "crepe"
disseminate nella realtà quotidiana, l'ossessione per la
biologia e le sue varianti più grottesche).
Ereaserhead si pone appunto rispetto al resto della produzione
Lynchiana come un vero e proprio manifesto. La sua natura di teorema
è evidentissima quando se ne consideri la struttura elementare
(un copione di sole 20 pagine), la complessità dell'impianto
simbolico, la trasversalità rispetto ai generi tradizionali.
Il regista impiegò cinque anni per ultimarlo a causa di
problemi amministrativi quasi connaturati alla gestazione delle
opere prime.
Il
sogno
Uno dei temi più frequenti nella produzione di Lynch
è costituito dal sogno, sorta di dimensione parallela
accessibile attraverso "fessure" nascoste tra le pieghe
del quotidiano.
Già in Ereaserhead il protagonista si immerge in questo
universo onirico osservando assorto un comune radiatore. Immagina
una fanciulla dalle guance paffute, oggetto dei suoi desideri
più intimi e rappresentazione simbolica della morte,
mentre danza su di un piccolo palco circondata da esseri vermiformi
che schiaccia a tempo di musica.
Il mondo nel radiatore, pur nella sua natura di riflesso del
desiderio del protagonista, influenzerà in modo determinante
l'azione nel mondo reale creando una sorta di straniante movimento
circolare tra i due piani. Henry si intromette nella dimensione
del sogno ed il sogno si intromette nella vita di Henry.
Lo stesso tema lo ritroviamo un po' ovunque. In "the grandmother"
è l'attico, in "Twin Peaks" è la residenza
di Bob ("Black Lodge"), in "Cuore selvaggio"
l'apparizione della fatina, in "Dune" un vero e proprio
mantra ("il sognatore deve risvegliarsi").
Il
sesso ed il biologico grottesco
Un altro tema centralissimo nell'opera di Lynch è l'ossessione
per la biologia, soprattutto nelle sue manifestazioni più
bizzarre. Queste forme deformi alludono per lo più alla
sfera della sessualità.
I lombrichi giganti che popolano il deserto di "Dune"
richiamano un immaginario fallico, allo stesso modo i mostriciattoli
in "Ereaserhead" somigliano a spermatozoi o a piccoli
cordoni ombelicali. La connotazione fallica del verme costituisce
appunto un motivo ricorrente.
L'immagine della sessualità che Lynch ci mostra è
in generale problematica. Le composizioni edipiche fanno capolino
attraverso "The Grandmother", "Cuore Selvaggio",
"Velluto Blu". Tutte queste opere restituiscono rappresentazioni
del sesso piuttosto perturbanti.
L'attenzione di Lynch è tuttavia focalizzata su figure
deformi e mostruose. Parlerei più di una fascinazione
per il grottesco che di concessioni al fantastico, visto che
tutti questi personaggi sono presentati in modo problematico.
Benché tratti di questo tipo siano disseminati un po'
ovunque è il toccante (e "freakiano") "Elephant
man" a rappresentare il più alto esempio di questo
recupero critico della deformità.
I
simboli
Fuoco: "Quando penso al fuoco penso a qualcosa di
puro. Sebbene assuma significati differenti in situazioni differenti,
c'è una struttura, un'aspetto che lo caratterizza e che
è assolutamente unico. Il fuoco suggerisce qualcosa di
magico ed incontenibile."
Jazz: Lynch ha sempre lavorato a stretto contatto con
i propri musicisti. Bill Pullman in "Lost Highway"
è l'ultima plausibile figura di sassofonista jazz di
cui abbiamo notizia. Il jazz richiama alla mente di Lynch la
"libertà espressiva. Il tentativo di rompere le
barriere".
Testa: Teste deformi (Ereaserhead, Elephant Man), teste
che saltano in aria (Cuore Selvaggio). Si tratta di una firma
che Lynch dissemina ovunque. "La testa non è niente
più di un contenitore, ma il sistema nervoso ed il cervello
beh
quello è tutto ciò che ci incatena e
anche tutto ciò che ci permette di liberarci alla fine."
Letto: "Può essere usato per molte cose ma
ha soprattutto attinenza con la morte
e con la nascita
anche!"
Tenda: "Le tende sono assieme oggetti che nascondono
ma anche oggetti che rivelano cose nascoste."
Bosco: "Adoro filmare gli spazi chiusi. Anche i
grandi panorami sono ok a patto che se ne scorgano i confini.
Ma i boschi sono davvero troppo random. Con quel genere di paesaggio
io perdo il controllo. Mio padre era un boscaiolo ed il suo
albero preferito era il Pino Ponderosa."
L'utilità
della musica
"Uso correntemente la musica sul set. Utilizzo delle cuffie
e la ascolto a bassissimo volume mentre gli attori recitano.
Nessun altro può sentirla tranne me. La musica ti aiuta
ad accordare il tuo stato d'animo con il resto della scena.
A volte è utile suonarla in modo che tutti la ascoltino.
In quei casi (Twin Peaks e Cuore Selvaggio) può davvero
facilitare il coordinamento tra i vari elementi della troupe."
Curiosità
Pittura: "quando ero piccolo disegnavo molto
disegnavo quasi esclusivamente mitragliatrici abbronzanti semiautomatiche
con raffreddamento ad acqua." (D.L.)
Arte: "Immagino che David sia in grado di esprimersi
sempre attraverso l'arte
se non lo avesse fatto avrebbe
ucciso qualcuno."(Un amico)
Filosofia: "Sai che ti dico? Rompi le regole! Però
poi non cercare una giustificazione per ciò che hai fatto,
altrimenti ne creerai delle nuove." (D.L.)
Errori: "David in generale apprezza gli errori.
Nella maggior parte dei casi li utilizza creativamente e va
oltre" (Un amico)
Trama: "Tutto quel che ho è un punto di partenza.
In seguito mi lascio condurre dagli eventi. Ciò che cerco
tuttavia non è una soluzione della storia, ma uno stato
d'animo. Tutto qui." (D.L.)
04/03/2002

Tolkien-mania!
di Federico
Pinci
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| Cos'è
"Il Signore degli Anelli"?
Molto
più di un libro, "Il signore degli Anelli" si presenta nella forma
di un mondo coerente, immaginato e realizzato con una tale dovizia
di particolari da apparire realistico a dispetto di elfi, orchetti,
e maghi a popolare le lande della Terra di Mezzo. Di questa ambientazione
fantastica ci sono pervenute mappe, illustrazioni, cronistorie,
addirittura grammatiche di ipotetici idiomi. Un'opera assolutamente
colossale che ha conquistato molte generazioni e, pare, anche
i bambini e i ragazzi dei nostri giorni.
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Cosa ne pensano i detrattori?
La
critica più consueta che è stata mossa al "Il
Signore degli Anelli" non riguarda direttamente l'opera letteraria.
Mi spiego meglio
Ad un certo punto della nostra storia, l'universo fantastico prospettato
da Tolkien ha finito per sostituirsi alla realtà concreta
e molti scrittori di successo, molti musicisti e comuni lettori
hanno finito per fuggire le proprie responsabilità nei
confronti della contemporaneità, riparando in uno spazio
"virtuale" popolato da elfi ed orchetti, snobbando altamente
i rivolgimenti politici e sociali che quegli anni ruggenti portavano
in gestazione.
Tuttavia il "Fantasy" non nacque con Tolkien ma parecchi
millenni prima di lui. Una veloce bibliografia essenziale (a ritroso):
Ariosto, Orlando Innamorato, letteratura cavalleresca, Odissea,
Gilgamesh.
Per coerenza bisognerebbe rivolgere la stessa critica a tutte
queste precedenti realizzazioni dell'umano ingegno. Inoltre le
opere cosiddette di "evasione" sono probabilmente più
numerose di quelle "militanti".
Naturalmente qualche scrittore più recente ha tentato di
mediare il gusto per l'affabulazione con contenuti in un certo
modo "al passo coi tempi".
La più talentuosa?
Marion Zimmer Bradley di cui consiglio vivamente la lettura. In
particolare dovreste accaparrarvi "Le nebbie di Avalon"
e "La signora delle Tempeste", due esempi molto riusciti
di letteratura femminista trasposta in una convincente ambientazione
fantastica.
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Quale influenza ha esercitato sulle
altre forme d'arte?
Tolkien
ha influenzato fortemente molti e diversi ambiti del sapere. A
parte la letteratura non possiamo non citare il cinema, i cartoni
("La Spada Nella Roccia"), l'illustrazione, i giochi di carte
(Magic), i giochi da tavolo ed i wargames (Warhammer), i giochi
di ruolo (Dungeons and Dragons), i giochi per computer (Daggerfall
e Ultima), lo straordinario lavoro dei miniatori della Citadel…E
poi la musica a cui dedichiamo un apposito paragrafo.
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E sulla musica?
I
Jefferson Airplain pubblicano nel Febbraio del 1967 lo storico
album "Surrealistic Pillow". È l'esplosione del
fenomeno psichedelico e brani quali "Somebody to Love"
o "White Rabbit" fanno il giro del mondo vendendo oltre
un milione e mezzo di copie.
Nonostante i titoli bizzarri i Jefferson alludono chiaramente
alla realtà della propria condizione, alla rivoluzione
sessuale, alle droghe, alle battaglie femministe. Ed è
subito scandalo.
Il testo di "White Rabbit" cita "Alice nel paese
delle meraviglie" e recita : "una pillola ti fa crescere,
una pillola ti fa diventare piccola
non come le pillole che
ti ha sempre dato la mamma, che non fanno assolutamente niente.
Nutri la tua mente! "
Ma gli anni settanta rivoluzionano lo scenario della musica internazionale.
Celeberrime band tra cui Genesis o Led Zeppelin si sono del tutto
distaccate dalla realtà e nelle loro storie favolose cantano
il fallimento della rivoluzione che li ha preceduti.
Da un lato la militanza, dall'altro l'evasione. Da un lato Conrad,
dall'altro Tolkien.
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Il cinema: tutte le bizzarrie della
trilogia.
Il
fatto che si tratti di una trilogia non costituisce una novità.
Altri colossal erano apparsi in questa forma. Pensate per un attimo
a Guerre Stellari!
Ciò che è invece bizzarro è che tutti e tre
i capitoli della saga Tolkeniana sono stati girati in contemporanea.
In altre parole i tre film sono già stati ultimati, sebbene
ci si chieda di attendere sino all'anno prossimo per ammirare
la seconda puntata e sino al 2003 per conoscere la conclusione
dell'intera vicenda.
Il Budget, neanche a dirlo, è stato tanto clamoroso da
far sfigurare Titanic e la scelta di filmare i tre episodi contemporaneamente
è stata giustificata da esigenze di carattere economico
e produttivo. Per riprodurre la rigogliosa Terra di Mezzo sono
stati coltivati circa 50 Km quadrati di terreno interamente ad
orti. Attendendo un anno si sarebbe dovuto ricominciare tutto
da capo con un prevedibile incremento dei costi di produzione.
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Peter Jackson? Chi è costui?
Gli
appassionati di cinema già lo conoscono e lo amano, gli
altri troveranno questo nome assolutamente insignificante.
Nessun imprenditore tuttavia affiderebbe una produzione di questo
calibro ad un principiante.
Peter Jackson, nato nella notte di Halloween del '61, si è
fatto notare a partire dal primo film, "Bad Taste",
girato con pochi spiccioli assieme agli amici. La trama? Alcuni
alieni decidono di aprire un Fast Food spaziale e cercano carne
per gli hamburger. Chi pensate siano i poveri animali da macello?
Ma gli esseri umani naturalmente!
Per una perfetta sintesi tra splatter e commedia demenziale dovremo
però attendere il terzo lavoro, "Splatters",
piccolo gioiello che ha collezionato un numero incredibile di
premi e riconoscimenti sbancando tutti i fantafestival del pianeta.
Non vi anticipo la trama perché dovete assolutamente correre
in videoteca ad affittarvelo!
Dopo il grande successo di "Splatters" sono arrivate
le grandi produzioni commerciali (con un enorme rammarico da parte
dei fan). A coronamento della fulminante e precoce carriera, il
giovane regista neozelandese si è assicurato la regia de
"Il Signore degli Anelli", il colossal più colossale
di tutti i tempi. Oggi è in lizza tra i più ricchi
cittadini neozelandesi, possiede una casa di produzione, una agenzia
che si occupa di realizzare effetti speciali. Ha solo quaranta
anni ed ha iniziato dal nulla. Una storia che ha dell'incredibile,
non c'è che dire!
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Tolkien è di destra o di sinistra?
In
conclusione non potevamo evitare di discutere anche questa spinosa
diatriba tra fan di destra e di sinistra. Immagini di gandalf
d'altra parte decorano l'ingresso di qualche storica sezione di
AN o dell'Msi. Un dubbio legittimo insomma; "Il Signore degli
Anelli" è di destra o di sinistra?
Nello svolgersi della ruggente mobilitazione sessantottina l'universo
fantastico immaginato da Tolkien è stato recuperato da
molti attivisti di destra, questo è un fatto. Si tratta
in particolare (ma non esclusivamente) di un fenomeno italiano,
probabilmente riconducibile alla fascinazione per un insieme di
valori che quell'opera sembrava veicolare: il senso della tradizione,
il concetto di popolo, l'eroismo, il "gioco di squadra".
La sinistra preferiva letture più radicate nella realtà.
Tra gli spettatori alla prima del film sono stati tuttavia individuati
i personaggi più diversi, tutti commossi ed emozionati
allo stesso modo. Tra gli altri Cossiga, Albertazzi, Gasparri,
Alemanno, Cardini, deputati di sinistra, verdi
una passione
senza frontiere. Tolkien non è né di destra né
di sinistra. "Il Signore degli Anelli", come ogni classico,
è patrimonio di tutti indistintamente.
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15/02/2002
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Si tratta di musica classica
o di musica leggera?
Una
distinzione che per diverse ragioni di ordine estetico
e politico sarebbe il caso di riconsiderare. Certo, a
livello degli "addetti ai lavori" si tratta
di una questione superata da almeno una cinquantina d'anni.
Tuttavia la maggior parte degli ascoltatori occasionali
si adatta alle sbrigative soluzioni di quei restauratori
un po' ipocriti che riducono la materia ad uno scontro
frontale tra colto e popolare, pesante e leggero, ricco
e povero, difficile e semplice e, in ultima analisi, chic
e dozzinale. Usate la testa, si tratta di un vizio ideologico.
La classica ed il rock sono due forme espressive differenti
ma di pari autorità e complessità. Nyman
getta un ponte tra le due.
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Perché le ricerche etnomusicologiche
di Nyman sono state importanti nell'evoluzione del suo
stile?
Il
lavoro di ridefinizione del concetto di musica non è
stato spontaneo. Non crediate però che la responsabilità
del cambiamento sia tutta da imputare all'imporsi di nuove
forme d'arte (il jazz ad esempio). Un ruolo fondamentale
l'ha giocato la riscoperta di moduli espressivi più
antichi (e dunque più autorevoli) di quelli classici.
Per la prima volta sul finire dell'ottocento irrompe sulla
scena della storia la voce millenaria delle masse subalterne
di tutta Europa, coloro che l'opera non l'avevano subita,
quelli che delle suggestioni esotiche di Debussy non avevano
neppure una idea lontana. Ed è una voce dirompente.
La
musica popolare rumena studiata da Nyman (ma molto prima
di lui da Bela Bartok) rappresenta una critica radicale
alle tradizione dominante (e ha quindi un forte valore
politico). La musica popolare non è scritta (ed
è impossibile fissarla sullo spartito usando la
notazione corrente all'epoca di Bartok).
Per
questo insiste su strutture e matrici semplici e condivise.
Non conosce la distinzione tra autore ed ascoltatore visto
che si tratta di un prodotto corale. Non presuppone una
separazione tra scrittura ed esecuzione. È una
cosa che avviene e si crea sul momento ed è soggetta
ad ampi margini di improvvisazione.
Tutte queste caratteristiche la avvicinano al rock.
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E a proposito del saggio che
pubblicò nel 1974?
D'altra
parte Nyman era impegnato come reporter per riviste autorevoli
quali The Listener o The Spectator.
All'epoca il suo talento di compositore era adombrato
dalle intuizioni musicologiche e l'opportunità
di unirsi al circolo del Darmstadt doveva tentarlo molto
poco. Si trattava di una iniziativa che aveva già
perso lo smalto degli esordi. John Cage invece dominava
le scene. Nyman deciderà di scrivere in proposito
il fortunato "Experimental Music - Cage and Beyond"
(trad. "Musica Sperimentale - Cage e oltre").
Un "oltre" che allude agli sviluppi futuribili
dell'opera del rivoluzionario autore americano. Cage utilizza
(anche) la musica classica come grezzo materiale da costruzione.
Lo stesso farà Nyman più tardi con la sua
analisi formale della Sinfonia Concertante per violino
e viola KV 364 di Mozart nella colonna sonora di "Giochi
nell'Acqua".
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Perché la musica barocca?
L'allusione
al barocco (ma anche agli autori classici) che distingue
così nettamente lo stile di Nyman trova una giustificazione
affettiva nella frequentazione di esperti della materia
quale Thurston Dart, insegnante ed amico di Nyman ai tempi
dell'università. Ma l'occasione di cimentarsi con
la reinterpretazione minimalistica del concerto da camera
gli si presentò accidentalmente, come spesso accade.
Harrison
Birtwistle, direttore d'orchestra al Teatro Nazionale,
lo pregò di adoperarsi per l'arrangiamento di una
selezione di canti di gondolieri del 1700 in occasione
della messa in scena del Campiello di Goldoni. Il lavoro
presentò da subito caratteri bizzarri. Ad un quartetto
di strumentisti impegnati nella gestione di strumenti
medievali si aggiungeva un sassofono ed una grancassa.
Questa strana miscela produsse un suono particolare, incisivo,
rumoroso e povero di sfumature interpretative. Tutti gli
strumenti erano appunto strumenti "fracassoni"
e l'assenza di una amplificazione impediva ai suonatori
di sottolineare i dettagli.
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Si tratta di un solista o di
una band?
La
Banda de Il Campiello si riformò presto nella Michael
Nyman band, l'unica band capace di leggere spartiti di
Corelli e restituire una specie di rock. Il salto di qualità
consistette per lo più nell'implementazione di
un sistema di amplificazione e nell'assunzione della forma
ricorrente quartetto d'archi-basso-piano-trombone-3 sassofoni.
In ogni caso l'abitudine di scrivere per una propria band
è una caratteristica che accomuna Nyman a molti
autori contemporanei come Philip Glass.
La fedeltà alla propria formazione non ha impedito
a Nyman di collaborare liberamente con personaggi del
calibro di Trio of London, London Brass, James Bowman.
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Ha scritto esclusivamente musica
per film?
No,
ha addirittura lavorato alla sonorizzazione di un videogioco
("Enemy Zero" per Sega Saturn, 1996).
Nyman scrive il più delle volte su commissione,
questo è vero. Ma lo stesso fecero molti autori
classici, non ultimo il geniale Mozart.
Il cinema ha ovviamente rappresentato per lui un prezioso
trampolino di lancio, curiosamente più per la sua
collaborazione al film "Lezioni di Piano" della
Campion che per il suo intervento costante in 11 lavori
di Greenway.
Qualunque cinofilo lo ricorda in ogni caso quale bardo
del più grande regista inglese vivente.
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Perché proprio Peter
Greenway?
Chi
mai potrebbe dire di no a Peter Greenway?
La cosa da chiedersi è più che altro perché
Greenway abbia scelto Nyman per ben undici volte, con
rare interruzioni tra cui il ricorso ad un Wim Mertens
"nymanizzato" nel soundtrack de "Il ventre
dell'architetto". La collaborazione inaugurata nel
remoto 1977 si è recentemente interrotta. "I'm
pretty certain Michael and I will never ever work together
again" (trad. " sono abbastanza sicuro che io
e Michael non lavoreremo ancora assieme"), afferma
Greenway nel corso di una intervista dello scorso anno.
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Nyman
fu originariamente:
1.
un andrologo con la passione per l'operetta;
2. un musicologo con la passione per il football;
3. un pediatra con la passione per il clavicembalo;
Soluzione
Se
ne andò:
1.
in Guatemala a studiare l'anaconda del Rio della Plata
2. a Roma per arruolarsi nella Militia Christi
3. nell'Europa dell'Est a studiare i canti delle
vecchiette rumene
Soluzione
Il
primo film cui collaborò fu:
1.
il mistero dei giardini di Compton House
2. il giardino della misteriosa Dada House
3. sesso e mistero a Danton House
Soluzione
Il
primo nome della sua band fu:
1.
the Nyman Band
2. the Campiello Band
3. the Rolling Nymans
Soluzione
Oltre
che musicista Nyman fu un saggista. Scrisse:
1.
un bel saggio su Cage
2. un autorevole saggio su Debussy
3. un saggio analitico su Padre Cionfoli
Soluzione
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Sito realizzato da After
S.r.l.
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